Crisi Electrolux: perché il piano esuberi in Italia minaccia la manifattura europea
Il settore degli elettrodomestici in Europa sta attraversando una profonda crisi strutturale evidenziata dal piano industriale annunciato da Electrolux nel maggio 2026. La multinazionale svedese ha previsto 1.719 esuberi in Italia, pari a oltre il 40% della forza lavoro nazionale, con la chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi nelle Marche. Questa decisione riflette un contesto europeo più ampio dove i produttori asiatici, spinti da costi produttivi inferiori e investimenti in tecnologia, hanno raddoppiato la loro quota di mercato dal 15% nel 2014 al 30% nel 2025. Electrolux, così come altri gruppi come Haier e Whirlpool, subiscono una perdita di competitività a causa di costi energetici doppi rispetto all’Asia, un costo dell’acciaio superiore del 31% e un costo del lavoro circa sette volte più elevato in Europa occidentale. Il processo di esternalizzazione e delocalizzazione ha visto in trent’anni il passaggio di tutte le principali aziende italiane del settore sotto controllo estero (Electrolux ha acquisito Zanussi nel 1985, Whirlpool ha comprato Indesit nel 2014, Haier ha rilevato Candy nel 2018), seguito da una riduzione significativa della produzione italiana da 28,8 milioni di pezzi nel 2002 a 8,7 milioni nel 2026. La crisi è diffusa in tutta Europa, coinvolgendo anche stabilimenti in Polonia, Germania e Spagna, con conseguente perdita di capacità produttiva e di occupazione nel settore. Tra gli errori interpretativi più comuni vi è la sottovalutazione del peso di costi energetici e delle materie prime, l’idea che il problema sia solo italiano o esclusivamente legato ai salari, e la fiducia eccessiva nel solo effetto dei dazi e del meccanismo CBAM, attualmente applicato solo all’acciaio importato e che solo dal 2028 potrebbe estendersi ai prodotti finiti come frigoriferi e lavatrici. La risposta del governo italiano, che ha definito il piano Electrolux "irricevibile" chiedendo una revisione entro giugno 2026, evidenzia la volontà di salvaguardare il settore strategico manifatturiero e di cercare un equilibrio tra competitività e salvaguardia occupazionale. La crisi quindi rappresenta una sfida strutturale complessa, che richiede approcci multilivello e innovativi per invertire le tendenze di lungo periodo.