Il contesto: i social media sotto accusa
La scommessa australiana: vietare i social agli under 16
I numeri del fallimento: milioni di account rimossi, ma i giovani restano online
Il rapporto eSafety: sette minori su dieci ancora connessi
Le falle nei sistemi di verifica dell'età
La situazione in Europa: tra regolamenti e buone intenzioni
L'Italia e il tentativo di proteggere i minori digitali
Oltre il divieto: cosa serve davvero
Il contesto: i social media sotto accusa
Da alcuni anni si è consolidata una narrazione precisa: i social media sarebbero il principale responsabile del disagio giovanile contemporaneo. Ansia, depressione, disturbi alimentari, cyberbullismo, dipendenza da schermo. L'elenco delle patologie attribuite alle piattaforme digitali si allunga a ogni nuova ricerca pubblicata, a ogni caso di cronaca che coinvolge adolescenti. I governi di mezzo mondo hanno iniziato a guardare con crescente sospetto TikTok, Instagram, Snapchat e YouTube, trasformando il dibattito scientifico in una questione politica urgente. La tentazione più immediata è quella del divieto. Proibire l'accesso ai minori, alzare muri digitali, costringere le piattaforme a verificare l'età degli utenti. Una soluzione che sulla carta appare lineare, quasi ovvia. Eppure la realtà si dimostra assai più complicata delle intenzioni legislative. Il rapporto tra giovani e tecnologia è profondamente radicato nelle dinamiche sociali quotidiane, e recidere quel legame per decreto si sta rivelando un'impresa che somiglia più a un esercizio retorico che a una politica pubblica efficace. La domanda di fondo resta aperta: vietare funziona davvero?
La scommessa australiana: vietare i social agli under 16
L'Australia ha deciso di non limitarsi alle parole. Nel novembre 2025 il parlamento di Canberra ha approvato una legge che vieta l'accesso ai social media ai minori di 16 anni, diventando il primo grande paese occidentale a introdurre un divieto così netto. La norma, entrata in vigore il 10 dicembre 2025, impone alle piattaforme l'obbligo di impedire la registrazione e l'utilizzo da parte degli under 16, pena sanzioni economiche significative. Il governo laburista di Anthony Albanese ha presentato la misura come un atto di responsabilità verso le famiglie australiane, stanche di sentirsi impotenti di fronte all'esposizione digitale dei propri figli. L'opinione pubblica ha accolto la legge con favore trasversale, un consenso raro nella politica australiana. Le piattaforme, da Meta a TikTok, da Snapchat a X, hanno dichiarato la propria disponibilità a collaborare, avviando campagne di rimozione degli account riconducibili a minori. A tre mesi dall'entrata in vigore, tuttavia, il bilancio tracciato dall'autorità nazionale eSafety racconta una storia diversa da quella sperata. I numeri sembrano imponenti, ma nascondono una realtà ben più sfumata e, per certi versi, scoraggiante.
I numeri del fallimento: milioni di account rimossi, ma i giovani restano online
Le cifre diffuse dalle piattaforme appaiono a prima vista impressionanti. Entro la metà di dicembre 2025, le principali aziende tecnologiche hanno rimosso o limitato circa 4,7 milioni di account ritenuti appartenenti a minori sotto i 16 anni. A inizio marzo 2026 se ne sono aggiunti altri 300.000, portando il totale oltre i cinque milioni. Numeri che i portavoce delle piattaforme hanno esibito come prova della propria diligenza. Ma l'autorità eSafety ha smontato questa narrazione con una precisione chirurgica. Il problema principale è che quel numero non corrisponde affatto al numero di giovani effettivamente allontanati dai social. Molti ragazzi possedevano più account sulla stessa piattaforma o su piattaforme diverse, gonfiando artificialmente le statistiche di rimozione. Ancora più significativo è un altro dato: una quota consistente dei profili eliminati era in realtà costituita da account inattivi o dormienti, creati magari anni prima e mai più utilizzati. Le piattaforme, in sostanza, hanno fatto pulizia nei propri archivi spacciandola per compliance normativa. Un'operazione cosmetica che ha permesso di presentare cifre roboanti senza incidere realmente sull'accesso quotidiano dei minori ai contenuti social.
Il rapporto eSafety: sette minori su dieci ancora connessi
Il dato più eloquente emerge da un sondaggio condotto da eSafety tra gennaio e febbraio 2026 su un campione rappresentativo di genitori e tutori di ragazzi fra gli 8 e i 15 anni. I risultati sono netti: circa 7 minori su 10 che possedevano un profilo social prima del 10 dicembre 2025 sono riusciti a mantenerlo attivo su almeno una delle principali piattaforme. Sette su dieci. Una percentuale che trasforma il divieto australiano in qualcosa di molto vicino a una lettera morta. Il rapporto dell'autorità segnala che una quota rilevante di ragazzi continua a mantenere o creare nuovi profili sfruttando le falle nei sistemi di verifica dell'età oppure, più semplicemente, l'assenza stessa di controlli efficaci. Alcuni modificano la data di nascita al momento della registrazione. Altri utilizzano account di familiari adulti. Altri ancora si affidano a VPN o a piattaforme minori che non hanno implementato alcun meccanismo di verifica. I genitori intervistati hanno ammesso, in molti casi, di essere consapevoli della situazione ma di sentirsi incapaci di intervenire. Il divieto, paradossalmente, ha reso più difficile il dialogo familiare: i ragazzi nascondono l'uso dei social invece di condividerlo.
Le falle nei sistemi di verifica dell'età
Il nodo tecnico è il cuore del problema. Verificare l'età di un utente online in modo affidabile, rispettando al contempo la privacy, resta una sfida che nessuna tecnologia ha ancora risolto in modo soddisfacente. Le soluzioni attualmente disponibili si dividono in tre categorie principali: l'autodichiarazione (inserire la propria data di nascita, facilmente falsificabile), la verifica documentale (caricare un documento d'identità, con enormi implicazioni per la privacy) e la stima biometrica dell'età tramite intelligenza artificiale, che analizza il volto dell'utente per stimarne l'età. Quest'ultima tecnologia, sviluppata da aziende come Yoti, presenta margini di errore significativi e solleva interrogativi etici non trascurabili sulla raccolta di dati biometrici di minori. Le piattaforme, dal canto loro, non hanno incentivi economici reali a implementare sistemi troppo restrittivi: ogni utente escluso rappresenta un calo di engagement e, di conseguenza, di ricavi pubblicitari. L'eSafety ha giudicato insufficienti i controlli adottati dalle principali piattaforme, evidenziando come nessuna abbia introdotto meccanismi realmente robusti. Il risultato è un sistema che scoraggia i meno determinati ma che chiunque abbia un minimo di dimestichezza digitale può aggirare in pochi minuti.
La situazione in Europa: tra regolamenti e buone intenzioni
L'Europa osserva l'esperimento australiano con interesse e, dopo i primi bilanci, con una certa cautela. L'approccio europeo alla protezione dei minori online si è finora sviluppato lungo un binario diverso rispetto al divieto secco. Il Digital Services Act (DSA), pienamente operativo dal febbraio 2024, impone alle piattaforme obblighi di trasparenza, valutazione del rischio e protezione rafforzata per i minori, senza tuttavia vietarne l'accesso. La Francia è il paese che si è spinto più avanti: nel 2024 ha approvato una legge che impone la verifica dell'età per l'accesso ai social da parte degli under 15, delegando all'autorità nazionale per la protezione dei dati il compito di certificare le soluzioni tecniche. Ma l'implementazione procede a rilento, ostacolata dagli stessi problemi tecnici che affliggono il modello australiano. La Spagna ha annunciato misure analoghe, mentre la Germania ha preferito puntare su programmi di educazione digitale nelle scuole. A livello comunitario, la Commissione europea sta valutando un framework comune per la verifica dell'età, consapevole che soluzioni frammentate paese per paese rischiano di risultare inefficaci in un ecosistema digitale che non conosce confini nazionali.
L'Italia e il tentativo di proteggere i minori digitali
In Italia il dibattito è particolarmente acceso. La legge 46/2025, approvata nel marzo 2025, ha introdotto l'obbligo per le piattaforme di verificare l'età degli utenti e di bloccare l'accesso ai minori di 15 anni senza il consenso dei genitori, in linea con quanto previsto dal GDPR italiano sulla soglia del consenso digitale. L'Agcom è stata incaricata di definire le linee guida tecniche per i sistemi di verifica, un lavoro che si è rivelato complesso e che ha subito diversi rinvii. Nel frattempo, il Garante per la privacy ha ribadito la necessità di trovare un equilibrio tra protezione dei minori e tutela dei dati personali, mettendo in guardia contro soluzioni che implichino una sorveglianza di massa. Sul campo, la situazione italiana non è molto diversa da quella australiana. I ragazzi italiani tra i 10 e i 14 anni che utilizzano regolarmente i social media sono stimati in oltre il 60%, secondo i dati ISTAT più recenti, e la maggior parte di loro ha creato il proprio profilo dichiarando un'età superiore a quella reale. Le famiglie si trovano spesso in difficoltà, strette tra la volontà di proteggere i figli e la consapevolezza che il digitale è ormai parte integrante della socialità adolescenziale. Le scuole, investite di un ruolo educativo crescente, lamentano la mancanza di risorse e formazione adeguata.
Oltre il divieto: cosa serve davvero
L'esperienza australiana, a tre mesi dal varo del divieto, consegna una lezione che l'Europa e l'Italia farebbero bene a considerare attentamente. Proibire l'accesso ai social media ai minori senza disporre di strumenti tecnici affidabili per far rispettare il divieto produce un effetto paradossale: crea l'illusione di aver risolto il problema, mentre i ragazzi continuano a navigare indisturbati, semplicemente con meno supervisione adulta. I 5 milioni di account rimossi in Australia si sono rivelati in larga parte un'operazione di facciata, e il 70% dei minori che aveva un profilo lo ha mantenuto. Gli esperti di politiche digitali convergono su un punto: servono interventi strutturali che agiscano su più livelli contemporaneamente. Sistemi di verifica dell'età tecnicamente robusti ma rispettosi della privacy, obblighi stringenti per le piattaforme nella progettazione di ambienti sicuri per i più giovani secondo il principio del safety by design, investimenti massicci in educazione digitale a partire dalla scuola primaria, e un coinvolgimento attivo delle famiglie. Il divieto, da solo, è una scorciatoia che non porta da nessuna parte. La sfida vera non è tenere i ragazzi fuori dai social, ma rendere i social un luogo in cui i ragazzi possano stare senza rischi.