- L'escalation cyber legata al conflitto USA-Israele contro l'Iran
- Israele al centro del bersaglio, ma la mappa è globale
- Settori strategici sotto attacco: governo, finanza e media
- I numeri del 2025: una crescita che non conosce soste
- Imprese europee e italiane: un fronte scoperto
- Lo scenario che si profila
- Domande frequenti
L'escalation cyber legata al conflitto USA-Israele contro l'Iran
La guerra non si combatte più soltanto con i missili. Dal 28 febbraio 2025, data che segna l'avvio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il cyberspazio è diventato un campo di battaglia parallelo, silenzioso ma devastante. Stando a quanto emerge dall'analisi presentata durante un webinar organizzato dall'AI Think Tank di Assintel, in meno di due mesi sono stati registrati 1.245 attacchi informatici distribuiti su 14 paesi.
Un dato che, da solo, restituisce la portata di un fenomeno ormai strutturale. Non si tratta di episodi isolati o di azioni dimostrative di gruppi amatoriali: siamo di fronte a campagne coordinate, spesso riconducibili ad attori statali o para-statali, che prendono di mira infrastrutture critiche, apparati governativi e tessuti economici.
Israele al centro del bersaglio, ma la mappa è globale
Con 603 attacchi subiti, Israele si conferma il bersaglio principale della cyberguerra in corso. Un dato che non sorprende, considerato il suo ruolo diretto nel conflitto. Seguono, con livelli di severità definiti "alti", l'Iran e gli Emirati Arabi Uniti, a conferma di come le ritorsioni digitali seguano fedelmente le linee di frattura geopolitiche.
Ma sarebbe un errore pensare che la questione riguardi solo il Medio Oriente. La rete non conosce confini, e gli effetti a catena di queste offensive si propagano ben oltre i teatri di guerra tradizionali. I 14 paesi coinvolti includono nazioni europee, e la preoccupazione per possibili spillover sul Vecchio Continente è tutt'altro che teorica.
Settori strategici sotto attacco: governo, finanza e media
I settori più colpiti raccontano una strategia precisa. Al primo posto il comparto governo e militare, obiettivo privilegiato per operazioni di spionaggio, sabotaggio e destabilizzazione. Subito dopo, il settore finanziario, dove un attacco riuscito può generare danni economici sistemici. Terzo bersaglio: i media, presi di mira per la loro capacità di orientare l'opinione pubblica.
È una trinità che non lascia spazio a interpretazioni benevole. Chi attacca punta al cuore delle democrazie: la capacità di governare, di far funzionare l'economia, di informare i cittadini. In un contesto in cui la disinformazione rappresenta già un'arma potente, il legame tra attacchi informatici e manipolazione dell'informazione diventa sempre più stretto. Su questo fronte, vale la pena ricordare Come riconoscere e combattere la disinformazione: un nuovo strumento della Commissione Europea, un tema che si intreccia inevitabilmente con la sicurezza digitale.
I numeri del 2025: una crescita che non conosce soste
Il quadro diventa ancora più allarmante se si allarga lo sguardo oltre il conflitto in corso. Nel 2025 gli attacchi informatici sono aumentati del 113% rispetto all'anno precedente. Più del doppio in dodici mesi. E non è un picco improvviso: dal 2018 al 2025, gli incidenti cyber sono cresciuti di undici volte.
Undici volte. Significa che un fenomeno già preoccupante sette anni fa si è trasformato in un'emergenza strutturale. L'accelerazione è stata alimentata da diversi fattori: la digitalizzazione forzata post-pandemia, la proliferazione di strumenti di attacco basati sull'intelligenza artificiale, la crescente disponibilità di malware-as-a-service nel dark web. E, naturalmente, le tensioni geopolitiche che forniscono movente e copertura a gruppi sempre più organizzati.
Imprese europee e italiane: un fronte scoperto
È su questo punto che il rapporto di Assintel lancia l'allarme più diretto. Le imprese europee, e in particolare quelle italiane, si trovano esposte a rischi crescenti. Non perché siano obiettivi primari del conflitto mediorientale, ma perché operano in un ecosistema digitale interconnesso dove le vulnerabilità si propagano rapidamente.
Le PMI italiane, che costituiscono l'ossatura del sistema produttivo nazionale, rappresentano spesso l'anello debole della catena. Budget limitati per la sicurezza informatica, personale non adeguatamente formato, infrastrutture IT obsolete: sono le condizioni ideali per chi cerca punti di ingresso. Un attacco ransomware a un fornitore della filiera può bloccare un'intera catena produttiva. Un'intrusione nei sistemi di un'azienda che lavora con la pubblica amministrazione può aprire varchi verso dati sensibili.
La direttiva europea NIS2, entrata nella fase di recepimento negli Stati membri, impone standard più elevati di cybersicurezza, ma l'adeguamento procede a macchia di leopardo. E mentre le normative si aggiornano, gli attaccanti corrono molto più veloci.
Peraltro, il contesto internazionale non aiuta. Le politiche dell'amministrazione Trump, che stanno ridisegnando gli equilibri in diversi settori strategici americani, come dimostrano le riduzioni di personale alla NASA e le nuove normative sulle scuole americane, generano un clima di incertezza che si riflette anche sulla cooperazione internazionale in materia di sicurezza informatica.
Lo scenario che si profila
La fotografia scattata dall'AI Think Tank di Assintel non lascia margini di ottimismo facile. La cyberguerra non è più un capitolo di fantascienza né un rischio astratto da inserire nei documenti di risk assessment. È cronaca quotidiana, con numeri in crescita esponenziale e conseguenze che toccano governi, mercati finanziari, sistemi informativi e, in ultima analisi, la vita dei cittadini.
Per l'Italia e per l'Europa, la sfida è duplice. Da un lato, rafforzare le difese, investire in competenze e tecnologie, accelerare l'attuazione delle direttive comunitarie. Dall'altro, sviluppare una capacità di intelligence e risposta che non sia solo reattiva ma anticipatoria. Perché in questo conflitto invisibile, chi arriva in ritardo paga un prezzo altissimo.
I 1.245 attacchi registrati in meno di due mesi sono un monito. La domanda non è se le imprese e le istituzioni italiane verranno colpite, ma quando. E soprattutto, se saranno pronte.