- I numeri che spingono verso la riforma
- La proposta Valditara: prove standardizzate nel voto finale
- Il nodo del divario territoriale
- Come funzionerebbe la formula mista
- Cosa cambia rispetto al modello attuale
- Le criticità da affrontare
- Domande frequenti
Un esame che promuove quasi tutti è ancora un esame? La domanda, ciclica e mai davvero risolta, torna al centro del dibattito con la proposta del ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara di riformare l'esame di maturità 2026 introducendo una componente standardizzata nella determinazione del voto finale. L'obiettivo dichiarato è aumentare l'oggettività di una prova che, stando ai dati più recenti, sembra aver perso gran parte della sua capacità selettiva.
I numeri che spingono verso la riforma
I dati dell'ultima sessione d'esame parlano chiaro e, per certi versi, sono impietosi. Appena lo 0,3% dei candidati che si sono presentati alle prove non è stato giudicato "maturo". Meno di uno studente su trecento, una percentuale talmente bassa da sollevare interrogativi legittimi sulla reale funzione certificativa dell'esame di Stato.
Il filtro, semmai, opera prima. Il 3,5% degli studenti non è stato ammesso agli esami dai consigli di classe, segno che la selezione avviene a monte, durante l'anno scolastico, più che nella prova finale. Ma il dato più significativo riguarda la dispersione nel quinquennio: il 14,9% degli studenti ha abbandonato gli studi o ripetuto almeno un anno nel corso del percorso che precede la maturità. Quasi uno su sei.
Si delinea così un quadro paradossale: un sistema che perde pezzi lungo il cammino ma che, una volta arrivato al traguardo, promuove praticamente chiunque. Per chi volesse un confronto con l'impianto attualmente in vigore, è utile consultare la Esame di Stato 2025: guida completa alla Maturità, che illustra nel dettaglio la struttura delle prove e i criteri di valutazione vigenti.
La proposta Valditara: prove standardizzate nel voto finale
È in questo contesto che si inserisce l'idea del ministro Valditara: integrare nel meccanismo di calcolo del voto finale una componente derivante da prove standardizzate, sul modello di quelle somministrate dall'INVALSI, ma con un peso specifico nella valutazione conclusiva.
Non si tratta, almeno stando a quanto emerge dalle prime indicazioni ministeriali, di sostituire le prove d'esame tradizionali. La riforma della maturità Valditara punta piuttosto su una formula mista che affianchi alla valutazione delle commissioni d'esame, inevitabilmente soggetta a variabili locali e personali, un parametro misurabile su scala nazionale.
L'idea non è del tutto nuova. Da anni le prove INVALSI accompagnano il percorso scolastico degli studenti italiani, ma fino a oggi il loro esito non ha mai inciso sul voto di maturità. Il salto proposto è proprio questo: far sì che quei risultati, o prove analoghe costruite ad hoc, contribuiscano a determinare il punteggio finale del diploma.
Il nodo del divario territoriale
A rendere urgente una riflessione sulla valutazione oggettiva della maturità sono soprattutto i divari territoriali, che ogni anno si ripresentano con regolarità quasi meccanica.
Nell'ultima sessione, il 13% degli studenti del Sud ha ottenuto il massimo dei voti con lode, 100 e lode. Al Nord la percentuale si ferma al 6,1%. Più del doppio. Eppure, le rilevazioni INVALSI e i test internazionali OCSE-PISA restituiscono sistematicamente un quadro inverso, con le regioni settentrionali che registrano performance mediamente superiori nelle competenze di base.
Questa forbice tra voti d'esame e competenze misurate oggettivamente è il cuore del problema. Non mette in discussione il valore dei singoli studenti meridionali eccellenti, ma interroga sulla comparabilità dei voti su scala nazionale. Un 100 e lode conseguito a Trento e uno ottenuto a Crotone pesano allo stesso modo nei concorsi pubblici, nelle graduatorie universitarie, nel mercato del lavoro. Ma fotografano davvero lo stesso livello di preparazione?
Come funzionerebbe la formula mista
I dettagli tecnici della maturità 2026 con formula mista non sono ancora stati cristallizzati in un provvedimento normativo definitivo. Tuttavia, le linee che emergono dal confronto in corso al Ministero delineano un'architettura a tre pilastri:
- Credito scolastico, ovvero il punteggio accumulato nel triennio finale, che oggi vale fino a 40 punti su 100
- Prove d'esame (prima prova scritta, seconda prova di indirizzo, colloquio orale), che attualmente possono assegnare fino a 60 punti
- Componente standardizzata, il cui peso potrebbe oscillare tra i 10 e i 20 punti, con una corrispondente riduzione delle altre voci
Il meccanismo ricorda, per certi aspetti, modelli già adottati in altri Paesi europei. In Francia, ad esempio, il Baccalauréat riformato dal 2021 integra il contrôle continu con prove nazionali. Nel Regno Unito, gli A-levels sono interamente standardizzati.
La sfida italiana sta nel trovare un equilibrio che non svilisca il lavoro delle commissioni d'esame, non penalizzi le specificità degli indirizzi di studio e, al tempo stesso, offra un metro di paragone uniforme. Chi vuole approfondire le modifiche già introdotte alle prove scritte può fare riferimento all'analisi sulle Maturità 2025: Nuove Regole per le Seconde Prove.
Cosa cambia rispetto al modello attuale
Oggi l'esame di Stato si regge su un impianto che, pur con aggiustamenti periodici, conserva la sua struttura di fondo: due prove scritte a carattere nazionale, un colloquio orale gestito dalla commissione, un credito scolastico che riflette il percorso triennale. Le commissioni sono miste, con membri interni ed esterni, e il presidente è sempre un docente proveniente da un altro istituto.
La formula mista proposta da Valditara non stravolgerebbe questo schema, ma vi innesterebbe un elemento nuovo, potenzialmente dirompente. Per la prima volta nella storia della maturità italiana, una parte del voto finale sfuggirebbe al giudizio discrezionale della commissione per ancorarsi a un dato misurabile e confrontabile.
Le Maturità 2025: tutte le novità sugli esami avevano già introdotto alcuni cambiamenti significativi, ma nessuno toccava il cuore del sistema di calcolo del punteggio. Qui, invece, la partita è più profonda.
Le criticità da affrontare
La proposta non è priva di zone d'ombra. I sindacati della scuola hanno già sollevato perplessità sulla possibilità che le prove standardizzate penalizzino gli studenti con bisogni educativi speciali o quelli provenienti da contesti socio-economici più fragili, dove il teaching to the test rischia di comprimere ulteriormente un'offerta formativa già ridotta.
C'è poi la questione delle tempistiche. Se la riforma dovesse entrare in vigore per l'esame di maturità 2026, gli studenti attualmente al quinto anno si troverebbero a fare i conti con regole cambiate in corsa. Un problema non da poco, considerando che il principio di affidamento, pur non codificato in modo esplicito nel diritto scolastico, orienta da sempre le scelte delle famiglie e dei ragazzi.
Infine, resta da capire chi elaborerebbe le prove standardizzate. L'INVALSI, che ha l'esperienza e l'infrastruttura tecnica, oppure un nuovo organismo? E con quale grado di trasparenza nella costruzione dei test items?
La questione resta aperta. Quel che appare certo è che il modello attuale, con il suo tasso di bocciatura dello 0,3% e le sue disparità territoriali macroscopiche, fatica a reggere il peso di una certificazione che dovrebbe avere valore nazionale. La formula mista di Valditara è una risposta possibile. Non l'unica, e non necessariamente la migliore. Ma almeno pone il problema.