- L'aggressione di Trescore Balneario e un problema strutturale
- La proposta: uno sportello psico-pedagogico permanente
- Metal detector e soluzioni di facciata: cosa non funziona
- L'omertà sociale e il ruolo delle famiglie
- Una rete tra scuole, famiglie e istituzioni
- Domande frequenti
L'aggressione di Trescore Balneario e un problema strutturale
Uno studente di tredici anni che aggredisce un docente. Succede a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, e la notizia attraversa le cronache locali con la rapidità ormai consueta di questi episodi. Poi, come spesso accade, rischia di finire nel dimenticatoio. Ma è proprio questa normalizzazione della violenza scolastica a dover preoccupare più dell'episodio in sé.
I numeri delle aggressioni ai docenti nelle scuole italiane raccontano una tendenza che non si può più liquidare come emergenziale. È qualcosa di più profondo, più radicato. E la risposta, stando a quanto emerge dal dibattito tra addetti ai lavori, non può limitarsi all'indignazione del giorno dopo.
Alessandro Giuliani, direttore de La Tecnica della Scuola, ha colto l'occasione dell'ennesimo fatto di cronaca per rilanciare con forza una proposta concreta: istituire uno sportello psico-pedagogico permanente in ogni istituto scolastico del Paese. Non un'idea nuova in senso assoluto, ma una che fatica a trovare gambe nella politica scolastica italiana.
La proposta: uno sportello psico-pedagogico permanente
Il ragionamento di Giuliani parte da una premessa tanto semplice quanto spesso ignorata: i docenti non sono psicologi. Non possono esserlo, non devono esserlo. Eppure, nella pratica quotidiana, sono loro a trovarsi in prima linea di fronte a situazioni di disagio giovanile che richiederebbero competenze specialistiche.
Lo sportello psico-pedagogico, nella visione proposta, non sarebbe un servizio occasionale o legato a progetti temporanei finanziati con fondi a scadenza. Dovrebbe essere un presidio strutturale, inserito nell'organico funzionale della scuola, capace di intercettare i segnali di malessere prima che questi si trasformino in comportamenti violenti.
Si tratta, in sostanza, di dotare ogni scuola di una figura, o meglio di un'équipe, in grado di:
- Individuare precocemente gli alunni a rischio di comportamenti aggressivi o autodistruttivi
- Offrire supporto psicologico continuativo a studenti e famiglie
- Affiancare i docenti nella gestione delle dinamiche relazionali più complesse
- Costruire percorsi di prevenzione del bullismo e della violenza
Va ricordato che il tema dello psicologo scolastico è ciclicamente presente nel dibattito parlamentare italiano. Durante la pandemia, protocolli d'intesa tra Ministero dell'Istruzione e Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi avevano portato a sportelli di ascolto in molte scuole, ma l'esperienza si è in larga parte esaurita con la fine dei finanziamenti straordinari. La proposta di Giuliani va oltre: chiede che il servizio diventi parte integrante del sistema, non un'appendice emergenziale.
Peraltro, mentre si discute di come valorizzare il ruolo dei docenti, come dimostra il recente Scuola, 267 milioni per valorizzare i docenti tutor e orientatori: firmato il decreto ministeriale, appare evidente che la valorizzazione passa anche dal sollevarli da compiti che non competono loro.
Metal detector e soluzioni di facciata: cosa non funziona
Ogni volta che un episodio di violenza scuote la scuola italiana, la tentazione della risposta securitaria è forte. Telecamere, metal detector all'ingresso, controlli più severi. Giuliani su questo è netto: la sicurezza non può essere garantita da misure superficiali.
Un metal detector può fermare un coltello, forse. Ma non intercetta la rabbia di un tredicenne che non ha trovato altri modi per esprimere il proprio disagio. Non coglie i segnali che, settimane o mesi prima dell'aggressione, erano probabilmente già visibili a chi avesse avuto gli strumenti per leggerli.
La prevenzione del bullismo e della violenza scolastica richiede un approccio profondo, che lavori sulle cause e non si limiti a tamponare gli effetti. Significa investire in figure professionali dedicate, in formazione specifica, in tempo. Tutto ciò che, nella scuola italiana contemporanea, sembra sempre mancare.
Le tensioni che attraversano il mondo scolastico sono del resto molteplici. Lo dimostra anche il clima che ha portato allo Sciopero Nazionale della Scuola il 7 Maggio: Prove Invalsi e Indicazioni Nazionali sotto Accusa, segno di un sistema sotto pressione su più fronti contemporaneamente.
L'omertà sociale e il ruolo delle famiglie
C'è un passaggio particolarmente duro nell'analisi di Giuliani, quello in cui denuncia una vera e propria omertà sociale che lascia i ragazzi senza il supporto di cui avrebbero bisogno. Il termine è forte, ma centra un punto dolente.
Troppo spesso, come sottolineato dal direttore, i segnali di disagio vengono minimizzati. Dalle famiglie, che tendono a proteggere i figli anche quando il loro comportamento richiederebbe un intervento. Dalla scuola stessa, che non sempre dispone degli strumenti per agire. Dal contesto sociale più ampio, che oscilla tra l'indifferenza e la colpevolizzazione.
Un ragazzo di tredici anni che arriva ad aggredire fisicamente un insegnante non è semplicemente un "ragazzo difficile". È, con tutta probabilità, un ragazzo che ha attraversato un percorso di crescente malessere senza che nessuno intervenisse in modo efficace. Il fallimento, in casi come quello di Trescore Balneario, non è solo individuale. È collettivo.
Una rete tra scuole, famiglie e istituzioni
La soluzione, per Giuliani, non può essere affidata a un singolo intervento, per quanto strutturale. Lo sportello psico-pedagogico è necessario, ma da solo non basta. Serve una rete tra scuole, famiglie e istituzioni che funzioni davvero, non solo sulla carta.
Questo significa coordinamento con i servizi sociali territoriali, collaborazione attiva con le ASL, coinvolgimento delle famiglie non come destinatarie passive di comunicazioni, ma come soggetti partecipi di un progetto educativo condiviso. Significa anche, probabilmente, ripensare la formazione iniziale e continua dei docenti, affinché siano almeno in grado di riconoscere i campanelli d'allarme, pur senza doverli gestire in prima persona.
L'Italia, su questo fronte, sconta un ritardo significativo rispetto ad altri Paesi europei dove la presenza dello psicologo scolastico è strutturale e non episodica. In Francia, in Germania, nei Paesi scandinavi, il supporto psicologico a scuola è parte integrante dell'offerta formativa. Da noi resta, nella maggior parte dei casi, un servizio a macchia di leopardo, legato alla buona volontà dei singoli dirigenti scolastici o alla disponibilità di fondi progettuali.
La sfida è chiara. Trasformare la scuola italiana in un luogo dove il disagio viene intercettato prima di diventare violenza richiede investimenti, visione e, soprattutto, la volontà politica di andare oltre le soluzioni di facciata. Lo sportello psico-pedagogico permanente potrebbe essere un primo passo concreto. A patto che qualcuno, stavolta, decida di farlo davvero.