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Cani, il cervello segmenta le parole con lo stesso bias del neonato
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Cani, il cervello segmenta le parole con lo stesso bias del neonato

Uno studio su Science mostra che i cani, come i bambini di otto mesi, segmentano il parlato usando le consonanti. Anche quelli cresciuti in rifugio.

Il cervello di 20 cani da compagnia segmenta il parlato appoggiandosi alle consonanti, esattamente come fanno gli esseri umani. Lo scrive su Science, il 25 settembre 2026, il gruppo di Attila Andics dell'università Loránd Eötvös di Budapest, che con un elettroencefalogramma ha registrato l'attività neurale di persone e cani mentre ascoltavano flussi continui di pseudoparole a tre sillabe. È la prima volta che il consonant bias, considerato una firma distintiva dell'elaborazione umana del linguaggio, emerge in una specie diversa dalla nostra.

Venti cani, venti persone, un elettroencefalogramma

L'esperimento della Neuroethology of Communication Lab del Dipartimento di Etologia dell'ELTE di Budapest ha coinvolto 20 cani domestici e 20 volontari adulti. I partecipanti a quattro zampe e a due hanno ascoltato sequenze di pseudoparole prive di significato, costruite in modo che i confini fra una parola e l'altra fossero segnalati ora dalle consonanti, ora dalle vocali. Le misure di neural entrainment e i potenziali evocati hanno mostrato lo stesso pattern nelle due specie: quando la struttura poggiava sulle consonanti, il tracciamento cerebrale delle parole diventava più preciso. Lo studio integrale è disponibile su Science, con DOI 10.1126/science.adw7709.

Lo stesso bias di un bambino di otto mesi

Nei bambini il consonant bias non è presente alla nascita. Appare fra i 6 e gli 8 mesi, quando il piccolo smette di appoggiarsi alle vocali (acusticamente più salienti) e sposta il peso sulle consonanti, che portano più informazione lessicale in quasi tutte le lingue del mondo. È il momento in cui il neonato inizia davvero a segmentare il parlato adulto in unità con contorni riconoscibili. La letteratura psicolinguistica, da Nespor, Peña e Mehler in poi, aveva legato questa asimmetria a un tratto uniforme dell'apprendimento lessicale nella nostra specie. Ritrovare lo stesso meccanismo nel cervello dei cani sposta una linea che finora sembrava netta: nemmeno le scimmie non umane, geneticamente più vicine a noi, mostrano questo bias. I cani sì, e senza aver mai imparato una parola in senso lessicale, visto che le pseudoparole dell'esperimento non volevano dire nulla.

Il dato che scavalca la finestra critica

Il particolare che gli autori sottolineano è un altro. Anche i cani che avevano trascorso i primi tre mesi di vita in strada o in rifugio, con esposizione minima e casuale alla voce umana, da adulti mostravano lo stesso bias dei cani cresciuti in famiglia. Un risultato che smonta l'idea di una finestra critica breve e rigida per l'ascolto del parlato, e che si somma a quanto già mostrato nel 2016 dallo stesso gruppo di Budapest: la risonanza magnetica funzionale su 13 cani aveva rivelato una divisione dei compiti simile a quella umana, con l'emisfero sinistro per le parole e il destro per l'intonazione. Dieci anni dopo, l'EEG aggiunge un tassello sulla struttura sub-lessicale.

Cosa dice a chi studia come si impara

La conclusione degli autori è netta: un'elaborazione efficiente del parlato non richiede facoltà linguistiche uniche della nostra specie, basta l'esposizione regolare. È un tassello che parla direttamente ai laboratori di apprendimento statistico, l'idea che il cervello estragga regolarità dall'input senza istruzione esplicita. Il consonant bias diventa allora una conseguenza dell'ascolto, non del linguaggio. Il parallelo con altre specie non è nuovo, e nei mesi scorsi anche gli ostracodi hanno mostrato differenze di memoria fra specie affini, ma trovare nel cervello canino un meccanismo così vicino a quello infantile rimescola la lista di cosa è davvero specifico dell'uomo.

Il prossimo passo tocca a chi si occupa di sviluppo umano. Se il dato SAGE sui 451 vocaboli al giorno persi dagli under 25 in quattordici anni racconta un ambiente in cui l'esposizione al parlato si sta assottigliando, il cervello del cane di Budapest ricorda quanto quella esposizione sia decisiva. Restano aperte le domande di sempre: cosa passa dal suono al significato, e a che punto della catena un impianto come quello UCSF che decodifica parole e gesti insieme potrà davvero intercettare l'intenzione.

Domande frequenti

Che cosa si intende per 'consonant bias' e perché è importante?

Il 'consonant bias' è la tendenza a segmentare le parole basandosi sulle consonanti piuttosto che sulle vocali. È importante perché si pensava fosse una caratteristica distintiva dell'elaborazione del linguaggio umano, ma ora è stato osservato anche nei cani.

In che modo è stato condotto l'esperimento sui cani e sulle persone?

L'esperimento ha coinvolto 20 cani domestici e 20 persone adulte che hanno ascoltato sequenze di pseudoparole mentre veniva registrata la loro attività cerebrale tramite elettroencefalogramma. L'obiettivo era osservare come il cervello segmentasse le parole in base a segnali forniti da consonanti o vocali.

Cosa dimostra il fatto che anche i cani cresciuti in strada presentano il consonant bias?

Dimostra che il meccanismo non dipende da una breve finestra critica di esposizione al parlato durante la prima infanzia. Anche i cani con poca esposizione alla voce umana nei primi mesi di vita sviluppano lo stesso bias, suggerendo una maggiore flessibilità di apprendimento.

Quali sono le implicazioni di questa scoperta per lo studio dell'apprendimento del linguaggio?

La scoperta suggerisce che un'elaborazione efficiente del parlato può emergere anche senza capacità linguistiche specifiche dell'uomo, ma semplicemente attraverso un'esposizione regolare ai suoni. Questo rafforza l'idea che il cervello estragga regolarità dall'input senza bisogno di istruzione esplicita.

Perché è significativo che il consonant bias nei cani sia simile a quello dei bambini di otto mesi?

Perché evidenzia una sorprendente somiglianza nei meccanismi di base dell'elaborazione del parlato tra specie diverse, anche in assenza di apprendimento lessicale. Questo mette in discussione l'unicità di alcuni processi ritenuti specifici dell'uomo.

Quali sono le future direzioni di ricerca suggerite dall'articolo?

L'articolo suggerisce che la ricerca dovrà approfondire come si passa dal suono al significato e se sia possibile intercettare l'intenzione tramite tecnologie avanzate. Inoltre, pone l'accento sull'importanza dell'esposizione al parlato nello sviluppo umano.

Pubblicato il: 25 settembre 2026 alle ore 12:27

Sara Giorgione

Articolo creato da

Sara Giorgione

Sara Giorgione è laureanda in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Foggia. Ha maturato esperienza nel settore editoriale, occupandosi di attività legate alla redazione e alla valorizzazione dei contenuti, e svolge attività di moderatrice in eventi letterari, curando il dialogo con autori e pubblico e la conduzione di incontri culturali. Grazie al proprio percorso formativo e professionale ha sviluppato solide competenze nella comunicazione, nella scrittura e nell'organizzazione di iniziative culturali. Su Edunews24 si occupa della cura di contenuti e approfondimenti dedicati al mondo della cultura, dell'attualità e della formazione. È ideatrice e curatrice della rassegna letteraria “Storie da Tè”, progetto nato con l'obiettivo di promuovere la lettura e favorire il confronto tra autori, opere e pubblico attraverso incontri e dialoghi dedicati alla letteratura contemporanea.

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