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I luoghi dove è vietato morire: storia, scienza e leggenda
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I luoghi dove è vietato morire: storia, scienza e leggenda

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Da Longyearbyen in Norvegia a Miyajima in Giappone, fino a Falciano del Massico: perché alcuni luoghi vietano la morte e cosa dice davvero la legge.

Indice: In breve | Longyearbyen: quando il permafrost diventa legge sanitaria | Miyajima: la tradizione shintoista che esclude la morte | Falciano del Massico e altri casi nel mondo | Errori comuni sul divieto di morire | Domande frequenti

A Longyearbyen, sulle Isole Svalbard in Norvegia, è vietata la sepoltura dal 1950 per ragioni sanitarie legate al permafrost. Sull'isola di Miyajima, in Giappone, una tradizione shintoista esclude nascite e morti dall'area del santuario dal 1878. A Falciano del Massico, in Campania, un sindaco ha firmato nel 2012 un'ordinanza che vietava formalmente di morire perché il comune era privo di cimitero. Tre storie diverse, tre ragioni diverse, un unico mito che circola sul web: il "divieto di morire". Quello che le cronache non precisano quasi mai è che in nessuno di questi luoghi morire costituisce un reato.

In breve

  • A Longyearbyen (Norvegia) la sepoltura è vietata dal 1950: il permafrost conserva i corpi e può riattivare patogeni storici, come il virus dell'influenza spagnola del 1918.
  • A Miyajima (Giappone) la tradizione shintoista esclude nascite e morti dal 1878 per preservare la purezza spirituale del santuario.
  • A Falciano del Massico (Caserta) e a Sarpourenx (Francia) le ordinanze sul divieto di morire sono state strumenti di protesta burocratica per la mancanza di spazio cimiteriale.
  • In nessun caso morire è un reato: si tratta di misure sanitarie, tradizioni religiose o atti amministrativi simbolici.

Longyearbyen: quando il permafrost diventa legge sanitaria

Longyearbyen si trova a 78 gradi di latitudine nord, sulle Isole Svalbard, e conta circa 2.400 abitanti. È uno degli insediamenti permanenti più settentrionali del pianeta, fondato come avamposto minerario per lo sfruttamento dei giacimenti di carbone locali. Sotto i suoi piedi c'è il permafrost: uno strato di suolo permanentemente ghiacciato che impedisce il normale ciclo di decomposizione organica.

Quando le temperature si mantengono costantemente sotto zero, i batteri che normalmente degradano i corpi rallentano fino quasi a fermarsi. Il risultato è che i corpi sepolti nel cimitero locale restano conservati per decenni. Questo non è solo una curiosità scientifica: nel 1997 e 1998 un gruppo di ricercatori ha estratto campioni di tessuto dalle vittime dell'influenza spagnola del 1918 sepolte nel terreno gelato, recuperando materiale genetico del virus ancora leggibile dopo ottant'anni.

A partire dal 1950 le autorità locali hanno vietato la sepoltura sul territorio. Chi si trova in condizioni di salute critiche viene trasferito sulla terraferma norvegese prima del decesso. Non esiste tuttavia nessuna norma che impedisca la morte in sé: il divieto riguarda la pratica funeraria, non l'evento biologico.

Miyajima: la tradizione shintoista che esclude la morte

L'isola di Miyajima, nota anche come Itsukushima, si trova nella baia di Hiroshima e ospita il santuario shintoista di Itsukushima, riconosciuto Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO dal 1996. Il complesso è costruito sull'acqua, con edifici collegati da passerelle che sembrano galleggiare durante le alte maree. Il grande Torii rosso, il portale di accesso alto sedici metri che emerge dal mare, è uno dei simboli più fotografati del Giappone.

L'isola è considerata sacra dalla tradizione shintoista fin dall'antichità, e questa sacralità ha definito anche le sue regole. Dal 1878 è in vigore il divieto di nascite e morti nelle vicinanze del santuario: secondo il credo shintoista, il sangue versato durante il parto e il corpo del defunto portano una contaminazione spirituale, detta kegare, che compromette la purezza del luogo sacro.

In pratica, le donne in procinto di partorire e i malati terminali vengono trasportati sulla terraferma. Non si tratta di una legge dello stato giapponese, ma di una norma religiosa e comunitaria mantenuta dai custodi del santuario. Il confine tra regola condivisa e divieto formale è in questo caso molto sottile.

Falciano del Massico e altri casi nel mondo

Accanto ai due casi più noti esistono altri episodi meno citati ma altrettanto emblematici. A Falciano del Massico, comune della provincia di Caserta con circa 3.500 abitanti, il sindaco Giulio Cesare Fava firmò il 9 marzo 2012 un'ordinanza che vietava formalmente ai cittadini di morire. Il motivo era pratico: il comune non disponeva di un cimitero proprio e quello del comune vicino di Carinola era saturo. L'ordinanza era un atto deliberatamente provocatorio, pensato per attirare l'attenzione delle autorità superiori sul problema.

Un caso simile si era verificato in Francia nel 2008, nel villaggio di Sarpourenx, dove il sindaco aveva emesso un decreto analogo dopo che un tribunale aveva negato l'esproprio del terreno per ampliare il cimitero locale. In Brasile, il comune di Biritiba Mirim, nella periferia di San Paolo, aveva adottato una misura simile nel 2005 per le stesse ragioni: cimitero pieno e impossibilità di costruirne uno nuovo per vincoli territoriali.

Questi casi hanno in comune il fatto di essere ordinanze simboliche, strumenti di comunicazione politica più che norme vincolanti. Nessuna di esse ha mai prodotto una sanzione effettiva a carico di un cittadino.

Errori comuni sul divieto di morire

Credere che morire sia un reato: in nessuna delle località citate esiste una sanzione penale per chi muore. Le ordinanze come quella di Falciano del Massico non producono effetti giuridici concreti perché nessun ente pubblico ha il potere di vietare un evento biologico involontario. Sono atti simbolici, validi come strumenti di denuncia politica ma privi di conseguenze pratiche.

Confondere il divieto di sepoltura con il divieto di morte: a Longyearbyen la norma riguarda la sepoltura, non la morte. Un residente che muore improvvisamente in città non viola nessuna legge. Sono le pratiche funerarie, legate alla conservazione del suolo e alla sicurezza sanitaria, a essere regolamentate.

Pensare che queste norme valgano per i turisti: i casi di Falciano del Massico, Sarpourenx e Biritiba Mirim nascono da problemi di capienza cimiteriale che riguardano i residenti. I visitatori temporanei non sono mai stati oggetto di nessuna misura specifica.

Domande frequenti

Dove si trova la città più famosa dove è vietato morire?

La città più citata è Longyearbyen, sulle Isole Svalbard in Norvegia. Il divieto riguarda formalmente la sepoltura e non la morte in sé, ma è diventato popolare come esempio di luogo dove è vietato morire per via del contesto estremo legato al permafrost e alla conservazione dei patogeni.

Cosa succede ai malati gravi a Longyearbyen?

Le persone in condizioni critiche vengono trasferite negli ospedali della terraferma norvegese prima del decesso. Non esiste un meccanismo coercitivo che forzi il trasferimento: è una prassi consolidata, sostenuta dall'assenza di strutture ospedaliere adeguate nell'arcipelago delle Svalbard.

L'isola di Miyajima è aperta ai turisti?

Sì, Miyajima è una delle mete turistiche più visitate del Giappone. Le restrizioni legate alla tradizione shintoista riguardano nascite e morti nell'area del santuario, non l'accesso dei visitatori. Il sito è iscritto nella lista UNESCO come Patrimonio Mondiale dell'Umanità dal 1996.

Esiste un caso di divieto di morire anche in Italia?

Sì. Il caso più noto è quello di Falciano del Massico, in provincia di Caserta, dove nel 2012 il sindaco ha emesso un'ordinanza simbolica che vietava ai cittadini di morire per richiamare l'attenzione sulla mancanza di un cimitero comunale. L'ordinanza non aveva effetti giuridici vincolanti. Le storie di Longyearbyen, Miyajima e Falciano del Massico mostrano quanto la gestione della morte sia intrecciata con la geografia, la religione e la burocrazia. La morte come evento biologico resta sottratta a qualsiasi regolamentazione umana, ma le pratiche che la circondano riflettono ogni volta la società che le ha elaborate. Che queste storie diventino virali dice qualcosa di preciso: la morte è ancora il tabù che rende la curiosità più intensa.

Pubblicato il: 4 maggio 2026 alle ore 21:07

Simona Alba

Articolo creato da

Simona Alba

Giornalista Pubblicista Simona Alba è una professionista dell’editoria, giornalista ed esperta in comunicazione con una solida specializzazione nella gestione di processi culturali e innovazione digitale. Laureata in Progettazione e gestione di eventi e imprese culturali a Firenze, ha proseguito il suo percorso accademico a Roma, presso l’Università La Sapienza, dove ha conseguito la laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, focalizzandosi sull'analisi del panorama informativo contemporaneo e sul giornalismo d’inchiesta. Attualmente redattrice presso Edunews24, dove sviluppa contenuti focalizzati su istruzione, formazione, ricerca e nuove tecnologie. Nella sua attività professionale, coniuga il rigore dell'approfondimento giornalistico con le più avanzate strategie di analisi SEO e dinamiche del web, con l'obiettivo di rendere la divulgazione scientifica e culturale uno strumento accessibile per lo sviluppo dello spirito critico. Nel corso della sua carriera ha maturato esperienza all'interno di redazioni giornalistiche, distinguendosi per la capacità di interpretare la cultura come motore di cambiamento sociale e organizzativo.

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