- Il peso demografico dell'immigrazione
- L'inverno demografico regione per regione
- Pensioni e sanità: un sistema che scricchiola
- Il mercato del lavoro perde 2,7 milioni di persone
- Le previsioni al 2050 e le strade per invertire la rotta
- Domande frequenti
Nel 2025 sono nati in Italia circa 358mila bambini. Senza il contributo delle famiglie straniere, quel numero sarebbe sceso a 309mila: quasi 50mila neonati in meno. Il dato, contenuto nell'ultimo report Istat, fotografa una realtà che il dibattito pubblico fatica ancora ad affrontare con lucidità. Gli immigrati non rappresentano soltanto braccia per il mercato del lavoro o protagonisti della cronaca sugli sbarchi. Sono, nei fatti, uno dei pochi argini contro il collasso demografico del Paese. Come ha spiegato a Francesco Billari, rettore dell'Università Bocconi e demografo di fama internazionale, "invertire il trend della natalità richiede venti o trent'anni, mentre l'immigrazione ha un effetto immediato". Una distinzione temporale che la politica sembra ignorare, oscillando tra proclami sulla famiglia e resistenze ideologiche sul tema della cittadinanza.
Il peso demografico dell'immigrazione
I numeri parlano con chiarezza. Dal 2006 almeno un nato su dieci in Italia è figlio di genitori stranieri. Nel 2013 si raggiunse il picco del 15,1%, mentre nel 2025 la quota si è attestata al 13,7%, equivalente a un neonato su sette. Ma il dato medio nazionale nasconde differenze territoriali profonde. In Liguria, Emilia Romagna e Lombardia circa il 20% dei nuovi nati ha entrambi i genitori stranieri: uno su cinque. E la cifra reale potrebbe essere superiore. Billari sottolinea che "alcuni dei neonati contati da Istat come italiani sono figli di genitori naturalizzati", sfuggendo così alla rilevazione statistica. Il punto centrale, secondo il rettore della Bocconi, è che l'Italia continua a guardare l'immigrazione attraverso lenti parziali: emergenza, sicurezza, fabbisogno di manodopera. "In realtà porta nascite e famiglie, se viene gestita meglio", insiste Billari, aggiungendo con una punta di amarezza che "l'immigrazione ci va bene solo quando Moise Kean segna in nazionale e possiamo dire che è nato a Vercelli". Non si tratta di aprire le frontiere senza criterio, ma di costruire una strategia di lungo periodo. Un approccio che, peraltro, il rapporto OCSE ha evidenziato come carente rispetto agli altri Paesi europei.
L'inverno demografico regione per regione
L'espressione "inverno demografico" rischia di suonare astratta. I dati regionali la rendono concretissima. In Sardegna le nascite si sono ridotte del 53,2% rispetto all'inizio del secolo: in venticinque anni, più della metà dei neonati è semplicemente scomparsa dalle statistiche. La Basilicata registra un calo del 47,6%, la Puglia del 46,1%. Anche le regioni considerate più dinamiche non sono immuni: il Trentino Alto Adige e l'Emilia Romagna, pur con performance migliori, segnano comunque un 20% di nati in meno rispetto al 2000. Il Mezzogiorno paga il prezzo più alto, in un circolo vizioso che Billari descrive con precisione: quando le nascite crollano, le scuole chiudono. Quando le scuole chiudono, le famiglie con bambini se ne vanno. I negozi perdono clienti e abbassano le saracinesche. Alla fine anche chi non ha figli si trasferisce. È un "meccanismo che si autorinforza e che diventa irreversibile", avverte il demografo. L'Italia si ritrova così spaccata in due, con il Nord che riesce a compensare parzialmente grazie all'immigrazione e il Sud che sprofonda.
Pensioni e sanità: un sistema che scricchiola
La struttura demografica su cui sono stati costruiti il sistema pensionistico e quello sanitario italiano prevedeva una piramide classica: molti bambini alla base, una larga fascia di adulti in età lavorativa, pochi anziani al vertice. Quella piramide si sta capovolgendo. L'aumento della longevità, di per sé una conquista straordinaria, combinato con il crollo delle nascite produce una pressione senza precedenti sul welfare. "La nostra società è costruita per una popolazione che aumenta lentamente o velocemente", spiega Billari. "Non siamo abituati a una popolazione che diminuisce e invecchia, perché non è mai successo prima". Le conseguenze sono tangibili già oggi. Il rapporto tra contribuenti attivi e pensionati si deteriora anno dopo anno. Il sistema sanitario deve fronteggiare una domanda crescente di assistenza geriatrica con risorse che si assottigliano. Fenomeni come la Maggiore Presenza degli Anziani nel Web in Italia confermano il peso crescente della popolazione over 65 nella società italiana. Senza un riequilibrio generazionale, finanziare pensioni e cure diventerà un esercizio sempre più insostenibile.
Il mercato del lavoro perde 2,7 milioni di persone
Da qui al 2050 l'Italia è destinata a perdere il 10,6% della sua forza lavoro. La popolazione attiva, oggi pari a 25,5 milioni di persone, scenderà a 22,8 milioni: un calo netto di 2,7 milioni di lavoratori. A contrarsi maggiormente sarà la fascia tra i 45 e i 64 anni, che passerà da quasi 13 milioni a 10,6 milioni. Numeri che, secondo Billari, "comporteranno una pressione sul sistema pensionistico" ma che "potrebbero cambiare a fronte di una politica diversa sull'immigrazione". In ogni caso, dovrà cambiare il rapporto con l'età lavorativa. Se i giovani italiani studieranno più a lungo, iniziando a lavorare a 25 anni, "averne 65 non corrisponderà più all'età della pensione, dovremo andarci a 70 anni", prevede il rettore. Un dato colpisce particolarmente: la speranza di vita lavorativa in Italia è oggi la più bassa d'Europa. Significa meno anni di contributi versati, meno produttività complessiva, meno risorse per finanziare i servizi pubblici. Il paradosso è evidente: un Paese che invecchia rapidamente è anche quello in cui si lavora per meno tempo nell'arco della vita.
Le previsioni al 2050 e le strade per invertire la rotta
Le proiezioni Istat offrono uno spiraglio, che va però interpretato con cautela. Lo scenario mediano prevede un incremento delle nascite fino al 2040, quando potrebbero superare nuovamente le 400mila unità, per poi tornare a scendere. L'apparente ripresa si spiega con due fattori: l'arrivo in età fertile di coorti più numerose, figlie anche dell'immigrazione passata, e un ipotetico aumento del numero di figli per donna da 1,18 a 1,46. Billari definisce questa seconda ipotesi "ottimista", nel senso che presuppone interventi politici efficaci. Il calo successivo al 2040 è invece quasi inevitabile: "inizieranno ad avere un'età per diventare genitori i pochi nati di questi ultimi anni". Anche geograficamente il futuro sarà asimmetrico, con il Nord in crescita e il Mezzogiorno in ulteriore arretramento. La sintesi è chiara. L'Italia ha bisogno simultaneamente di politiche familiari strutturali, capaci di produrre effetti nei prossimi decenni, e di una gestione intelligente dell'immigrazione, che dia risultati immediati. Ignorare il contributo demografico degli stranieri, o trattarlo come un dato marginale, significa rinunciare all'unico strumento oggi disponibile per evitare che il sistema di welfare italiano si avviti in una spirale irreversibile.