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Vajont, una centrale idroelettrica sul luogo della memoria: il progetto che divide comunità e istituzioni
Cultura

Vajont, una centrale idroelettrica sul luogo della memoria: il progetto che divide comunità e istituzioni

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La società veneta Willy Red propone un investimento da 12 milioni di euro per produrre energia dall'acqua del Vajont. Longarone dice no, Erto e Casso apre. Una vicenda che interroga il Paese sul rapporto tra passato e transizione energetica.

Ci sono luoghi in Italia dove la geografia è inseparabile dalla storia. Il Vajont è uno di questi. Pronunciare quel nome significa evocare la notte del 9 ottobre 1963, i quasi duemila morti, un'intera comunità cancellata dall'onda che scavalcò la diga. Significa anche richiamare una delle pagine più nere dell'incuria istituzionale e della sottovalutazione del rischio. Ed è proprio in questo contesto carico di significato che si inserisce oggi una proposta destinata a far discutere.

Il progetto Willy Red e i numeri sul tavolo

La Willy Red, società veneta attiva nel settore energetico, ha presentato alla Regione Friuli-Venezia Giulia un progetto per la realizzazione di una nuova centrale idroelettrica che sfrutterebbe le acque del Vajont. I numeri parlano chiaro: un investimento stimato in 12 milioni di euro e una capacità produttiva di circa 13,3 milioni di kilowattora all'anno. Cifre non trascurabili, soprattutto in un'epoca in cui l'Italia è impegnata — almeno sulla carta — nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione fissati dal PNIEC e dalle direttive europee.

Stando a quanto emerge dalla documentazione presentata, l'impianto sarebbe progettato con tecnologie moderne, a basso impatto ambientale, e contribuirebbe alla produzione di energia rinnovabile in un territorio montano che storicamente ha legato la propria identità economica proprio allo sfruttamento delle risorse idriche. Del resto, il dibattito più ampio sulle fonti energetiche del futuro — dall'idrogeno verde al mini nucleare — è quanto mai vivo nel Paese, come dimostrano le riflessioni di Giovanni Musso sulle prospettive dell'energia pulita.

Ma qui non siamo di fronte a un qualsiasi sito montano. Siamo al Vajont.

Due sponde, due visioni: Longarone contro Erto e Casso

La frattura politica e simbolica che il progetto ha aperto tra le comunità locali racconta molto più di una semplice divergenza amministrativa.

Da una parte c'è il sindaco di Longarone, che ha espresso una netta opposizione alla centrale idroelettrica. Le ragioni sono radicate nella ferita ancora aperta di quella tragedia: Longarone fu il paese più colpito, quello che perse quasi tutto, e la cui ricostruzione — fisica e identitaria — è passata attraverso decenni di dolore e di battaglie legali. Per la comunità longaronese, tornare a sfruttare economicamente quelle acque equivale, nella percezione di molti, a una profanazione.

Dall'altra parte della valle, il sindaco di Erto e Casso ha invece manifestato supporto per il progetto. La posizione è pragmatica: si tratta di un piccolo comune montano, con una popolazione in calo costante, dove le opportunità di sviluppo economico si contano sulle dita di una mano. I 12 milioni di investimento rappresenterebbero una boccata d'ossigeno, royalties comprese, e la produzione energetica potrebbe generare ricadute positive sul territorio.

Due comunità che condivisero la stessa catastrofe, oggi divise sul modo di guardare avanti. Non è un dettaglio.

La memoria del Vajont e il peso delle parole

C'è un aspetto di questa vicenda che trascende l'analisi costi-benefici e che riguarda il modo in cui una nazione si rapporta ai propri traumi collettivi. La diga del Vajont esiste ancora oggi, monumento muto a un disastro che fu anzitutto umano — figlio di scelte sbagliate, allarmi ignorati, interessi economici anteposti alla sicurezza. Quel manufatto è diventato nel tempo un simbolo, studiato nelle scuole, raccontato dal celebre monologo di Marco Paolini, visitato ogni anno da migliaia di persone.

Proporre una nuova centrale idroelettrica in quel contesto significa inevitabilmente confrontarsi con questo patrimonio di memoria. Non farlo — o farlo male — significherebbe ripetere, su un piano diverso, l'errore originario: decidere senza ascoltare, procedere senza comprendere.

Va detto con chiarezza: rispettare la memoria non può tradursi automaticamente in un veto permanente su qualsiasi iniziativa economica. Le comunità montane non possono essere condannate all'immobilismo in nome di un ricordo, per quanto sacrosanto. Ma è altrettanto vero che la qualità di un processo decisionale si misura dalla capacità di tenere insieme dimensioni apparentemente inconciliabili. In fondo, è questa la sfida più ampia che riguarda la partecipazione civica e la capacità di costruire scelte condivise nelle democrazie contemporanee.

Energia rinnovabile e territorio: una questione nazionale

Il caso Vajont non è isolato. In tutta Italia, la spinta verso le energie rinnovabili si scontra quotidianamente con le resistenze territoriali: pale eoliche in Sardegna e Puglia, impianti fotovoltaici sui terreni agricoli della Pianura Padana, centraline idroelettriche sugli ultimi torrenti alpini ancora liberi. Il fenomeno ha un nome — sindrome NIMBY — ma liquidarlo con un'etichetta sarebbe riduttivo.

Nel caso specifico del Friuli-Venezia Giulia, la Regione dovrà valutare il progetto alla luce delle normative vigenti in materia di concessioni idriche, impatto ambientale e vincoli paesaggistici. Il percorso autorizzativo, come sottolineato da più osservatori, sarà lungo e articolato. Ma la vera partita non si giocherà solo negli uffici tecnici regionali.

I 13,3 milioni di kilowattora che l'impianto produrrebbe annualmente equivalgono al fabbisogno energetico di diverse migliaia di famiglie. In un Paese che importa ancora una quota significativa del proprio fabbisogno elettrico e che ha obiettivi vincolanti di investimento nelle energie rinnovabili, non è un dato che si possa ignorare. Allo stesso tempo, la fattibilità tecnica non è mai condizione sufficiente per la legittimità sociale di un'opera.

Decidere bene, non solo decidere in fretta

Questa vicenda pone una domanda che va ben oltre il destino di una singola centrale idroelettrica di nuova costruzione. Riguarda il metodo. Come si prendono le decisioni giuste in un Paese che ha bisogno contemporaneamente di energia pulita, di sviluppo per le aree interne e di rispetto per la propria storia?

La risposta non può essere né il sì automatico — perché i megawatt sono megawatt e la transizione ecologica non aspetta — né il no pregiudiziale, che trasformerebbe la memoria in un alibi per l'immobilismo. Servirebbe, semmai, un processo trasparente, partecipato, capace di coinvolgere entrambe le comunità, i tecnici, le istituzioni regionali e nazionali, e magari anche le associazioni dei familiari delle vittime.

La Willy Red ha messo sul tavolo un progetto con numeri concreti. Ora tocca alle istituzioni dimostrare che l'Italia sa ancora decidere — e che sa farlo bene. Il Vajont, più di ogni altro luogo, merita che si faccia sul serio.

Pubblicato il: 11 marzo 2026 alle ore 09:58

Domande frequenti

Quali sono le principali caratteristiche del progetto Willy Red per la centrale idroelettrica sul Vajont?

Il progetto prevede un investimento di 12 milioni di euro e una capacità produttiva di circa 13,3 milioni di kilowattora all'anno. L'impianto sarebbe realizzato con tecnologie moderne a basso impatto ambientale e contribuirebbe alla produzione di energia rinnovabile nella zona.

Perché le comunità di Longarone ed Erto e Casso sono divise sul progetto?

Longarone si oppone in quanto il paese fu il più colpito dalla tragedia del 1963 e percepisce la nuova centrale come una possibile profanazione della memoria. Erto e Casso, invece, vede nel progetto un'opportunità di sviluppo economico e di rilancio per una comunità in difficoltà demografica ed economica.

Qual è il significato simbolico della diga del Vajont oggi?

La diga è diventata un simbolo nazionale del disastro umano e istituzionale, oggetto di studio e memoria collettiva. Rappresenta un monito sulle conseguenze di scelte sbagliate e sulla necessità di rispettare la storia nei processi decisionali futuri.

Quali sono le principali sfide nel processo decisionale su questo tipo di progetti energetici?

Le principali sfide riguardano la necessità di bilanciare esigenze di sviluppo economico, produzione di energia pulita e rispetto della memoria storica. È fondamentale un processo trasparente e partecipato che coinvolga tutte le parti interessate, evitando sia decisioni affrettate che immobilismo.

In che modo il caso Vajont riflette una questione nazionale sulle energie rinnovabili?

Il caso Vajont evidenzia come in Italia la realizzazione di impianti rinnovabili spesso si scontri con resistenze locali e questioni di memoria o tutela del territorio. Dimostra la complessità di conciliare obiettivi ambientali nazionali con le sensibilità e i bisogni delle comunità locali.

Redazione EduNews24

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