I fatti di Milano del 17 e 18 ottobre hanno portato 271 persone in questura. 220 sono minorenni, il più piccolo ha 11 anni.
Chi è finito davanti al giudice
Il bilancio dei due giorni di guerriglia urbana parla di 104 agenti con ricorso alle cure mediche e di negozi devastati tra piazza del Duomo e Castello Sforzesco. La procura contesta devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata.
Dei primi 11 minorenni interrogati dal Tribunale per i minorenni, cinque sono stati collocati in comunità e sei in «permanenza in casa», la misura equivalente ai domiciliari per gli infradiciottenni. Il gip ha parlato di rischio altissimo che accada ancora e, nei provvedimenti sui maggiorenni, ha ipotizzato «un preciso progetto di destabilizzazione dell'ordine pubblico».
Alcuni ragazzi, usciti dalla questura, hanno risposto ai cronisti con una frase sola: «Rabbia? Perché non dovremmo averne?». La fascia d'età prevalente dei protagonisti coincide con quella di seconda e terza media.
La misura del nodo educativo
L'editoriale di Marco Radaelli su Tecnica della Scuola ha letto nei fatti di Milano un «gigantesco problema educativo» di fronte a undicenni che raccolgono pietre e colpiscono vetrine. Il nodo è reale e ha una misura precisa.
Il Rapporto nazionale INVALSI 2026 fotografa la stessa fascia d'età dei ragazzini portati in questura. Alla fine della terza media solo il 57% degli studenti raggiunge il livello obiettivo in italiano e il 55% in matematica. Significa che poco meno di quattro ragazzi su dieci escono dal primo ciclo senza una comprensione del testo adeguata e quasi uno su due senza la matematica di base attesa a 13 anni.
Il divario territoriale amplifica il quadro: tra Centro-Nord e Mezzogiorno restano 10 punti percentuali in italiano e fino a 20 punti in matematica. La dispersione scolastica implicita, cioè gli studenti che chiudono la terza media senza le competenze equivalenti al titolo che ricevono, resta al 12,3% a quell'età, con punte oltre il 20% in Sicilia, Calabria e Sardegna. Il dato complessivo nazionale è sceso al 6,3%, ma il primo ciclo rimane la soglia critica.
La «banalità del male» di Hannah Arendt citata nell'editoriale ha un suo correlato statistico. Un pensiero povero di parole, confronti e profondità non è un'ipotesi filosofica: è ciò che le prove misurano ogni anno su circa 2,4 milioni di studenti e studentesse, in 11.400 istituzioni scolastiche. Alla sola terza media hanno risposto 520.000 ragazzi: la coorte che si affaccia all'adolescenza con il bagaglio del primo ciclo appena chiuso.
Cosa può fare davvero la scuola
La politica scolastica ha reagito in tempi stretti. Il ministro Valditara, convocato in prefettura a Milano, ha riportato in cima all'agenda i patti educativi scuola-famiglia e il divieto dei cellulari in aula. La misura disciplinare, da sola, non colma però il vuoto di parole e di pensiero che gli INVALSI misurano ogni anno.
Le esperienze sul campo offrono indicazioni più robuste. A inizio ottobre la fiera FLA di Milano con 90 laboratori sulla nuova educazione civica ha mostrato percorsi di cittadinanza attiva impostati sulla pratica continuativa, non sull'intervento spot. Il principio dell' educazione alimentare come imprinting lavora sullo stesso schema dal fronte opposto: le abitudini e la capacità di scelta si costruiscono presto, con costanza, non con una lezione occasionale. Lo stesso vale per la capacità di fermarsi prima di scagliare una pietra.
La prossima rilevazione INVALSI arriverà a luglio 2027. Nel frattempo i 220 minorenni portati in questura hanno davanti un percorso giudiziario e, per undici di loro, una comunità o la casa. La scuola che li ha accompagnati fin qui è la variabile su cui si gioca la differenza fra chi riconosce il bene dal male e chi raccoglie una pietra.