Alla maturità 2026 si sono presentati 527.607 studenti, ma per una parte consistente il verdetto era già arrivato mesi prima. Il TOLC firmato in primavera aveva chiuso la partita: università scelta, corso deciso, immatricolazione già in tasca.
I numeri del rito che si tiene ma non basta
Il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha organizzato 13.989 commissioni per 27.884 classi, con 513.479 candidati interni e 14.128 esterni. La maggior parte arriva dai licei (273.854), seguita da tecnici (167.136) e professionali (86.617). Sono numeri da rito di massa, e come ogni rito richiedono che chi lo celebra e chi lo subisce ci credano.
Il colloquio orale è la parte che il Ministero ha voluto rafforzare quest'anno: incentrato su quattro discipline definite dal decreto, con la cosiddetta scena muta cancellata. L'Ordinanza ministeriale 54 del 26 marzo 2026 impone la partecipazione a tutte le prove, pena la mancata validità dell'esame. Una leva motivazionale? No: sanzionatoria.
Il voto che nessuno guarda più: il TOLC decide prima
Il paradosso è quello raccontato da chi le commissioni le siede: quasi tre quarti dei ragazzi arrivano al colloquio con l'immatricolazione già firmata. I dati CISIA 2026 spiegano perché: oltre 234.500 candidati hanno sostenuto un TOLC, per un totale di 324.026 prove erogate. Nei corsi a numero programmato la graduatoria si costruisce sul punteggio del test, non sul voto di maturità.
Il risultato è un rovesciamento silenzioso: l'esame di Stato resta formalmente la porta d'ingresso al mondo adulto, ma le porte vere si aprono mesi prima con i test d'ingresso. Chi ha chiuso a gennaio non aspetta il 100 di luglio: quel 100 non lo leggerà mai nessuno alla scrivania delle iscrizioni.
Un'Italia spaccata: 10% col massimo, ma dipende dove nasci
Le statistiche sugli esiti 2026 raccontano un altro cortocircuito. Il 7,1% dei diplomati ha ottenuto 100 tondo e il 2,8% (quasi 14 mila candidati) la lode: il 10% chiude col massimo, doppiando la quota di chi si ferma al 60. Ma il dato nazionale nasconde uno spread regionale enorme.
In Calabria la lode tocca il 6,1% e il 100 tondo il 12,0%: quasi un maturando su cinque esce con il massimo. Seguono Sicilia (10,3% col 100), Puglia (9,9%) e Campania (9,5%). Al Nord la logica è opposta: in Valle d'Aosta le lodi sfiorano lo 0,3%, in Lombardia i 100 restano al 4,0%, in Piemonte al 5,0%. La stessa Calabria che detiene il record dei 100 e lode è però ultima negli INVALSI, un cortocircuito che nessuna griglia di correzione riesce a spiegare.
Lo scoglio, per chi resta fuori, è l'ammissione. Nel 2025 il 3,5% degli studenti di quinto non è stato ammesso: la regione più severa è la Sardegna (7,1%), seguita da Liguria (5,0%) e Trentino-Alto Adige (4,6%). Una volta dentro, però, il diploma è quasi garantito: i bocciati alle prove finali si fermano allo 0,3%.
Cosa cambia davvero per studenti e docenti
Al Sud i numeri del rito si intrecciano con quelli del portafoglio: la Carta del merito rischia il dimezzamento proprio dove i 100 sono più diffusi, con un bonus più affollato e di valore unitario minore. Le prove speciali mostrano un'altra faccia del cielo di carta: il sistema Braille viaggia ancora su plichi cartacei tra scuole e commissioni, senza infrastruttura digitale dedicata.
E c'è la questione dei promossi: nel 2026 gli ammessi toccano i massimi storici e i voti dividono l'Italia in due, con differenze regionali che rendono i voti finali non comparabili tra Nord e Sud. Se il datore di lavoro o l'ateneo non usano più il voto, è perché non è più un segnale affidabile.
Il commissario che ha scritto per Il Sussidiario ha chiuso il suo racconto con Pirandello: cento maschere, un cielo di carta. I numeri del MIM raccontano la stessa storia senza citazioni. Se il voto pesa poco e la geografia decide più della prova, la maturità 2026 non è un rito da riformare: è un colloquio da ripensare, a partire da quello che ogni ragazzo sa già di sé prima di entrare in aula.