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Starship al primo volo orbitale: perché nel carico ci sono 26 Starlink V3

Il volo di lunedì 28 settembre porta in orbita 26 Starlink V3: un lancio equivale a cinque Falcon 9 e a 20 volte la capacità Starlink aggiunta.

Il primo volo orbitale di Starship, il razzo alto 124 metri di SpaceX, slitta di sei giorni: il decollo da Boca Chica, in Texas, è ora fissato per lunedì 28 settembre 2026, con una finestra di 75 minuti che si apre alle 14:15 ora italiana. A bordo, per la prima volta, ci sono 26 satelliti Starlink V3 destinati a essere rilasciati durante la missione.

Dal volo suborbitale all'orbita, 275 chilometri di differenza

Fino a ora il razzo è decollato tredici volte, sempre su traiettoria suborbitale: il secondo stadio raggiungeva lo spazio, disegnava un arco balistico e ammarava senza mai chiudere un'orbita. Il volo del 28 settembre punta invece a 275 chilometri di quota, sei giri intorno alla Terra e quasi dieci ore di missione, con un rientro controllato nell'Oceano Pacifico. Il Super Heavy, il primo stadio da 33 motori Raptor, si separa poco dopo il decollo e prova un ammaraggio pilotato nel Golfo del Messico. La conferma della data resta appesa all'approvazione finale della FAA, che rilascia le licenze di volo per Starship sotto il regime della disciplina Part 450 per licenze operative dei veicoli spaziali - FAA.

Il vero test è commerciale, non scientifico

I 26 Starlink V3 nella stiva pesano molto più delle telecamere e delle simulazioni di rientro. Ogni satellite V3 ha una capacità di downlink di 1 Tbps, contro i circa 100 Gbps dei V2 Mini oggi lanciati da Falcon 9: dieci volte più banda per singolo satellite, con antenne che gestiscono 2.048 fasci in downlink invece dei 192 della generazione precedente. Il carico complessivo di questo volo aggiungerebbe alla rete Starlink circa 60 Tbps di capacità in dieci ore, venti volte quello che oggi porta in orbita un Falcon 9 con 24 V2 Mini. Tradotto: un lancio riuscito di Starship sostituisce circa cinque missioni Falcon 9, oggi la spina dorsale commerciale di SpaceX. Con oltre 11.100 satelliti Starlink già attivi in orbita bassa a settembre 2026, il volo di lunedì apre la fase in cui la costellazione smette di crescere a incrementi di ventiquattro alla volta e comincia a farlo per blocchi da ventisei ad altissima capacità. È la logica industriale che spiega perché SpaceX abbia bruciato in test cinque secondi stadi negli ultimi due anni per arrivare a questa data.

Cosa cambia sulla Terra e in orbita

Per gli utenti Starlink il salto di capacità significa gigabit domestici già promessi con la prossima generazione di terminali, con il collo di bottiglia che si sposta dal satellite al ricevitore a terra. Per il settore delle telecomunicazioni cambia il paragone: se il vettore entra in produzione regolare, il costo per terabit inviato in orbita crolla e nessun operatore satellitare tradizionale può reggere l'inseguimento. Per la NASA, che ha selezionato una variante del veicolo come lander lunare del programma Artemis per il ritorno umano sulla Luna - NASA, un volo orbitale con carico reale accelera la certificazione umana e dà un banco di prova alla riaccensione dei motori nello spazio. Il legame tra spazio profondo e ricerca fondamentale, dal comportamento della gravità di Einstein nel mondo quantistico fino alla caccia a biosegnali di 3,5 miliardi di anni con età certa, passa da qui: senza un vettore riutilizzabile ad alta cadenza le missioni lunghe restano promesse su carta. Anche l'ambiente entra nell'equazione: più lanci significa più emissioni in alta quota e più detriti da gestire in orbita bassa, in un anno che ha già segnato l'estate più calda dal 1950.

L'esito del 28 settembre pesa sulla tabella di marcia più che sui contratti: un secondo veicolo per il decollo del 2027 è già in costruzione a Starbase, e ogni giorno di rinvio sposta all'anno prossimo il primo tentativo di ripresa del booster con le braccia della torre di lancio Mechazilla.

Pubblicato il: 21 settembre 2026 alle ore 14:05