La Norvegia potrebbe versare circa 44 miliardi di corone (quasi 3,7 miliardi di euro) per partecipare al prossimo Horizon Europe 2028-2034, contro i 31,7 miliardi del programma attuale. La ministra della Ricerca Eileen Fugelsnes ha avvertito il 28 settembre che Oslo "non parteciperà a qualsiasi costo", aprendo un dibattito politico che tocca da vicino anche l'Italia.
La ministra ha poi corretto il tiro, confermando l'adesione, ma il nodo resta: come finanziare il contributo senza indebolire la ricerca interna. Perché nel frattempo Bruxelles ha proposto di raddoppiare il budget del programma a 175 miliardi di euro, portando l'intera base di contribuenti davanti a un conto molto più salato.
Il conto norvegese e il raddoppio proposto da Bruxelles
Secondo le stime del ministero norvegese dell'Istruzione, la quota annuale salirebbe da circa 4,5 a 6,3 miliardi di corone, con un aumento di 1,8 miliardi l'anno. A pesare non è solo l'inflazione, ma la proposta della Commissione per il nuovo Horizon Europe 2028-2034, presentata il 16 luglio 2025: 175 miliardi di euro, quasi il doppio dei 95,5 miliardi dell'attuale settennato.
Il premio Nobel per la Medicina Edvard Moser, titolare di due ERC Advanced Grant e di un ERC Synergy Grant in corso, ha detto a Khrono di non riuscire a immaginare un'uscita norvegese dal programma. Il nodo politico però è aperto: in parlamento, il 7 ottobre, anche Progress Party e Centre Party hanno chiesto di valutare la spesa prima di confermare l'adesione. Un segnale che il modello di finanziamento del prossimo FP10 non è scontato per nessun Paese associato o membro.
Il paradosso italiano: 10% delle proposte, solo il 7% dei fondi
Il caso norvegese fa riflettere perché l'Italia ha il problema opposto. Nei primi quattro anni di Horizon Europe (2021-2024), secondo il rapporto APRE 2026, l'Italia ha portato a casa 3,75 miliardi di euro, pari all'8,7% dei 43,2 miliardi messi a bando. Un ritorno finanziario complessivo dell'8,2%, sotto il peso italiano in termini di contribuzione al bilancio UE.
Il confronto con gli altri grandi contribuenti è impietoso: Francia e Spagna superano il 10%, la Germania supera il 15%. E c'è un dato ancora più scomodo: a fronte di una presenza dei coordinatori italiani intorno al 10% dei progetti, il rientro finanziario si ferma al 7%. Si scrivono proposte, si vincono, ma la quota del budget che resta nelle casse delle istituzioni italiane è inferiore. Il trend, dopo due anni stabili, è in calo dal 2023 e il peggioramento si è reso evidente nel 2025.
Il tema è noto al Ministero dell'Università e della Ricerca: la pagina del MUR sul programma quadro europeo di ricerca indica il programma come leva strategica per la competitività nazionale. Le 10 raccomandazioni del gruppo Bassetti sui bandi pubblici di ricerca vanno in questa direzione: tempi certi, selezione per merito, continuità dei finanziamenti nazionali per non lasciare i gruppi italiani scoperti tra un bando europeo e l'altro.
ERC, secondi per vincitori ma sesti per sedi ospitanti
Il paradosso più visibile è sugli ERC Starting Grants. Nel bando 2026 l'Italia è seconda per nazionalità dei vincitori, con 50 ricercatori italiani premiati per circa 75 milioni di euro, dietro solo alla Germania (84) e davanti alla Francia (30). Ma nella classifica dei Paesi che ospitano i progetti, l'Italia scende al sesto posto: solo 22 dei 50 progetti restano effettivamente in Italia, mentre Germania (89), Regno Unito (47) e Francia (38) attraggono i vincitori di altre nazionalità.
Sono i numeri raccontati in dettaglio in 50 giovani ricercatori italiani premiati dal Consiglio europeo della ricerca: una fuga che neutralizza parte del vantaggio competitivo del Paese. Sul fronte politico, i nuovi bandi del MUR su IA, giovani e internazionalizzazione provano a trattenere quei profili con contratti più lunghi e strutture di accoglienza dedicate.
Il raddoppio del budget europeo cambia la scala del gioco. Se con 95 miliardi l'Italia ha ricavato 3,75 miliardi in quattro anni, con 175 miliardi la partita del 2028-2034 vale almeno il doppio in valore assoluto, ma solo per chi riuscirà a trasformare le proposte in laboratori attivi sul territorio. La differenza tra pagare la quota e riscuoterla si giocherà sulla capacità di trattenere i ricercatori che vincono i grant.