A Venezia 83 il premio Oscar Alex Gibney porta fuori concorso il documentario Musk, un'inchiesta di 225 minuti che descrive il fondatore di Tesla e SpaceX come «estremamente pericoloso per le democrazie nel mondo». Il film ha debuttato l'8 settembre 2026 al Lido con una standing ovation di cinque minuti.
L'inchiesta: 235 minuti, avatar in IA e testimoni difficili da convincere
Gibney, premiato con l'Academy Award nel 2008 per Taxi to the Dark Side, ricostruisce la vita del tycoon per capitoli: SpaceX, Tesla, l'infanzia segnata da un padre violento e dal bullismo, la scalata a Twitter (ora X), il legame con Donald Trump. Poiché Musk ha rifiutato di partecipare, la sua figura torna in scena come avatar CGI (testa grande, corpo piccolo) che rilegge in chiave ironica le sue frasi pubbliche più discusse.
Fra i testimoni compaiono la prima moglie Justine Wilson, il padre Errol Musk, il fratello, la giornalista di Platformer Zoe Schiffer, Kara Swisher e l'informatico Geoffrey Hinton. Nella sfera intima parla anche Ashley St. Clair, influencer di area MAGA da cui si è allontanata, che ha fatto causa a Musk per il riconoscimento di un figlio: nel film racconta di aver ricevuto un'offerta da 40 milioni di dollari per tacere. «Una delle cose che mi ha colpito di più è stata l'enorme paura delle persone di parlare, quasi una paura esistenziale», spiega Gibney. La scheda ufficiale del film sul sito della Biennale indica una durata di 225 minuti più un intervallo di 10, scanditi da un conto alla rovescia in stile rampa di lancio.
L'accusa politica: dalla Germania al Brasile, passando per il DOGE
Il cuore del film è la mappa dei sostegni politici di Musk alle destre in Germania, Turchia, Regno Unito e Brasile. Per Gibney l'appoggio «è legato alla sua ideologia, ma anche a motivi economici. Molti di questi governi tendono ad essere più malleabili. È più facile ottenere i risultati desiderati da amministrazioni corrotte e venali, prive di autocontrollo e di meccanismi di vigilanza interni. Penso che stia perseguendo un'agenda di destra globale».
La sequenza più insidiosa riguarda il Doge, il Department of Government Efficiency affidato al miliardario dall'amministrazione Trump per tagliare la spesa pubblica. I «Doge Boys», denuncia il regista, «avevano una sorta di status di super amministratori in tutte le agenzie», con accesso «a una quantità straordinaria di dati su tutti i cittadini americani». Spostare quegli archivi, aggiunge, «sarebbe semplice come spostare un file in una cartella». L'ipotesi che vengano vagliati dall'intelligenza artificiale per orientare il voto alle prossime elezioni di Midterm, in programma a novembre, è per Gibney «plausibile».
Il Lido come banco di prova del cinema come presidio di libertà
Il documentario Musk arriva in un'edizione della Mostra in cui il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha rilanciato l'idea del cinema come presidio di libertà a Venezia 83, mentre la commissione Cultura della Camera indica la Carta di Venezia come base del nuovo piano industriale del settore. La proiezione di un film così esplicitamente critico contro l'uomo più ricco del mondo misura la tenuta di quella cornice quando gli interessi in gioco toccano dati personali, diritti civili e libertà di stampa.
Nello stesso programma, il cinema torna dispositivo civile anche fuori dalla polemica geopolitica: l'11 settembre al Lido è prevista la premiazione dei cortometraggi degli studenti contro la violenza sulle donne alla presenza della sottosegretaria Lucia Frassinetti. Due traiettorie diverse, un solo palcoscenico: la formazione dello sguardo critico dei più giovani e la denuncia di un potere privato senza contrappesi.
Bleecker Street porterà Musk nelle sale statunitensi dal 16 ottobre 2026, Universal Pictures lo distribuirà nel resto del mondo: il calendario intercetta il conto alla rovescia per il voto americano e consegna al pubblico europeo un materiale scomodo con cui misurarsi prima ancora dell'uscita in Italia.