La laurea vale ancora? Dati italiani a confronto con il dibattito globale
Negli Stati Uniti, un sondaggio Indeed/The Harris Poll del marzo 2025 ha acceso il dibattito sul valore della laurea, con il 51% dei laureati Gen Z che la considera uno spreco di denaro, cifra che diminuisce drasticamente nelle generazioni precedenti. Questo dato riflette un contesto americano caratterizzato da costi universitari altissimi e un debito studentesco che supera i 2.000 miliardi di dollari. Tuttavia, la crescente preferenza per le competenze pratiche rispetto ai titoli formali si sta diffondendo anche oltre gli USA, influenzando le percezioni globali sul valore dell’istruzione universitaria. Nel contesto italiano, i dati ISTAT 2024 raccontano una realtà differente ma complessa: i laureati guadagnano in media il 38,8% in più rispetto ai non laureati e presentano tassi di occupazione più elevati (84,7% contro 74%). Tuttavia, l’Italia mostra ritardi evidenti nel confronto europeo, con il tasso di occupazione dei neolaureati a 1-3 anni dal titolo solo al 77,8%, ben al di sotto della media UE dell’86,7%. Inoltre, il ritorno economico sulla laurea in Italia richiede anni, con stipendi iniziali spesso modesti e una progressione lenta nel mercato del lavoro. L’introduzione dell’intelligenza artificiale (IA) sta ridefinendo le competenze richieste dal mercato: oltre il 41% dei lavoratori OCSE usa strumenti di IA generativa, e le abilità più valorizzate sono quelle trasversali quali pensiero critico, problem-solving e capacità decisionali. Questo cambia radicalmente l’approccio alla formazione universitaria, che deve evolversi per sviluppare competenze rilevanti. Prima di scegliere un percorso, è cruciale valutare il differenziale salariale specifico del settore, il tempo di inserimento lavorativo e le agevolazioni economiche disponibili, per un investimento formativo mirato e consapevole.