La transnational education (TNE) non è più solo internazionalizzazione. Il recente confronto internazionale la classifica come infrastruttura geopolitica, plasmata da governi e sicurezza nazionale prima ancora che dagli atenei. In Italia il fenomeno resta però asimmetrico: il paese attrae studenti stranieri e apre corsi in inglese, ma esporta pochissimo e senza un quadro normativo dedicato.
Il consenso globale sulla globalizzazione è finito
Un webinar organizzato dalla Society for Research in Higher Education e da Policy Reviews in Higher Education ha riunito Jason Lane, senior advisor del University of Illinois System, Lilan Chen, assistant professor al Center for Higher Education Studies di Waseda, e Jeanette Baird, consulente indipendente in materia di quality assurance ed ex osservatrice dell'agenzia australiana TEQSA. Le tre voci convergono su una tesi comune: le sedi decentrate, i doppi titoli e i partenariati internazionali operano in uno spazio terzo fra ordinamenti diversi, spinti dai governi più che dagli atenei.
La guerra in Medio Oriente, le restrizioni su STEM e i tetti agli studenti stranieri sono ora parte dei piani industriali delle università. Lane parla apertamente di era della frammentazione per branch campus nati durante la stagione della globalizzazione. Baird, guardando all'Australia, avverte che una regolazione basata sul rischio può scivolare in iper-regolazione quando migrazione, sicurezza e istruzione superiore si mescolano nella stessa cornice normativa.
In Italia la TNE è regolata solo in ingresso
Il Rapporto ANVUR 2026 sull'internazionalizzazione dell'offerta formativa fotografa un paese che si muove su un solo lato del tavolo. Il d.m. 214/2004, in attuazione della legge 148/2002 e della Convenzione di Lisbona, disciplina esclusivamente la TNE in ingresso: le università straniere autorizzate dal ministero possono aprire una sede decentrata in Italia, come ESCP Business School a Torino, e rilasciare titoli riconosciuti a posteriori.
La TNE in uscita, cioè i corsi che gli atenei italiani erogano oltre confine (dalle branch campus ai partenariati con delivery locale), non ha una regolazione organica. ANVUR scrive senza mezzi termini che il quadro normativo e informativo nazionale non consente di ricostruire in modo completo e comparabile il numero dei corsi internazionali attivi, gli studenti coinvolti e gli esiti formativi. È un vuoto che rende difficile perfino sapere quanti percorsi italiani siano operativi all'estero e a quali standard di qualità rispondano.
I numeri: +376% iscritti esteri in magistrale, offshore quasi zero
Le statistiche mostrano dove il sistema è cresciuto davvero. Nel 2024/25 i corsi erogati in lingua straniera o in modalità mista sono 1.105 (il 19,6% dell'offerta), contro 602 del 2018/19: un aumento dell'83,6% in sei anni. Le lauree magistrali erogate solo in inglese hanno visto crescere gli iscritti con diploma estero da 4.398 a 20.940, un +376%, e oggi rappresentano il 15,1% del totale magistrale contro il 5,7% di sei anni fa.
In assoluto, l'Italia accoglie 111.566 studenti con titolo di accesso conseguito all'estero, il 5,4% degli iscritti totali. Sul fronte europeo, 51 istituzioni italiane partecipano a 47 Alleanze di università europee con oltre 89 corsi congiunti proposti, numeri di vertice nell'area EHEA. La mobilità studentesca è cresciuta del 400% fra il 2020 e il 2025, quella del personale del 200%. Tutti indicatori virtuosi, tutti concentrati sull'attrattività in ingresso o sulla cooperazione tra atenei europei. La componente propriamente offshore, cioè campus, doppi titoli e delivery locale in paesi terzi promossi da università italiane, resta invece marginale nelle rilevazioni ufficiali.
Il 2026 come anno di svolta
Il MUR ha inserito nell'Atto di indirizzo per il 2026 (DM 142/2026) una linea esplicita sulla TNE in uscita, con priorità su capacity building con l'Africa e sul rafforzamento dell'offerta italiana in America Latina e Far East. Il progetto TRANSIT dell'Università Roma Tre, finanziato dal PNRR-TNE, sperimenta la delivery di corsi italiani in paesi non europei.
Sul fronte qualità, ANVUR è iscritta nel registro EQAR dal 27 marzo 2025, ha adottato l'European Approach per i corsi congiunti e partecipa al progetto RoQA-TNE sulle metriche di assicurazione della qualità della transnational education. Restano scoperti però proprio i nodi che il webinar globale identifica come cruciali per la prossima stagione: selezione dei partner in paesi con rischi geopolitici, gestione dei dati e della ricerca sensibile STEM, tutela degli studenti quando le condizioni politiche di un paese partner cambiano rapidamente. Un quadro di regole per la TNE in uscita, oggi, non c'è.
Con l'iscrizione EQAR appena consolidata e le linee guida sui corsi congiunti pubblicate, il prossimo passo è capire se l'Italia proverà a costruire una cornice unica per la TNE offshore o continuerà a lasciarla ai singoli atenei.