- Il problema: una generazione che non verifica
- ActiveInMedia: il progetto Erasmus+ nato a Genova
- Cosa insegna la media literacy e perché serve adesso
- L'ora alternativa alla religione come spazio per il pensiero critico
- Il nodo politico: la Regione Liguria apre, ma la strada è lunga
- Domande frequenti
Il problema: una generazione che non verifica
I numeri parlano con una chiarezza che lascia poco spazio alle interpretazioni. Il 60% dei ragazzi italiani tra i 14 e i 19 anni si informa principalmente attraverso i social network, senza compiere alcun tipo di verifica sulle fonti. Peggio ancora: l'82% degli studenti non è in grado di distinguere un contenuto sponsorizzato da una notizia giornalistica. Dati che fotografano una fragilità strutturale nel rapporto tra i più giovani e l'informazione digitale.
Non si tratta di demonizzare TikTok o Instagram. Il punto è un altro, e riguarda l'assenza quasi totale, nei curricoli scolastici italiani, di un percorso sistematico di alfabetizzazione mediatica. I ragazzi navigano in un ecosistema informativo complesso, saturo di contenuti manipolati, algoritmi che premiano l'engagement sulla qualità e campagne di disinformazione sempre più sofisticate. Lo fanno, nella stragrande maggioranza dei casi, senza alcuno strumento critico.
È un tema che si intreccia con questioni più ampie legate al benessere degli studenti. Stando a quanto emerge da diverse ricerche internazionali, l'esposizione costante a contenuti non filtrati sui social media contribuisce ad alimentare ansia, senso di inadeguatezza e, nei casi più gravi, fenomeni di disagio profondo, come quelli affrontati dall'Iniziativa 'Kota Cares' per Contrastare il Suicidio tra gli Studenti.
ActiveInMedia: il progetto Erasmus+ nato a Genova
A Genova qualcuno ha deciso di non limitarsi alla diagnosi. Il progetto Erasmus+ ActiveInMedia ha coinvolto tre istituti superiori del territorio ligure: l'Iiss Duchessa di Galliera, l'Istituto Nautico San Giorgio e l'Iiss Fortunio Liceti di Rapallo. Un percorso formativo articolato, pensato per fornire agli studenti gli strumenti necessari a orientarsi nel caos informativo contemporaneo.
Il programma ha affrontato i nodi centrali della media literacy: come funzionano gli algoritmi delle piattaforme social, quali meccanismi psicologici sfruttano le fake news per diffondersi, come si verifica una fonte, come si riconosce un contenuto pubblicitario mascherato da informazione. Non lezioni frontali astratte, ma laboratori pratici in cui i ragazzi hanno analizzato casi reali, smontato bufale virali, ricostruito il percorso di notizie false dal momento della loro creazione fino alla condivisione di massa.
L'approccio transnazionale garantito dal framework Erasmus+ ha permesso il confronto con esperienze di altri Paesi europei, dove l'educazione ai media è spesso già integrata nei programmi scolastici. La Finlandia, per citare il caso più noto, inserisce la media literacy nel curriculum fin dalla scuola primaria. L'Italia, su questo fronte, resta indietro.
Cosa insegna la media literacy e perché serve adesso
Quando si parla di educazione digitale nelle scuole superiori, il rischio è ridurre tutto a un generico invito alla prudenza online. La media literacy è qualcosa di diverso e più ambizioso. È un metodo. Significa insegnare a porsi le domande giuste di fronte a qualsiasi contenuto: chi lo ha prodotto, con quale scopo, chi lo finanzia, quali dati lo supportano, quali voci mancano.
Significa, in sostanza, costruire pensiero critico. Una competenza che non serve solo a navigare i social, ma che è alla base di qualunque partecipazione democratica consapevole. Gli studenti che hanno partecipato al progetto genovese hanno imparato a riconoscere le tecniche retoriche della propaganda digitale, a distinguere tra correlazione e causalità, a identificare i bias cognitivi che rendono tutti, non solo i più giovani, vulnerabili alla disinformazione.
Quel dato sull'82% di studenti incapaci di riconoscere un contenuto sponsorizzato è particolarmente significativo. Non si tratta di ingenuità: si tratta del risultato di un sistema scolastico che non ha ancora fatto i conti con la trasformazione radicale dell'ecosistema informativo avvenuta nell'ultimo decennio.
L'ora alternativa alla religione come spazio per il pensiero critico
Una delle proposte più interessanti emerse dal dibattito attorno al progetto riguarda la collocazione curricolare della media literacy. Dove trovare lo spazio, in un orario scolastico già saturo? La risposta suggerita è tanto pragmatica quanto potenzialmente controversa: l'ora alternativa all'insegnamento della religione cattolica.
Com'è noto, gli studenti che non si avvalgono dell'IRC hanno diritto a un'attività alternativa, ma nella pratica questa ora resta spesso un contenitore vuoto, utilizzata per studio individuale o, nei casi peggiori, semplicemente per attendere la fine del periodo. Trasformarla in un laboratorio strutturato di media literacy significherebbe dare finalmente sostanza a un tempo scolastico oggi largamente sprecato.
La proposta non è priva di complessità. Richiederebbe la formazione specifica dei docenti, la definizione di linee guida nazionali e, soprattutto, la volontà politica di valorizzare uno spazio che il sistema scolastico italiano tende a trattare come residuale. Tuttavia, il vantaggio sarebbe doppio: offrire un percorso di educazione ai media a una platea significativa di studenti e, al contempo, restituire dignità e contenuto all'ora alternativa.
In un contesto in cui la scuola italiana è attraversata da tensioni e riorganizzazioni continue, come dimostra la Protesta degli studenti contro l'accorpamento degli istituti nella Regione Lazio, ogni proposta che metta al centro la qualità dell'offerta formativa merita attenzione.
Il nodo politico: la Regione Liguria apre, ma la strada è lunga
La vicepresidente della Regione Liguria, Simona Ferro, ha definito il progetto ActiveInMedia "attuale e innovativo". Parole di apprezzamento che segnalano almeno una sensibilità istituzionale verso il tema. Ma tra il riconoscimento di un'iniziativa pilota e la sua sistematizzazione a livello regionale o nazionale corre una distanza considerevole.
L'Italia non dispone ancora di un quadro normativo organico sull'educazione ai media nelle scuole. L'educazione civica, reintrodotta come materia trasversale con la legge 92/2019, include tra i suoi ambiti la cittadinanza digitale, ma le indicazioni operative restano vaghe e la loro applicazione dipende in larga misura dalla sensibilità dei singoli istituti e dei singoli docenti. Manca un approccio strutturale.
I progetti Erasmus+ come ActiveInMedia dimostrano che le competenze e le metodologie esistono. Quello che serve è la volontà di passare dalla sperimentazione alla norma. Intanto, a Genova, qualche centinaio di studenti ha imparato a fermarsi un istante prima di condividere una notizia. A chiedersi: è vera? Chi l'ha scritta? Perché la sto vedendo? Un piccolo passo, certo. Ma in un'epoca in cui la disinformazione viaggia alla velocità di un reel, anche insegnare a rallentare è un atto educativo di prim'ordine.