Lo studio internazionale guidato dall'Università Statale di Milano e dal Muse di Trento, pubblicato il 16 giugno su Pnas, descrive cosa porta con sé il ritiro dei ghiacciai per la biodiversità globale: 73 specie animali che vivono solo sul ghiaccio rischiano di restare senza casa. Tre potrebbero sparire del tutto entro il 2100 anche con un riscaldamento contenuto, e due di queste vivono su montagne italiane già al limite della sopravvivenza glaciale.
Cosa dice il primo censimento globale della fauna dei ghiacciai
I ricercatori coordinati da Andrea Simoncini e Gentile Francesco Ficetola hanno analizzato 2.695 articoli scientifici per costruire il primo database globale degli animali che colonizzano ghiacciai e calotte polari. Il bilancio è di 152 specie documentate, distribuite su 14 classi e 7 phyla. Tra i gruppi più rappresentati ci sono rotiferi, tardigradi e collemboli, organismi millimetrici in grado di sopravvivere a temperature sotto zero, ridotta disponibilità di nutrienti e radiazione ultravioletta elevata. Di queste 152 specie, 73 sono state segnalate esclusivamente in ambienti glaciali: i cosiddetti glacier specialist, che senza ghiaccio perderebbero la propria nicchia ecologica. Gli autori definiscono questi ambienti come darkspot della biodiversità: aree dove si presume vivano molte più specie di quante siano state finora descritte, ma in cui il lavoro di campo è reso difficile dall'inaccessibilità. Tardigradi e rotiferi si concentrano nelle aree polari, mentre insetti e collemboli sono associati soprattutto alle montagne tropicali e temperate. Il fattore principale che spiega la presenza dei glacier specialist, scrivono gli autori, è la capacità di dispersione passiva attraverso il vento.
Calderone e Fradusta: le due montagne italiane nello studio
Tra i tre glacier specialist destinati alla perdita totale di habitat entro il 2100, due sono italiani. Il collembolo Desoria calderonis è stato descritto sul ghiacciaio del Calderone, sul Gran Sasso d'Italia: era l'unico ghiacciaio dell'Appennino e dal 2019 è stato declassato a glacionevato, con uno spessore residuo di circa 25 metri. Tra il 1994 e il 2019 ha perso il 65% della propria superficie, scesa da oltre 6 a 2 ettari. Il secondo collembolo, Vertagopus fradustaensis, viveva sulla Fradusta nelle Pale di San Martino. La Fradusta è stata dichiarata scomparsa nel 2022: a inizio Novecento la superficie superava i 260 ettari secondo le serie storiche, nel 2014 ne restavano tre. Il terzo specialista a rischio è il tardigrado Adropion afroglacialis, legato ai ghiacciai dell'Africa orientale. Altre 12 specie del censimento perderebbero oltre il 90% del proprio areale entro fine secolo, con una concentrazione di casi sui ghiacciai alpini e himalayani.
Le Alpi corrono più veloci della scienza che le studia
Il lavoro identifica esplicitamente le Alpi come uno dei sistemi dove la perdita di biodiversità glaciale può manifestarsi nel modo più rapido. I dati del World Glacier Monitoring Service confermano il quadro: nell'anno idrologico 2025 i ghiacciai del mondo hanno perso 408 gigatonnellate di massa, pari a 1,1 millimetri di innalzamento del livello del mare in dodici mesi. In Italia tutti i 16 ghiacciai alpini monitorati e il glacionevato del Calderone hanno chiuso l'anno con bilancio di massa negativo, come documentato dalla piattaforma ISPRA sul bilancio di massa dei ghiacciai italiani. La velocità del ritiro dei ghiacciai supera quella con cui i biologi riescono a descrivere la fauna che vive sopra il ghiaccio: per ogni stagione che passa il margine per il lavoro di campo si restringe. Lo schema dei laboratori naturali della biodiversità, come l'isola di La Palma dopo l'eruzione del Tajogaite, qui si rovescia: gli habitat estremi alpini scompaiono prima di poter essere mappati, e con loro le pulci dei ghiacciai e i tardigradi che li abitano.
Il dato che gli autori chiedono di guardare non è il numero assoluto di specie censite, ma il margine di tempo che resta per studiarle. Su ogni ghiacciaio alpino che si ritira sta scomparendo una pagina di biologia mai scritta, e il calendario per scriverla è quello dei prossimi due o tre decenni.
Domande frequenti
Quali sono le principali specie a rischio a causa del ritiro dei ghiacciai italiani?
Le principali specie a rischio sono il collembolo Desoria calderonis, originario del ghiacciaio del Calderone, e Vertagopus fradustaensis, che viveva sulla Fradusta. Entrambe sono considerate glacier specialist e potrebbero estinguersi entro il 2100.
Cosa si intende per glacier specialist e perché sono particolarmente vulnerabili?
I glacier specialist sono specie che vivono esclusivamente in ambienti glaciali e dipendono dal ghiaccio per sopravvivere. La loro vulnerabilità deriva dal fatto che la scomparsa dei ghiacciai comporta la perdita totale del loro habitat naturale.
Quali sono i principali risultati del primo censimento globale della fauna dei ghiacciai?
Il censimento ha documentato 152 specie animali distribuite su 14 classi e 7 phyla, di cui 73 sono presenti esclusivamente su ghiaccio. Il lavoro ha evidenziato l'esistenza di molti darkspot della biodiversità, ovvero aree poco studiate ma potenzialmente molto ricche di specie.
Perché le Alpi sono considerate un hotspot della perdita di biodiversità glaciale?
Le Alpi mostrano una delle più rapide perdite di biodiversità glaciale a causa del veloce ritiro dei ghiacciai. Questo processo avviene più rapidamente di quanto i biologi riescano a studiare e documentare le specie presenti.
Come incide la perdita dei ghiacciai sul livello globale del mare?
Secondo i dati del World Glacier Monitoring Service, la perdita di massa glaciale mondiale nel 2025 ha contribuito a un innalzamento del livello del mare di circa 1,1 millimetri in dodici mesi.
Qual è l'urgenza sottolineata dagli autori dello studio riguardo la ricerca sulla fauna glaciale?
Gli autori sottolineano che il tempo per studiare la fauna dei ghiacciai è molto limitato, con solo due o tre decenni rimasti prima che molte specie e habitat scompaiano definitivamente.