- Il caso: occhiali smart in aula durante il processo
- I comportamenti sospetti e la scoperta
- La decisione della giudice Agnello
- Le spiegazioni poco credibili del testimone
- Tecnologia e giustizia: un confine sempre più sottile
- Domande frequenti
Il caso: occhiali smart in aula durante il processo
Sembra la trama di un thriller legale, e invece è accaduto davvero. All'Alta Corte di Londra un testimone è stato scoperto mentre utilizzava un paio di occhiali intelligenti per ricevere suggerimenti in tempo reale durante la propria deposizione. Un episodio che non ha precedenti nella storia giudiziaria britannica e che ha spinto la giudice a compiere un passo drastico: annullare l'intera testimonianza.
Il protagonista della vicenda è Laimonas Jakstys, chiamato a deporre nell'ambito di un procedimento civile. L'uomo si è presentato al banco dei testimoni indossando quelli che, a prima vista, sembravano normali occhiali da vista. In realtà si trattava di dispositivi dotati di connettività e di un sistema audio integrato, capace di trasmettere la voce di un interlocutore esterno direttamente all'orecchio di chi li indossa.
I comportamenti sospetti e la scoperta
A far scattare l'allarme è stato il controinterrogatorio. Gli avvocati della controparte hanno notato qualcosa di anomalo: Jakstys rispondeva con pause innaturali, come se attendesse un input prima di formulare le proprie risposte. In alcuni passaggi sembrava ripetere parole o frasi pronunciate da qualcun altro, con un leggero ritardo che tradiva la dinamica del suggerimento.
Ma l'elemento decisivo è emerso quando il telefono cellulare del testimone, sequestrato su disposizione della corte, ha rivelato che durante l'interrogatorio era attiva una chiamata. Dall'altoparlante del dispositivo si è potuta distinguere chiaramente la voce di una persona che forniva indicazioni su come rispondere alle domande degli avvocati. Un meccanismo tanto rudimentale quanto sfacciato: qualcuno, collegato in remoto, ascoltava le domande poste in aula e dettava le risposte attraverso gli occhiali smart.
Stando a quanto emerge dagli atti processuali, non è ancora chiaro chi fosse la persona dall'altro capo della linea né quale fosse il suo ruolo rispetto alla causa in corso.
La decisione della giudice Agnello
La reazione della giudice Raquel Agnello KC è stata netta. La deposizione di Jakstys è stata integralmente annullata e il testimone è stato dichiarato inattendibile. Una decisione che, nei fatti, equivale a cancellare ogni valore probatorio delle sue dichiarazioni, con possibili ripercussioni sull'esito del procedimento.
Nel motivare la propria decisione, la giudice ha sottolineato come la condotta del testimone rappresenti una violazione gravissima delle regole che governano il processo. La deposizione, in qualsiasi ordinamento di common law, si fonda sul principio che il testimone risponda con le proprie parole, sulla base della propria memoria e percezione diretta dei fatti. Ricevere suggerimenti esterni — a prescindere dal mezzo utilizzato — mina alla radice l'integrità del procedimento.
Le spiegazioni poco credibili del testimone
Messo di fronte alle evidenze, Jakstys ha tentato di fornire giustificazioni. Ha sostenuto che le chiamate registrate sul suo telefono fossero casuali, non pianificate, e che gli occhiali non avessero alcuna funzione di comunicazione. Spiegazioni che la corte ha giudicato del tutto prive di credibilità.
La giudice Agnello ha osservato come la sequenza temporale delle chiamate coincidesse in modo troppo preciso con le fasi più delicate del controinterrogatorio per poter essere liquidata come coincidenza. Del resto, la tecnologia parla da sé: gli occhiali smart di ultima generazione — prodotti da aziende come Meta, con i Ray-Ban Stories, o da startup cinesi sempre più aggressive sul mercato — integrano microfoni, altoparlanti a conduzione ossea e connessione Bluetooth. Strumenti pensati per la vita quotidiana, ma che in un'aula di tribunale possono trasformarsi in veri e propri dispositivi di frode processuale.
Tecnologia e giustizia: un confine sempre più sottile
Quello di Londra non è un episodio isolato, ma il segnale di una tendenza che i sistemi giudiziari di mezzo mondo dovranno affrontare con urgenza crescente. La miniaturizzazione della tecnologia rende sempre più difficile distinguere un paio di occhiali da vista da un sofisticato dispositivo di comunicazione. Auricolari invisibili, orologi connessi, persino anelli smart: il catalogo degli strumenti potenzialmente utilizzabili per alterare una deposizione si allunga di mese in mese.
Già nel mondo dell'istruzione, peraltro, il fenomeno è noto. Le università di tutto il mondo si interrogano su come gestire l'impatto dell'intelligenza artificiale sugli esami e sulle valutazioni, con un dibattito che tocca questioni analoghe di autenticità e attendibilità.
Il tema si collega a una riflessione più ampia sulla necessità di strumenti adeguati per verificare l'autenticità delle informazioni in ogni ambito. Proprio in questa direzione si muove, ad esempio, il lavoro delle istituzioni europee: vale la pena segnalare come la Commissione Europea stia sviluppando nuovi strumenti per riconoscere e combattere la disinformazione, un problema che dal digitale si estende ormai anche alle aule di giustizia.
Nel Regno Unito, al momento, non esistono protocolli specifici per il controllo dei dispositivi indossabili portati dai testimoni. La prassi prevede il sequestro dei telefoni cellulari, ma nulla vieta formalmente di entrare in aula con un paio di occhiali connessi. Il caso Jakstys potrebbe ora accelerare l'adozione di nuove regole. Alcuni giuristi britannici hanno già invocato l'introduzione di metal detector dedicati o di scanner a radiofrequenza nelle aule dei tribunali più importanti.
La questione resta aperta. E se da un lato la tecnologia offre strumenti straordinari per l'amministrazione della giustizia — si pensi alla digitalizzazione degli atti, alle udienze da remoto introdotte durante la pandemia, all'analisi forense digitale — dall'altro pone sfide inedite. La vicenda dell'Alta Corte di Londra lo dimostra in modo emblematico: quando la tecnologia entra in un'aula di tribunale dalla porta sbagliata, a pagarne il prezzo è la fiducia stessa nel sistema giudiziario.