Roma stringe la mano a Nairobi sul terreno della scienza. Il 21 aprile 2026, il Ministro dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha firmato una Dichiarazione congiunta con il Sottosegretario alla Presidenza della Repubblica del Kenya, Shaukat Abdulrazak, aprendo un nuovo capitolo nella cooperazione scientifica tra Italia e Kenya. L'intesa, siglata in occasione della visita di Stato del Presidente keniano William Ruto, trasforma in impegni operativi il Memorandum of Understanding già sottoscritto a febbraio durante la missione del Ministro Bernini a Nairobi.
La firma della Dichiarazione congiunta
La Dichiarazione rappresenta il primo passaggio operativo del Memorandum of Understanding su istruzione superiore, formazione e ricerca firmato lo scorso febbraio nella capitale keniana. Non si tratta, dunque, di un documento d'intenti generico, ma di un atto che traduce in azioni concrete una cornice già definita.
L'obiettivo dichiarato è duplice: rafforzare la cooperazione scientifica e creare nuove opportunità per i giovani ricercatori di entrambi i Paesi. La scelta di procedere rapidamente, a soli due mesi dal Memorandum, segnala una volontà politica precisa di non lasciare gli accordi sulla carta.
La cerimonia di firma si è inserita nel programma della visita di Stato del Presidente Ruto, conferendo all'intesa un profilo diplomatico elevato. Un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori: la cooperazione universitaria e scientifica viene collocata al centro delle relazioni bilaterali, non ai margini.
Mobilità dei ricercatori: la flagship initiative
Il cuore dell'accordo è l'avvio della cosiddetta flagship transnational mobility initiative, un programma strategico che consentirà ai ricercatori keniani di accedere alle infrastrutture di ricerca italiane. Laboratori, centri di eccellenza, strutture tecnologiche: il patrimonio scientifico italiano viene messo a disposizione per favorire lo scambio di competenze tra le comunità accademiche dei due Paesi.
L'iniziativa non è isolata. Si affianca ad altri strumenti già operativi:
- Le Transnational education initiatives, programmi di formazione transnazionale promossi dal MUR
- Le progettualità derivanti dalla misura Research Capacity building with Africa, pensata per costruire capacità di ricerca nel continente africano
La logica è quella di un investimento reciproco: l'Italia mette a disposizione le proprie eccellenze scientifiche, il Kenya offre un ecosistema in rapida crescita e una popolazione giovane con enormi potenzialità.
Il Kenya come hub dell'innovazione africana
Per comprendere il peso strategico di questa intesa occorre guardare a ciò che sta accadendo a Nairobi e dintorni. Il Kenya non è soltanto una delle economie più dinamiche dell'Africa orientale. È un Paese che ha scommesso con decisione sulla tecnologia e sull'innovazione come motori di sviluppo.
Il progetto più emblematico è la Konza Technopolis, una città tecnologica in costruzione a circa 60 chilometri dalla capitale, concepita come una sorta di Silicon Valley africana. L'ambizione è trasformare il Kenya in un polo continentale per le startup, l'intelligenza artificiale e la ricerca applicata.
A questo si aggiunge una crescente partecipazione ai programmi europei di ricerca, segno di un sistema accademico che guarda oltre i confini continentali. Con una popolazione in cui i giovani rappresentano la componente maggioritaria, il Kenya dispone di una risorsa demografica che, se adeguatamente formata, può alimentare un ciclo virtuoso di innovazione.
Il ruolo del Piano Mattei
La Dichiarazione firmata da Bernini si colloca esplicitamente nel perimetro del Piano Mattei per l'Africa, la strategia del governo italiano per ridefinire i rapporti con il continente africano su basi di partenariato e sviluppo condiviso.
All'interno di questa cornice, la cooperazione scientifica e universitaria occupa una posizione di rilievo. La filosofia dichiarata è quella di valorizzare le eccellenze italiane e, al tempo stesso, accompagnare la crescita dei sistemi accademici africani, evitando approcci assistenzialistici a favore di una collaborazione tra pari.
L'Italia si propone come partner strategico del Kenya, in una logica che punta a:
- Rafforzare le capacità locali di ricerca e formazione
- Sostenere uno sviluppo tecnologico condiviso
- Creare reti stabili tra comunità scientifiche
- Favorire la mobilità bidirezionale di ricercatori e studenti
Una scommessa che, se mantenuta nel tempo, potrebbe produrre risultati significativi per entrambe le parti.
Le iniziative già avviate
La Dichiarazione non parte da zero. Negli ultimi mesi, diverse iniziative concrete hanno già preso forma lungo l'asse Roma-Nairobi, delineando un quadro di cooperazione sempre più strutturato.
Tra le più rilevanti:
- L'AI Hub for Sustainable Development, un centro dedicato all'intelligenza artificiale applicata allo sviluppo sostenibile
- L'apertura a Nairobi del primo ufficio africano della Fondazione Med-Or, istituzione legata a Leonardo che opera nel campo della formazione e della diplomazia culturale
- Lo sviluppo di nuovi strumenti a supporto dell'innovazione e dell'imprenditorialità, pensati per creare un ecosistema favorevole alle startup e al trasferimento tecnologico
Questi interventi dimostrano che la cooperazione italo-keniana nel campo della ricerca non è rimasta confinata alle dichiarazioni di principio. C'è un tessuto operativo che si sta costruendo, fatto di presidi istituzionali, programmi formativi e infrastrutture condivise.
Prospettive per la cooperazione bilaterale
La firma della Dichiarazione congiunta segna un punto di svolta nella relazione scientifica tra Italia e Kenya. In un momento in cui la competizione globale per attrarre talenti e costruire alleanze tecnologiche si fa sempre più serrata, Roma sceglie di puntare su Nairobi come interlocutore privilegiato nel continente africano.
I prossimi mesi saranno decisivi per verificare la capacità di trasformare gli impegni in risultati misurabili: quanti ricercatori keniani accederanno effettivamente ai laboratori italiani, quali progetti congiunti verranno finanziati, come si svilupperà la rete di collaborazioni accademiche. La flagship transnational mobility initiative dovrà dimostrare di saper funzionare non solo sulla carta, ma nei corridoi delle università e nei centri di ricerca.
Quello che emerge con chiarezza, tuttavia, è un cambio di passo. La cooperazione scientifica con l'Africa non viene più trattata come un capitolo marginale della politica estera italiana, ma come un investimento strategico con ricadute potenziali sulla competitività del sistema della ricerca, sulla formazione dei talenti e sul posizionamento internazionale del Paese.