Il Consiglio dei ministri del 24 settembre 2026 ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge sul fine vita approvata dall'Emilia-Romagna, terza norma regionale in materia dopo Toscana e Sardegna. La motivazione principale è la stessa dei ricorsi precedenti: la Regione non garantirebbe un percorso adeguato di cure palliative alternative alla richiesta di morte assistita. Il rapporto AGENAS pubblicato nel 2025 racconta però un quadro diverso.
Il ricorso e i vincoli fissati dalla Consulta
La delibera contesta la legge regionale 10 del 28 luglio 2026, votata dalla maggioranza di centrosinistra del presidente Michele De Pascale con PD, AVS, M5s e Civici. Il testo, dodici articoli modellati sull'impianto toscano, applica i principi fissati dalla Corte costituzionale nelle sentenze 242/2019 (caso Cappato) e 135/2024, affidando la verifica dei requisiti a commissioni multidisciplinari di area vasta e al Comitato regionale per l'etica clinica. Palazzo Chigi lamenta la violazione degli articoli 2, 32 e 117 della Costituzione: materie riservate allo Stato in ordinamento civile e penale, livelli essenziali delle prestazioni e tutela della salute. L'accusa più politica riguarda l'aver "demandato alle linee guida regionali la piena definizione di una serie di requisiti", eludendo così i vincoli posti dalla Consulta. È lo stesso argomento usato contro Toscana e Sardegna, dove però la Corte ha già dato ragione in gran parte alle Regioni: sulla legge sarda ha respinto le censure principali, sulla toscana ha lasciato in piedi l'impianto tagliando solo alcune parti.
Il paradosso delle cure palliative
Il fulcro giuridico del ricorso è la presunta assenza di un percorso strutturato di cure palliative, considerate dal Governo la strada che deve precedere ogni richiesta di suicidio assistito. Il rapporto AGENAS sulla rete cure palliative pubblicato nel 2025 riferisce che solo cinque regioni e la Provincia autonoma di Bolzano raggiungono la copertura distrettuale al 100%: Basilicata, Emilia-Romagna, Umbria, Valle d'Aosta e Veneto. All'altro estremo si trovano Sicilia (27%), Molise (33%), Calabria (36%) e Campania (59%). La quota nazionale di popolazione con accesso effettivo alle cure palliative resta ferma al 42%, ben distante dall'obiettivo del 90% fissato dalla Legge di Bilancio 2023 entro il 2028. Nel 2024 cinque regioni (Calabria, Campania, Piemonte, Sicilia e Valle d'Aosta) non hanno nemmeno trasmesso il piano triennale previsto per legge. Calabria e Campania risultano inadempienti anche per il 2023, ma nessuna impugnazione ministeriale ha finora sollevato la questione dei livelli essenziali di assistenza in quelle regioni. In Emilia-Romagna la rete territoriale è invece operativa in tutte le Aziende sanitarie locali, con hospice, assistenza domiciliare e servizio pediatrico attivi.
I fondi e la geografia politica dei ricorsi
Il Governo rivendica di aver portato il fondo nazionale per le cure palliative dai 40 milioni iniziali agli attuali 140 milioni: la legge di bilancio 2023 ha aggiunto 10 milioni annui dal 2024 e altri 10 dal 2025, portando il capitolo a 120 milioni; dal 2026 sono previsti ulteriori 20 milioni destinati alle assunzioni di personale specializzato. Le tre regioni impugnate finora sul suicidio medicalmente assistito, Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, sono guidate dal centrosinistra e figurano tra le più virtuose nella fotografia AGENAS. Le regioni ferme in coda alla classifica, prevalentemente di centrodestra, non hanno mai ricevuto un'impugnazione ministeriale sui livelli essenziali di assistenza, malgrado un editoriale sul bilancio dei quattro anni del governo Meloni abbia evidenziato come il record di durata dell'esecutivo pesi ormai più delle riforme sanitarie effettivamente prodotte.
Il ricorso torna adesso davanti alla Consulta, che nei sei mesi tipici del giudizio di legittimità dovrà decidere se accogliere le censure del Governo o confermare l'orientamento già espresso su Toscana e Sardegna. De Pascale ha annunciato che la Regione difenderà il testo in tutte le sedi. Nel frattempo la legge resta sospesa e le richieste di accesso alla procedura in Emilia-Romagna restano bloccate fino al pronunciamento della Corte.
Domande frequenti
Perché il Governo ha impugnato la legge sul fine vita dell'Emilia-Romagna?
Il Governo sostiene che la legge regionale non garantisce un percorso adeguato di cure palliative alternative alla richiesta di morte assistita e che viola alcune competenze riservate allo Stato, come i livelli essenziali di assistenza sanitaria e la tutela della salute.
Qual è il ruolo delle cure palliative nella controversia tra Governo e Regione Emilia-Romagna?
Le cure palliative sono considerate dal Governo una condizione imprescindibile prima di poter accedere al suicidio medicalmente assistito. Il ricorso si basa sulla presunta assenza di un percorso strutturato di cure palliative, anche se i dati AGENAS mostrano che l'Emilia-Romagna è tra le regioni più virtuose nella copertura di questi servizi.
Cosa dice il rapporto AGENAS sulla situazione delle cure palliative in Emilia-Romagna?
Il rapporto AGENAS del 2025 indica che l'Emilia-Romagna raggiunge la copertura distrettuale al 100% per le cure palliative, con una rete territoriale operativa in tutte le Aziende sanitarie locali e servizi attivi come hospice e assistenza domiciliare.
Quali sono gli aspetti costituzionali contestati dal Governo nella legge regionale?
Il Governo ritiene che la legge violi gli articoli 2, 32 e 117 della Costituzione, riguardanti rispettivamente i diritti inviolabili, la tutela della salute e la ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni.
Cosa succede ora alle richieste di accesso al fine vita in Emilia-Romagna?
Fino al pronunciamento della Corte costituzionale, la legge regionale resta sospesa e tutte le richieste di accesso alla procedura di morte assistita in Emilia-Romagna sono bloccate.
Come si sono comportate la Corte costituzionale e il Governo in casi simili in altre regioni?
Nei casi di Toscana e Sardegna, la Corte costituzionale ha in gran parte dato ragione alle Regioni respingendo le censure principali, mentre il Governo non ha mai impugnato le regioni meno virtuose sulle cure palliative, evidenziando una possibile discrepanza nell'applicazione dei ricorsi.