L’Ordine Costantiniano di San Giorgio nel Nuovo Regno d’Italia: Politica, Legislazione e Identità tra Due Secoli
Indice
- Introduzione
- Il contesto: Un regno appena unito e le eredità delle Due Sicilie
- Gli ordini cavallereschi delle Due Sicilie: Storia e significato
- Prime iniziative dello Stato unitario: La richiesta al Consiglio di Stato
- La risposta del Consiglio di Stato e le sue implicazioni
- Il pronunciamento della Corte di Cassazione di Napoli
- Il progetto De Falco: l’iniziativa parlamentare del 1873
- La legge del 29 giugno 1873 e lo scioglimento delle commende costantiniane
- L’Ordine Costantiniano di San Giorgio dopo il 1873: sviluppi e controversie
- Considerazioni politiche e simboliche nel nuovo contesto nazionale
- L’eredità della dinastia Borbone e la questione della legittimità
- Conclusioni: Ordini cavallereschi e identità nazionale postunitaria
Introduzione
Il processo di unificazione italiana ha rappresentato una delle trasformazioni politiche e sociali più profonde della storia europea contemporanea. Tra gli innumerevoli aspetti affrontati dal giovane Regno d’Italia figurava una questione spinosa, dagli echi simbolici molto più complessi rispetto alla semplice gestione di patrimoni: la sorte degli ordini cavallereschi delle Due Sicilie, in particolare dell’illustre Ordine Costantiniano di San Giorgio. La vicenda non coinvolse soltanto la ridefinizione di beni materiali e privilegi, ma anche delicate tematiche di continuità, identità e legittimità, portando istituzioni come il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione di Napoli a esprimersi su questioni di grande rilievo giuridico e politico.
Il contesto: Un regno appena unito e le eredità delle Due Sicilie
Con la nascita del Regno d’Italia, sancita ufficialmente nel 1861, il nuovo Stato si trovò a dover gestire non solo la complessa integrazione territoriale e amministrativa, ma anche una molteplicità di eredità giuridiche e istituzionali. Il Regno delle Due Sicilie, fino a pochi anni prima la più vasta e popolosa entità statale della Penisola, aveva sviluppato un proprio sistema di ordini cavallereschi—tra cui l’Ordine Costantiniano di San Giorgio, l’Ordine di San Gennaro e altri—che godevano di prestigio e riconoscimenti non solo a corte, ma in tutta Europa.
Questi ordini rappresentavano non solo simboli del passato monarca borbonico, ma anche una realtà giuridica e patrimoniale rilevante, fatta di beni, commende e diritti trasmissibili, e un corpo di titolari quanto mai radicati nella nobiltà locale. Questo patrimonio era ora oggetto di dibattito e potenziale contesa tra il nuovo Stato italiano e i rappresentanti del regime deposto.
Gli ordini cavallereschi delle Due Sicilie: Storia e significato
Gli ordini cavallereschi non erano semplici associazioni onorifiche. Nel contesto delle Due Sicilie, erano elementi centrali nell’architettura dello Stato borbonico. L’Ordine Costantiniano di San Giorgio vantava una tradizione secolare, legata sin dall’età aragonese e ancor prima a una tradizione dinastica e religiosa. Caratterizzato da una propria struttura, regole di ammissione, e da un patrimonio formato in parte da beni immobiliari (le cosiddette commende di patronato familiare), l’Ordine costituiva anche uno strumento di legittimazione sia interna che verso l’esterno, avendo relazioni con altre casate regnanti e con la Santa Sede.
Dopo la caduta della dinastia borbonica e l’instaurarsi del Regno d’Italia, la presenza di queste istituzioni divenne rapidamente oggetto di riconsiderazione e, in molti ambienti governativi, di progressivo superamento.
Prime iniziative dello Stato unitario: La richiesta al Consiglio di Stato
Tra le prime questioni sollevate dalle autorità dello Stato unitario figurava la possibile abolizione degli ordini cavallereschi delle Due Sicilie. Consapevole della complessità della materia, il governo italiano volle affidarsi a istituzioni giuridiche di rilievo, rivolgendosi nel merito al Consiglio di Stato. Nello specifico, si trattava di chiarire se il nuovo assetto statale dovesse o meno comportare di diritto l’estinzione di tali ordini, con tutte le relative conseguenze patrimoniali e simboliche.
In questa fase, il tentativo di cancellare ogni traccia della passata sovranità si caricava spesso di un evidente significato politico, mirante al rafforzamento dell’identità nazionale e del potere centrale a discapito delle residue manifestazioni dell’antico regime.
La risposta del Consiglio di Stato e le sue implicazioni
La posizione assunta dal Consiglio di Stato risultò tanto chiara quanto sorprendente alla luce delle attese di chi auspicava una rapida risoluzione del problema. L’alto consenso giuridico infatti stabilì che nessuna disposizione di legge prevedeva l’abolizione degli ordini cavallereschi delle Due Sicilie. In altre parole, la semplice caduta della monarchia borbonica e il mutamento della forma di governo non erano, da soli, elementi sufficienti a decretare la soppressione di ordini formalmente costituiti e dotati di autonomia statutaria e patrimoniale.
Questa interpretazione rappresentò un implicito riconoscimento della separatezza tra i piani dell’autorità politica e della legittimità giuridica delle istituzioni storiche, costituendo un argine contro ogni soluzione semplicistica.
Il pronunciamento della Corte di Cassazione di Napoli
Non meno rilevante fu la recente sentenza della Corte di Cassazione di Napoli la quale, adita per dirimere una causa relativa ai beni dell’Ordine Costantiniano, sentenziò che la caduta della dinastia Borbone non comportava automaticamente l’abolizione dell’Ordine stesso. In assenza di una precisa norma abrogativa, secondo la Suprema Corte partenopea, le strutture cavalleresche e i loro patrimoni dovevano essere considerati sopravvissuti ai mutamenti istituzionali.
La decisione della Cassazione aprì un importante precedente giurisprudenziale ed ebbe una forte eco nei mezzi di stampa specializzati dell’epoca, generando acceso dibattito sulla continuità delle istituzioni create “per grazia di Dio e diritto regale” e sulla loro compatibilità con il nuovo corso politico internazionale.
Il progetto De Falco: l’iniziativa parlamentare del 1873
Dinanzi alla perdurante ambiguità giuridica e alle crescenti pressioni politiche, il Parlamento italiano decise di intervenire direttamente sulla materia. Nel 1873, il ministro De Falco presentò un progetto di legge mirato allo scioglimento delle commende costantiniane, con particolare riferimento a quelle di patronato familiare. Quest’approccio legislativo fu dettato dalla convinzione che le antiche strutture, oltre a rappresentare un residuo di sovranità ormai estinta, erano divenute incompatibili con la nuova identità dello Stato unitario.
La proposta di De Falco si inseriva in un più ampio movimento di “modernizzazione” delle istituzioni pubbliche, volto a omologare diritti e privilegi su scala nazionale.
La legge del 29 giugno 1873 e lo scioglimento delle commende costantiniane
In seguito a un acceso dibattito parlamentare, la proposta De Falco fu infine approvata, sfociando nella legge del 29 giugno 1873. Tale normativa decretò lo scioglimento delle commende di patronato familiare dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, sancendo il passaggio dei relativi beni e privilegi nel patrimonio statale.
Questa misura, benché circoscritta alle commende di patronato familiare, rappresentava di fatto il primo atto legislativo volto a disinnescare la sopravvivenza operativa e patrimoniale degli ordini cavallereschi nel nuovo assetto statale. Fu anche letta, dagli oppositori della legge, come una vittoria dello spirito laico, centralista e nazionalista sull’ordine aristocratico-borbonico radicato nelle antiche province.
L’Ordine Costantiniano di San Giorgio dopo il 1873: sviluppi e controversie
La promulgazione della legge del 29 giugno 1873 non segnò tuttavia la scomparsa definitiva dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, il cui prestigio simbolico e tradizione dinastica continuarono a vivere, sia pure in forme ridotte e spesso oggetto di polemiche tra i vari rami della famiglia Borbone residua.
Nel corso del tempo, diverse controversie sono sorte circa la legittimità delle “pretese” di rappresentanza dinastica nell’attribuzione dei titoli dell’Ordine, dando vita a una vera e propria diatriba giuridica che continua ancor oggi, alimentata sia dalla passione storica sia da interessi identitari.
Considerazioni politiche e simboliche nel nuovo contesto nazionale
La questione degli ordini cavallereschi, e in special modo dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, non deve essere ridotta al solo versante patrimoniale o alla dialettica tra interesse pubblico e beni privati. Essa ha lambito e continua a lambire sensibilità politiche e identitarie profonde.
Per il giovane Regno d’Italia, sancire la fine del regime borbonico aveva valore anche come rottura rispetto a un sistema di rapporti fra Stato, nobiltà e Chiesa. In questo quadro, la sopravvivenza (reale o simbolica) degli ordini cavallereschi poteva rappresentare una forma di resistenza al nuovo ordine politico, e insieme una testimonianza della persistente pluralità delle culture locali nella Penisola.
L’eredità della dinastia Borbone e la questione della legittimità
A distanza di quasi un secolo e mezzo, il dibattito sui titoli, i privilegi e la validità degli ordini cavallereschi borbonici non si è del tutto sopito. Restano infatti attive varie associazioni che rivendicano una diretta discendenza storica e giuridica dall’originale Ordine Costantiniano di San Giorgio e che attribuiscono titoli cavallereschi, in Italia e all’estero, sulla scorta di documentazione dinastica e di successione araldica.
Contemporaneamente, il sistema onorifico ufficiale italiano – nettamente separato e centralizzato rispetto al passato – ha adottato un approccio cauto, limitando i riconoscimenti a leggende storiche e non concedendo alcun valore giuridico a titoli non riconosciuti dallo Stato.
Conclusioni: Ordini cavallereschi e identità nazionale postunitaria
L’epopea dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e la sua discussa sopravvivenza nel contesto post-unitario offrono un eccezionale spunto di riflessione sulle strategie messe in atto dal nuovo Stato italiano nella ridefinizione del proprio patrimonio storico e simbolico. La vicenda dimostra quanto fosse difficile, e spesso impossibile, operare fratture nette con il passato, soprattutto quando in gioco sono questioni legate non solo al diritto, ma alla memoria collettiva e alla costruzione dell’identità nazionale.
La soppressione delle commende costantiniane, sancita dalla legge del 29 giugno 1873, fu soltanto un momento di una lunga transizione, nella quale le vestigia del vecchio regime furono lentamente assorbite, reinterpretate o semplicemente marginalizzate. Ciò non impedì che l’Ordine Costantiniano di San Giorgio sopravvivesse nell’immaginario collettivo – e in taluni casi nelle pratiche – quale simbolo di una stagione storica irrimediabilmente conclusa, ma non priva di echi e risonanze nella storia contemporanea italiana.