- Dal Vietnam a oggi: una parabola discendente
- Il cinema che non c'è più
- Ucraina e Iran: due laboratori di censura
- Il giornalismo di guerra ai margini
- Quando il potere scrive la narrazione
- Raccontare la guerra oggi: cosa resta
- Domande frequenti
Dal Vietnam a oggi: una parabola discendente
C'è stato un tempo in cui la guerra si poteva raccontare. Non solo: si doveva raccontare, e chi lo faceva cambiava il corso della storia. Le immagini del Vietnam che arrivavano nei salotti americani attraverso i notiziari serali della CBS non erano filtrate da algoritmi, non passavano per uffici stampa militari compiacenti, non venivano confezionate per alimentare una narrazione prestabilita. Erano crude. Disturbanti. Vere.
Quel mondo non esiste più.
Il rapporto tra guerra e narrazione ha subìto una trasformazione profonda, silenziosa, e per molti versi irreversibile. Quello che un tempo era uno spazio di libertà espressiva, capace di generare capolavori cinematografici, reportage leggendari e romanzi che hanno segnato intere generazioni, si è ridotto progressivamente a un terreno controllato, dove il racconto dei conflitti è deciso altrove. Dal potere politico, da quello militare, dalle piattaforme digitali che decidono cosa è visibile e cosa no.
Il cinema che non c'è più
Per capire cosa abbiamo perso, basta guardare indietro. Il cinema della guerra del Vietnam rappresenta probabilmente il punto più alto mai raggiunto dalla narrazione bellica occidentale. Apocalypse Now di Coppola, Il cacciatore di Cimino, Full Metal Jacket di Kubrick, Platoon di Stone: non erano film di propaganda. Erano opere d'arte che interrogavano il senso stesso della violenza organizzata, che mettevano sotto accusa il governo americano, che davano voce al trauma dei reduci e alla sofferenza dei civili.
Hollywood poteva farlo perché esisteva un ecosistema culturale che lo permetteva. I giornalisti sul campo mandavano a casa filmati non censurati, l'opinione pubblica reagiva, il dibattito politico ne veniva investito. Il cinema arrivava dopo, ma partiva da una base di verità accessibile a tutti.
Le guerre successive, dall'Iraq all'Afghanistan, hanno prodotto opere cinematografiche di qualità variabile, alcune anche notevoli, come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow. Ma nessuna ha avuto la forza dirompente di quei film degli anni Settanta e Ottanta. Non perché manchino i talenti, ma perché è venuto meno il terreno su cui quei racconti potevano crescere: l'accesso diretto, non mediato, alla realtà del conflitto.
I conflitti più recenti non hanno generato racconti convincenti. Non nel cinema, non nella letteratura, non nel giornalismo. E questo non è un caso.
Ucraina e Iran: due laboratori di censura
L'Ucraina e l'Iran rappresentano oggi due modelli distinti ma convergenti di come il potere controlla la narrazione bellica.
In Ucraina, il racconto del conflitto è stato fin dall'inizio una questione strategica. La comunicazione del presidente Zelenskyj, efficacissima sul piano mediatico, ha costruito un'immagine della resistenza ucraina che ha conquistato l'opinione pubblica occidentale. Ma questa narrazione, per quanto comprensibile in un contesto di aggressione militare, ha lasciato pochissimo spazio alle voci dissonanti, alle zone grigie, alla complessità. I giornalisti sul campo operano in condizioni di restrizione crescente. Le informazioni militari sono coperte da segreto. Il racconto è diventato, per necessità o per scelta, unidirezionale.
Dal lato russo, la situazione è incomparabilmente peggiore. La censura di guerra imposta dal Cremlino ha cancellato qualsiasi possibilità di racconto indipendente. La parola guerra stessa è stata bandita dal lessico ufficiale, sostituita dal grottesco eufemismo di operazione militare speciale.
In Iran, il controllo della narrazione si intreccia con la repressione sistematica del dissenso interno. Le proteste che hanno infiammato il Paese, i conflitti regionali in cui Teheran è coinvolta: tutto viene filtrato da un apparato censorio che non lascia spiragli. I giornalisti iraniani indipendenti rischiano il carcere, o peggio. Le informazioni che escono dal Paese sono frammentarie, spesso impossibili da verificare.
Due contesti diversi, una stessa conseguenza: la libertà di raccontare la guerra è stata soppressa.
Il giornalismo di guerra ai margini
Il giornalismo di guerra, quella pratica nobile e pericolosa che ha prodotto figure come Robert Capa, Oriana Fallaci, Ryszard Kapuściński, è diventato un mestiere marginale. Non solo per ragioni economiche, anche se la crisi dell'editoria ha drasticamente ridotto le risorse destinate ai corrispondenti esteri. Il problema è più profondo.
I reporter di guerra oggi si trovano schiacciati tra due forze: da un lato, gli apparati militari che limitano l'accesso e controllano le informazioni; dall'altro, i social media che inondano il pubblico di contenuti non verificati, creando l'illusione di una trasparenza totale che in realtà è rumore di fondo. Un video su TikTok girato da un soldato con lo smartphone può raggiungere milioni di persone in poche ore, senza alcuna mediazione giornalistica. Ma quel video racconta davvero qualcosa? O è a sua volta un frammento di propaganda, consapevole o meno?
La professione del corrispondente di guerra rischia di diventare irrilevante non perché le guerre siano finite, ma perché nessuno sembra più disposto a investire nella complessità del racconto. Si preferiscono le immagini immediate, gli slogan, le narrazioni preconfezionate.
In un panorama in cui anche insegnare speranza e partecipazione civica in tempi di crisi democratica diventa una sfida nelle scuole e nelle università, la capacità di formare cittadini capaci di leggere criticamente i racconti di guerra appare sempre più urgente, e sempre più trascurata.
Quando il potere scrive la narrazione
Il dato di fondo è questo: la narrazione della guerra è oggi decisa dal potere. Non è una novità in senso assoluto, la propaganda bellica esiste da quando esiste la guerra. Ma c'è una differenza qualitativa rispetto al passato.
Durante il Vietnam, il potere americano tentò di controllare il racconto e fallì. I media ebbero la forza, e la libertà, di raccontare una versione diversa da quella ufficiale. Quel cortocircuito tra narrazione governativa e narrazione giornalistica produsse uno dei più grandi movimenti di opinione pubblica del Novecento.
Oggi quel cortocircuito non si verifica più. Non perché i governi siano diventati più abili nella propaganda, anche se lo sono. Ma perché l'intero ecosistema dell'informazione è cambiato. Le piattaforme digitali, che dovevano democratizzare l'accesso all'informazione, hanno finito per frammentarla in bolle impermeabili. Ognuno vede la guerra che vuole vedere. Ognuno conferma le proprie convinzioni. Il racconto condiviso, quello che un tempo univa un'intera nazione davanti al televisore e la costringeva a fare i conti con la realtà, semplicemente non esiste più.
Il rapporto tra potere e informazione si è riconfigurato in modo strutturale. E i conflitti contemporanei ne sono la dimostrazione più evidente.
Raccontare la guerra oggi: cosa resta
Resta qualcosa? Restano i pochi giornalisti indipendenti che continuano a rischiare la vita per portare testimonianze dai fronti. Restano i documentaristi che lavorano ai margini, spesso senza budget, spesso senza visibilità. Restano i libri che arrivano anni dopo, quando il clamore si è spento e qualcuno trova finalmente lo spazio per riflettere.
Ma il racconto in tempo reale, quello che può influenzare le scelte politiche e mobilitare l'opinione pubblica mentre la guerra è in corso, quello è stato sostanzialmente neutralizzato. In Ucraina come in Iran, in Medio Oriente come in Africa, la libertà di stampa nelle zone di conflitto è un concetto sempre più teorico.
La domanda che dovremmo porci non è se la guerra continuerà a essere raccontata. Lo sarà, inevitabilmente, in qualche forma. La domanda vera è: da chi sarà raccontata? E per conto di chi?
Se la risposta è "dal potere, per conto del potere", allora il Vietnam non è solo un ricordo. È un'epoca irripetibile. E con essa se n'è andata una forma di libertà che forse non abbiamo difeso abbastanza quando era ancora possibile farlo.