Sommario
- La notizia: Italia fuori dalla selezione ufficiale
- Il precedente del 2017 e il paragone con i Mondiali
- Cosa ha detto Thierry Frémaux
- Una tradizione che sembrava inattaccabile
- Il nodo strutturale: produzione in affanno
- Le presenze indirette sulla Croisette
- Un segnale da leggere senza allarmismo
- Il cinema italiano e la sfida dei prossimi anni
- Domande frequenti
La notizia: Italia fuori dalla selezione ufficiale
La 79ª edizione del Festival di Cannes ha svelato la propria selezione ufficiale e, per la prima volta dal 2017, nessun film italiano figura né nel concorso principale per la Palma d'Oro né nella sezione Un Certain Regard. La notizia, rilanciata dall'ANSA e ripresa immediatamente dalla stampa specializzata, ha colto di sorpresa una parte del mondo cinematografico italiano, abituato a considerare la presenza sulla Croisette quasi una certezza annuale. Non si tratta di un'esclusione clamorosa accompagnata da polemiche o rifiuti dichiarati. Semplicemente, nessun titolo italiano presentato ai selezionatori è stato ritenuto adeguato al livello della competizione internazionale per questa edizione. Il dato è secco e merita di essere analizzato con lucidità, senza trasformarlo in un dramma nazionale ma neppure liquidandolo come un incidente di percorso irrilevante. Cannes resta il festival cinematografico più prestigioso al mondo, il termometro attraverso cui si misura la vitalità delle cinematografie nazionali. Esserne assenti significa qualcosa, anche quando le ragioni sono più complesse di quanto un titolo possa suggerire.
Il precedente del 2017 e il paragone con i Mondiali
L'ultima volta che l'Italia era rimasta completamente fuori dalla selezione ufficiale di Cannes risale al 2017, un anno che all'epoca venne percepito come un'anomalia temporanea. E in effetti lo fu: già nel 2018 Matteo Garrone tornò in concorso con Dogman, riportando il tricolore sulla Croisette. Sui social e nei commenti della critica italiana è riemerso un paragone ormai diventato un riflesso condizionato, quello con l'assenza della nazionale di calcio dai Mondiali del 2018 e del 2022. Un accostamento ironico, certo, ma che tocca un nervo scoperto: l'idea che l'Italia possa trovarsi esclusa dai grandi appuntamenti internazionali non per mancanza di tradizione o talento, bensì per un problema di sistema. Nel calcio come nel cinema, la questione non è mai stata l'assenza di singoli campioni, ma la capacità del sistema di metterli nelle condizioni di competere al massimo livello. Il paragone ha i suoi limiti evidenti, eppure fotografa un sentimento diffuso: la sensazione che qualcosa nel meccanismo si sia inceppato, e che le eccellenze individuali non bastino a compensare le fragilità strutturali di un intero comparto.
Cosa ha detto Thierry Frémaux
Il delegato generale del Festival, Thierry Frémaux, non ha eluso la questione. Nelle dichiarazioni rilasciate a margine della conferenza stampa di presentazione della selezione, ha parlato di una "momentanea mancanza di film italiani all'altezza della competizione", precisando che il giudizio riguarda esclusivamente i titoli visionati per questa edizione e non certo il valore complessivo del cinema italiano. Frémaux ha sottolineato come Cannes stia attraversando una fase di profondo rinnovamento nella propria politica di selezione, con un'attenzione crescente verso cinematografie emergenti e verso registi di nuova generazione provenienti da aree geografiche tradizionalmente meno rappresentate. Il festival, ha aggiunto, non ragiona per quote nazionali ma per qualità dei singoli film. Una posizione coerente con la linea tenuta negli ultimi anni, durante i quali la selezione si è aperta in modo significativo al cinema dell'Asia orientale, dell'Africa subsahariana e dell'America Latina. L'internazionalizzazione di Cannes non è una novità, ma la sua accelerazione rende la competizione per entrare in selezione sempre più serrata, anche per cinematografie storicamente forti come quella italiana.
Una tradizione che sembrava inattaccabile
Fino all'anno scorso, l'Italia poteva vantare una presenza pressoché ininterrotta nelle sezioni principali del festival. L'elenco dei nomi che hanno rappresentato il cinema italiano a Cannes nell'ultimo decennio è impressionante per continuità e qualità. Nanni Moretti ha vinto la Palma d'Oro nel 2001 e ha continuato a presentare i propri film in concorso fino a Il sol dell'avvenire nel 2023. Paolo Sorrentino è stato ospite fisso della Croisette, da La grande bellezza in poi. Alice Rohrwacher ha costruito la propria reputazione internazionale proprio a Cannes, con Le meraviglie (Gran Premio della Giuria nel 2014) e Lazzaro felice (premio per la miglior sceneggiatura nel 2018). Marco Bellocchio ha ricevuto la Palma d'Onore alla carriera nel 2021, anno in cui ha presentato anche Marx può aspettare. Matteo Garrone è tornato ripetutamente in concorso, fino a Io Capitano nel 2023. Questa densità di presenze aveva creato l'impressione di un flusso inarrestabile. L'assenza del 2026 rompe quella continuità e costringe a interrogarsi su cosa sia cambiato nel tessuto produttivo che alimentava quel flusso.
Il nodo strutturale: produzione in affanno
La spiegazione più convincente dell'assenza italiana da Cannes 2026 non va cercata in un improvviso calo di talento registico, ma in un problema industriale e temporale che affonda le radici negli anni della pandemia. Il Covid-19 ha provocato un rallentamento brutale delle produzioni cinematografiche italiane tra il 2020 e il 2022, con set chiusi, finanziamenti congelati e calendari stravolti. A questo si è aggiunta una fase di incertezza sui finanziamenti pubblici, legata alla riforma del Tax Credit e alle nuove regole del Ministero della Cultura per l'accesso ai fondi. Il risultato è un "collo di bottiglia" produttivo che sta emergendo proprio ora: molti progetti che avrebbero dovuto essere pronti per il 2025-2026 hanno accumulato ritardi, e il numero di titoli d'autore completati e disponibili per la selezione festivaliera si è ridotto sensibilmente. Non è un caso che diversi registi italiani di prima fascia, da Rohrwacher a Garrone, abbiano progetti annunciati ma non ancora in fase di post-produzione conclusa. Il problema, insomma, è di pipeline produttiva, non di creatività.
Le presenze indirette sulla Croisette
L'assenza dalla selezione ufficiale non significa che l'Italia sia completamente invisibile a Cannes 2026. Diverse coproduzioni con partecipazione italiana figurano nel programma, sia in concorso sia nelle sezioni parallele. Produttori italiani hanno contribuito al finanziamento di film selezionati sotto bandiera francese, tedesca o belga, una dinamica ormai consolidata nel cinema europeo contemporaneo dove i confini nazionali delle produzioni sono sempre più sfumati. Attori e attrici italiani compaiono nei cast di alcuni titoli in competizione, segno che il talento italiano continua a essere richiesto e valorizzato a livello internazionale. Va inoltre considerato che la selezione ufficiale annunciata non è necessariamente definitiva: Cannes si riserva tradizionalmente la possibilità di aggiungere titoli "last minute" nelle settimane precedenti il festival, e non è escluso che qualche film italiano possa ancora trovare spazio nelle sezioni collaterali come la Quinzaine des Cinéastes o la Semaine de la Critique, i cui programmi vengono annunciati separatamente e in date successive rispetto alla selezione principale.
Un segnale da leggere senza allarmismo
Sarebbe un errore interpretare l'assenza italiana da Cannes 2026 come il sintomo di una scomparsa definitiva dal panorama cinematografico internazionale. La storia del cinema italiano è costellata di fasi alterne, momenti di straordinaria visibilità seguiti da periodi di minor esposizione, senza che questo abbia mai significato un declino irreversibile. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare il segnale. L'esclusione dalla vetrina più importante del cinema mondiale arriva in un momento in cui il settore audiovisivo italiano sta attraversando una transizione complessa: le piattaforme streaming hanno assorbito una quota significativa di talenti e risorse, il sistema dei finanziamenti pubblici è in fase di ridefinizione, e la competizione internazionale per accedere ai grandi festival si è intensificata come mai prima. Il ritorno dell'Italia a Cannes dipenderà dalla capacità del sistema produttivo di sbloccare i progetti attualmente in fase di sviluppo e di garantire ai registi italiani le condizioni per lavorare con tempi e budget adeguati alla competizione internazionale.
Il cinema italiano e la sfida dei prossimi anni
Quello che emerge dall'analisi dell'assenza italiana a Cannes 2026 è un quadro articolato, dove il talento non manca ma il sistema fatica a sostenerlo con la continuità necessaria. I nomi ci sono: una nuova generazione di registi sta emergendo accanto ai maestri già affermati, e i progetti in cantiere non difettano di ambizione. La sfida è trasformare quel potenziale in film completati, pronti per le scadenze dei festival, finanziati in modo adeguato e sostenuti da una filiera produttiva efficiente. In questo scenario non mancano segnali di apertura internazionale, come dimostra il fatto che l'industria cinematografica italiana è protagonista a Hollywood e continui a trovare spazio e riconoscimento nei mercati globali. Il 2017 dimostrò che un'assenza da Cannes può essere seguita da un ritorno immediato e brillante. Non c'è ragione per pensare che non possa accadere di nuovo, a patto che le criticità strutturali vengano affrontate con la stessa serietà con cui si analizza il problema. Il cinema italiano ha attraversato crisi ben più profonde e ne è sempre uscito con opere capaci di sorprendere il mondo.