Le procedure di immissione in ruolo per l'anno scolastico 2026/27 si sono chiuse il 31 agosto con 37.430 nuovi docenti a tempo indeterminato, meno dei 46.642 posti autorizzati dal decreto ministeriale e una frazione del bacino di oltre 200.000 precari della scuola che ogni settembre firma un contratto a termine per tenere in piedi il servizio pubblico statale.
Un precario stabilizzato ogni sei per il 2026/27
Il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha confermato al 31 agosto 37.430 contratti a tempo indeterminato per il personale docente, a fronte di 46.642 posti autorizzati dal decreto ministeriale n. 136 del 10 luglio 2026. Il gap del 20% tra posti autorizzati e assunzioni effettive dipende da graduatorie esaurite in molte classi di concorso, dalle rinunce di chi rifiuta una sede troppo lontana e dai posti di sostegno che non trovano candidati specializzati. Nello stesso periodo la platea dei docenti con contratto annuale o al 30 giugno resta oltre le 200.000 unità: per ogni docente stabilizzato quest'anno restano cinque colleghi in attesa, con anzianità di servizio spesso superiore ai cinque anni.
Un precariato scuola quattro volte quello europeo
Il confronto con gli altri sistemi scolastici europei restituisce un'anomalia difficile da leggere come fisiologica. Francia e Germania si fermano rispettivamente al 6% e al 5% di docenti a tempo determinato, mentre in Italia la quota è stimata tra il 20% e il 25% dell'organico, con punte sopra il 50% sul sostegno, dove oltre 100.000 posti vengono assegnati come supplenze in deroga per aggirare il vincolo di organico di diritto. La direttiva 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato impone agli Stati membri misure per prevenire l'abuso di contratti successivi oltre i 36 mesi. Nel 2014 la sentenza Mascolo della Corte di giustizia UE, nelle cause riunite C-22/13 e collegate, ha condannato il modello italiano di reclutamento scolastico senza produrre un cambio strutturale.
La legge Mattarella dopo il deferimento a Lussemburgo
Il 3 ottobre 2024 la Commissione europea ha deferito l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione proprio per l'abuso di contratti a termine nel comparto scolastico, chiudendo una procedura di infrazione partita nel luglio 2019. In questo quadro il doppio canale di reclutamento è tornato al centro del dibattito: la proposta recupera l'articolo 2 della legge 417 del 1989, firmata dall'allora ministro Sergio Mattarella, che assegnava il 50% dei posti disponibili ai vincitori di concorso e il restante 50% per scorrimento delle graduatorie provinciali. Le richieste convergono su Anief, Cisl Scuola e Uil Scuola, mentre in Parlamento è in discussione il ddl Bucalo, che punta a rendere strutturale il meccanismo a partire dall'anno scolastico 2027/28. L'argomento tecnico dei proponenti è che la stabilizzazione per titoli e servizio non è incompatibile con l'articolo 97 della Costituzione: già oggi il personale ATA viene assunto tramite le graduatorie permanenti 24 mesi previste dall'art. 554 del D.Lgs. 297/94.
Cosa cambierebbe con il doppio canale
L'impatto finanziario stimato dai proponenti sarebbe quasi neutro per il bilancio: quelle cattedre sono già coperte con risorse pubbliche e generano contenziosi seriali per il risarcimento del danno da abuso, con condanne che pesano davanti ai giudici del lavoro. La conversione dell'organico di fatto in organico di diritto sposterebbe tra le 40.000 e le 60.000 posizioni verso il tempo indeterminato ogni anno scolastico, secondo le stime dei tavoli tecnici. Sul fronte pratico, un docente abilitato con cinque o più anni di servizio potrebbe uscire dal circuito dei percorsi da 30 e 60 CFU (oggi tra i 2.000 e i 3.000 euro a corso) e delle rette TFA sul sostegno, che superano regolarmente i 3.500 euro.
Il decreto attuativo è atteso in autunno. Chi vive di contratti che finiscono a giugno e ricominciano a settembre guarda a quel passaggio parlamentare per capire se il ciclo di 200.000 supplenze annuali si spezzerà dal 2027/28.