In Italia le pluriclassi sono 1.325 e accolgono 25.706 studenti. Il dato arriva dall'Atlante delle piccole scuole INDIRE, aggiornato all'anno scolastico 2020/21: 1.165 aule multietà nella primaria e 160 nella secondaria di primo grado.
L'87,9% del fenomeno si concentra quindi nel primo ciclo. E il perimetro geografico è netto: il 48,4% delle piccole scuole che ospitano queste aule si trova nelle aree interne del Paese, quasi la metà del totale in comuni collinari o montani.
Chi sono e dove stanno le 1.325 aule multietà
L'Atlante INDIRE censisce 11.627 piccole scuole in Italia, il 33,1% del totale nazionale. Nella primaria la quota sale al 50,6%: una scuola primaria statale su due è di piccole dimensioni. Su questa base si innesta il modello delle aule multietà, presente nel 15,7% delle piccole primarie e nel 9,5% delle piccole secondarie di primo grado.
La geografia è quella che si intuisce leggendo i tag Istat sui comuni: le regioni con la più alta incidenza di piccole scuole sono Campania (33,9%), Calabria (32,1%), Piemonte (28,2%), Sicilia (26,8%) e Lombardia (25,1%). Il 47,9% dei plessi sta in collina e il 29,1% in montagna, con un 57,5% localizzato in comuni a basso grado di urbanizzazione. La Fotografia INDIRE su piccole scuole e pluriclassi mostra un fenomeno diffuso, non un residuo.
Un modello strutturale, non un ripiego demografico
L'obiezione ricorrente, richiamata anche dall'editoriale di Fernando Nucifero, è che l'aula multietà sia una scuola di serie B nata dall'emergenza demografica. I dati raccontano l'opposto: 25.706 studenti seguono ogni giorno lezioni in classi verticali, con un docente che gestisce due o più annualità nello stesso spazio. Il modello regge da decenni e si concentra dove il calo delle nascite non è un rischio futuro, ma un dato consolidato del territorio.
La cornice normativa si sta muovendo nella stessa direzione. La proposta di legge Amorese, in esame alla Camera, punta ad abolire il limite minimo di alunni per formare le classi nei comuni montani, nelle piccole isole e nelle aree con minoranze linguistiche: se ne è occupata questa settimana la VII Commissione Cultura della Camera, in una seduta che unisce classi montane e sperimentazione IA. Il fronte parlamentare riconosce, in altre parole, che le aule verticali sono una scelta di sistema, non una deroga da concedere caso per caso.
Cosa serve al modello per funzionare davvero
Il Quaderno n. 9 delle Piccole Scuole, pubblicato da INDIRE il 28 maggio 2026, restituisce gli esiti di una ricerca su 29 plessi di 13 istituti veneti. La conclusione operativa è che la qualità didattica dipende dagli spazi: aule riconfigurabili, corridoi e laboratori intesi come ambienti di apprendimento, giardini e cortili come estensione del curricolo. Non basta il decoro dell'arredo: serve una progettazione integrata degli spazi interni, di soglia ed esterni, capace di sostenere lavoro tra pari, tutoring e cooperative learning in aule dove convivono età e livelli diversi.
L'altro nodo è la formazione dei docenti. Gestire una classe verticale richiede competenze diverse dalla lezione frontale monoclasse: differenziazione dei percorsi, gestione simultanea di attività, valutazione formativa. Il rischio, altrimenti, è che ogni deroga concessa dagli uffici scolastici regionali produca un'aula multietà tenuta insieme dalla buona volontà del singolo insegnante. La partita non si gioca solo in Parlamento: la agenda della Commissione cultura del Senato con le audizioni sul ddl istruzione mostra quanti dossier restano aperti sul primo ciclo, dalle Indicazioni nazionali alle risorse per il personale.
Il dato di partenza resta quello del Focus MIM sull'avvio anno scolastico 2024/2025: nella primaria statale si contano ancora migliaia di plessi con meno di 50 alunni. Finché quella struttura resta, la scelta non è tra classi omogenee e aule multietà, ma tra un modello riconosciuto con investimenti e formazione, o un modello tollerato in attesa che il territorio si svuoti.