Due studi appena rilanciati da Nature documentano lo stesso effetto in due settori diversi: medici e sviluppatori che usano l'intelligenza artificiale in modo continuativo perdono capacità quando il software non c'è. Sulla rivista Lancet Gastroenterology si misura un calo di 6 punti percentuali nella diagnosi dei medici polacchi, in un preprint Anthropic un -17% nei punteggi di ingegneri sotto esame.
I numeri dei due studi sul deskilling
Il primo studio, pubblicato in agosto 2025 su Lancet Gastroenterology and Hepatology, ha seguito 19 endoscopisti polacchi con oltre 2.000 colonscopie ciascuno, in quattro centri tra settembre 2021 e marzo 2022. Nei tre mesi precedenti l'introduzione del sistema di rilevazione automatica degli adenomi, i medici trovavano almeno una lesione precancerosa nel 28,4% degli esami. Dopo l'avvio dell'AI, nelle colonscopie eseguite senza supporto algoritmico la quota scendeva al 22,4%. Lo stesso campione, in pochi mesi, ha perso sei punti percentuali di sensibilità senza assistenza.
Il secondo studio, firmato da Judy Hanwen Shen e Alex Tamkin di Anthropic e disponibile in preprint su arXiv da gennaio 2026, ha coinvolto 52 ingegneri del software incaricati di imparare la libreria Python Trio. Metà del gruppo poteva usare un assistente AI durante l'esercizio, l'altra metà no. Al quiz successivo il gruppo con AI ha totalizzato in media il 50%, contro il 67% del gruppo che aveva risolto a mano: 17 punti di distacco. Il divario era massimo nelle domande di debugging, quelle che richiedono di capire perché un pezzo di codice non funziona.
Tapani Rinta-Kahila, ricercatore in sistemi informativi all'Università del Queensland, legge i due risultati nello stesso quadro: il GPS ha già eroso le capacità di orientamento, e ogni delega ripetuta a una macchina sposta abilità dalla persona allo strumento.
I docenti italiani arrivano all'AI con il piede sbagliato
Il dato OCSE TALIS 2024 nota Italia dice che il 25% degli insegnanti italiani ha usato l'intelligenza artificiale nel proprio lavoro nei dodici mesi precedenti l'indagine, contro una media OCSE del 36%. Tra chi non la usa, il 69% dichiara di non possedere le competenze necessarie per insegnare con l'AI e il 39% segnala infrastrutture scolastiche inadeguate. L'età media dei docenti italiani è 48 anni e il 49% ha più di 50 anni, contro il 37% della media OCSE: il bacino con cui formare studenti su strumenti generativi è anche quello meno abituato a usarli.
Nel frattempo le aule stanno per riempirsi di chatbot. Il Decreto Ministeriale 219 del novembre 2025 ha stanziato 100 milioni di euro PNRR per progetti di AI nelle scuole, con fino a 50.000 euro per istituto, e le nuove linee guida nazionali porteranno la materia nei licei dal 2027/28. Sul piano europeo la corsa è già partita: la rete di sei nuove AI factories EuroHPC e gli accordi industriali multi-miliardo sull'AI generativa confermano una traiettoria infrastrutturale che precede di anni la formazione di chi quegli strumenti li dovrà spiegare in classe.
Come si usa l'AI cambia il risultato
Lo studio Anthropic contiene un dettaglio che riguarda da vicino la didattica: chi ha usato l'AI per chiedere chiarimenti concettuali ha mantenuto punteggi sopra il 65%, chi le ha delegato direttamente la scrittura del codice è sceso sotto il 40%. La differenza non sta nello strumento, sta nel modo di interrogarlo.
Robert Wachter, autore citato dall'analisi di Nature e medico all'Università della California di San Francisco, osserva che anche i professionisti più qualificati diventano "meno motivati, meno concentrati e meno responsabili nelle decisioni cognitive" dopo un'esposizione prolungata all'AI. Tradotto in classe: usare ChatGPT come stampella per i compiti produce studenti più veloci ma con basi più fragili, mentre interrogarlo per chiarire un concetto le rafforza. Il convegno alla Luiss sull'impatto dell'AI nella formazione ha registrato la stessa preoccupazione fra i ricercatori: molti studenti dichiarano di non sapere come usare l'AI per imparare, non solo per produrre output.
I 100 milioni del PNRR finanziano corsi e workshop sui rischi dell'AI, ma il punto di partenza è un docente su quattro che la sa usare. Se la formazione non chiude quel divario prima che la materia entri stabilmente nei licei, gli studenti italiani rischiano di replicare il pattern degli endoscopisti polacchi: più rapidi con il software, meno solidi senza.