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Dalla luce al gene mancante: due vie contro la cecità retinica

Primi risultati dell'optogenetica: 4 pazienti su 8 con retinite pigmentosa riconoscono oggetti con occhiali. In Italia 15 malati trattati altrove.

Quattro persone cieche su otto hanno individuato un oggetto sul tavolo e ne hanno riconosciuto l'orientamento indossando occhiali che proiettano luce ambrata dentro l'occhio trattato. È il risultato dello studio PIONEER, pubblicato il 7 ottobre sul New England Journal of Medicine, due giorni dopo l'assegnazione del Nobel per la Medicina 2026 ai padri dell'optogenetica.

Come la luce accende le cellule superstiti della retina

La retinite pigmentosa è un gruppo di malattie ereditarie che distruggono i fotorecettori, le cellule che intercettano la luce. Quando i fotorecettori spariscono, nella retina sopravvivono però le cellule ganglionari, i neuroni che portano l'informazione al nervo ottico. Il metodo testato nello studio PIONEER sfrutta proprio quelle: un vettore virale AAV trasporta nelle ganglionari il gene per ChrimsonR, una proteina fotosensibile che le rende sensibili alla luce ambrata.

Il paziente indossa poi occhiali con telecamera, processore portatile e proiettore: la scena esterna viene convertita in impulsi di luce ambrata dosati per sollecitare le cellule modificate. La sperimentazione è stata condotta all'Hôpital national des 15-20 di Parigi, sponsor GenSight Biologics, codice scheda dello studio PIONEER su ClinicalTrials.gov, ed è stata coordinata da José-Alain Sahel dell'Università di Pittsburgh e Botond Roska dell'Institute of Molecular and Clinical Ophthalmology di Basilea. Dieci pazienti totali, otto hanno completato le prove comportamentali: in un sottogruppo l'elettroencefalogramma ad alta densità ha registrato segnali compatibili con l'arrivo dell'informazione alla corteccia visiva.

A Parigi la luce, a Napoli il gene: due strade in parallelo

Il punto di forza del protocollo PIONEER è che prescinde dalla singola mutazione: la retinite pigmentosa può nascere da difetti in oltre 100 geni diversi, e un approccio che agisce a valle dei fotorecettori perduti funziona per tutti. Esiste però la strada opposta, quella che rimette al suo posto proprio il gene mancante quando è noto. Dove si studia optogenetica in Italia e dove invece la ricerca italiana ha scelto un binario diverso lo dice il percorso del Vanvitelli di Napoli.

Alla Clinica Oculistica dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli, con una terapia nata nei laboratori del Tigem di Pozzuoli e sviluppata dallo spin-off AAVantgarde Bio, sono stati trattati 15 pazienti con sindrome di Usher di tipo 1B, una malattia rara che combina sordità alla nascita e retinite pigmentosa a esordio infantile. Il primo intervento al mondo è stato eseguito su un 38enne italiano: due settimane dopo l'operazione già vedeva meglio, a un mese riusciva anche in condizioni di scarsa luminosità, a dodici mesi la vista era stata restituita. Tra ottobre 2024 e aprile 2025 sono stati operati altri sette pazienti, poi altri sette ancora. Coordinatrice del progetto è la prof.ssa Francesca Simonelli, ordinaria di Oftalmologia.

La tecnologia che rende possibile l'intervento italiano si chiama Dual Hybrid: il gene MYO7A mutato nell'Usher 1B è troppo grande per entrare in un singolo vettore AAV, così la squadra del Tigem lo spezza in due e lo trasporta con due vettori distinti che si ricompongono dentro la cellula. È lo stesso principio su cui si fonda Luxturna, l'unica terapia genica oculare già autorizzata nell'Unione europea per la perdita visiva da mutazioni biallelic del gene RPE65. Un'altra ricerca italiana degna di nota è quella di Pisa sul neuro-muscolo che parla col nervo, segno che il paese ha più di un fronte aperto sulle interfacce fra tessuti biologici e stimoli esterni.

Cosa cambia per i malati italiani di retinite pigmentosa

In Italia la retinite pigmentosa colpisce fra 20 e 30 mila persone secondo le stime raccolte dalle associazioni di settore. Lo studio PIONEER non apre domani una porta per tutti: la pubblicazione sul New England Journal of Medicine non fissa una data per la disponibilità al pubblico del trattamento, e la scheda dello studio NCT03326336 lo classifica come attivo ma non in reclutamento, quindi gli ingressi sono chiusi. Serviranno sperimentazioni più ampie per misurare quanto spesso la combinazione di iniezione e occhiali porti un beneficio reale.

Nel frattempo chi riceve oggi una diagnosi continua a passare per il referto genetico: Luxturna richiede mutazioni confermate di RPE65 e sufficiente tessuto retinico vitale, la terapia del Tigem agisce solo su chi ha mutazioni di MYO7A. Il cervello stesso deve imparare: nello studio PIONEER i pazienti che avevano dedicato più tempo agli esercizi con il dispositivo hanno ottenuto le prestazioni migliori nel riconoscimento degli oggetti, e un dato analogo arriva dalle ricerche sulla plasticità precoce, come quelle su come i primi anni di vita condizionano la lettura delle emozioni.

Chi oggi convive con la malattia ha quindi un compito pratico: chiedere al centro di riferimento un esame genetico aggiornato e verificare in quale strada rientra la propria mutazione, perché la terapia che potrà cambiare qualcosa dipenderà da quel referto prima che dall'uscita di un nuovo studio.

Pubblicato il: 8 ottobre 2026 alle ore 14:11