Margaret Hamilton, la donna che coniò il termine software engineering guidando il team che portò l'Apollo 11 sulla Luna, è morta il 30 settembre 2026 a 90 anni. L'annuncio è arrivato dal MIT il 7 ottobre, l'ateneo dove per oltre vent'anni diresse la Software Engineering Division dell'Instrumentation Laboratory e scrisse il codice di bordo del programma Apollo.
Chi era e perché il suo codice regge ancora
Nata a Paoli, in Indiana, nel 1936, Hamilton entrò al MIT come prima programmatrice assunta sul progetto Apollo e nel giro di pochi anni arrivò a dirigere oltre 400 persone sul software del modulo di comando e di quello lunare. Il suo nome è legato all'allarme 1202 del 20 luglio 1969: durante la discesa dell'Eagle il computer di bordo andò in sovraccarico, ma il software a priorità che aveva progettato scartò i compiti non essenziali e tenne attive solo quelli critici. L'allunaggio andò avanti perché il codice distingueva fra ciò che poteva aspettare e ciò che no.
Barack Obama le consegnò la Presidential Medal of Freedom nel 2016, dopo il NASA Exceptional Space Act Award del 2003. Hamilton firmò oltre 130 pubblicazioni, fondò Higher Order Software nel 1976 e poi Hamilton Technologies negli anni Ottanta, e nel 2015 vide il codice originale dell'Apollo pubblicato su GitHub da uno dei suoi ex collaboratori. Il MIT, nel comunicato ufficiale, scrive che ha definito nuove forme di ingegneria del software e ha contribuito al lancio di un'industria che ha cambiato la storia.
In Italia la disciplina che fondò resta per lo più maschile
Hamilton inventò la parola software engineering per imporre il rigore della sua materia accanto alle ingegnerie storiche. In Italia quel rigore oggi è riconosciuto, ma le aule universitarie di quella disciplina continuano a essere piene di uomini. Secondo l'Annuario statistico ISTAT 2024 - Istruzione e formazione, nei corsi di laurea di primo livello in Informatica e Tecnologie ICT le donne immatricolate sono 16,3 ogni 100 iscritti nel 2024, in salita di appena un punto rispetto al 15,1 del 2022/2023. Un passo, non una svolta.
Il dato stride con la media italiana delle lauree STEM al femminile, ferma intorno al 40,5%, superiore a Francia, Germania e Spagna e sopra la media UE del 34,6%. La discesa riguarda proprio la casa di Hamilton: informatica, tecnologie ICT, ingegneria industriale. Nel Mezzogiorno la quota femminile fra i laureati STEM scende intorno al 15,5%, meno della metà degli uomini. Fra Nord e Sud il divario non si colma, e nemmeno fra città e aree interne. In due anni accademici la curva delle immatricolate in Informatica si è mossa di mezzo punto, non di un salto.
Cosa cambia nelle scuole e nei dipartimenti
Il tema non è solo di orientamento. Riguarda chi insegna, quali esempi arrivano nelle aule di informatica e con quale continuità la ricerca universitaria viene raccontata quando una scienziata muore, come è successo di recente con il ricordo di MUR e CNR per la geologa Paola Reichenbach. Nei laboratori italiani ci sono gruppi che lavorano all'interfaccia fra ingegneria e materia vivente, come i nanotubi di polidopamina sviluppati all'IIT per la stimolazione cellulare, ma la fotografia resta la stessa: tanto parlato, poche iscritte.
Il lavoro di lungo periodo esiste anche nelle scienze della Terra, come il monitoraggio del permafrost alpino e dei fiumi dell'Alaska, e il paragone vale: la parità nei corsi di laurea in Informatica non si misura in un anno. Nelle scuole superiori il bivio arriva presto, al terzo e quarto anno, quando si sceglie l'orientamento: senza docenti e tutor che portino in aula figure come Hamilton, il bacino di candidate ai corsi di laurea in Informatica resta quello di oggi. Il prossimo anno accademico dirà se il 16,3 del 2024 è l'inizio di una curva che sale o la fotografia di una disciplina che continua a chiamarsi come l'ha chiamata Hamilton senza assomigliarle davvero. La risposta non arriverà dai discorsi commemorativi, ma dai numeri delle matricole del prossimo autunno.