Venti grumi fossili di circa 160 milioni di anni fa, estratti dalle carote di sondaggio al largo della Norvegia, sono entrati per la prima volta nel catalogo tassonomico come traccia di un comportamento ben preciso: il rigurgito dei plesiosauri. Lo studio di Dirk Knaust, pubblicato il 23 settembre 2026 su Geological Magazine - Cambridge University Press, propone un'ipotesi inedita per spiegare perché quei resti non digeriti si trovino proprio in prossimità della costa.
Venti rigurgiti nelle carote del Troll
Il materiale analizzato proviene dal Troll Field, giacimento di idrocarburi del Mare del Nord norvegese. Si tratta di una ventina di grumi compatti, di dimensioni comprese tra uno e dieci centimetri, incastonati nei sedimenti sabbiosi di un antico delta fluviale datato tra il Bathoniano e l'Oxfordiano, cioè tra 168 e 161 milioni di anni fa. All'interno Knaust ha trovato gusci di bivalvi interi e frammentati, tubi di vermi serpulidi, placche di crinoidi e frammenti di legno fossilizzato.
La composizione ha indirizzato l'attribuzione ai Cryptoclididae, famiglia di plesiosauri dal collo lungo e dalla testa piccola, lunghi tra i quattro e gli otto metri. Si nutrivano del benthos, cioè degli organismi che vivevano appoggiati o infossati sul fondale, e il contenuto dei rigurgiti combacia con quello già ritrovato nello stomaco di esemplari fossili della stessa famiglia.
Vomitus concha, serpula, echinoderma: nasce un genere
La novità più rilevante dal punto di vista scientifico è la creazione formale di un nuovo genere di tracce fossili, Vomitus, con tre ichnospecies distinte per composizione dominante. Vomitus concha raccoglie i grumi dominati da gusci di bivalvi, Vomitus serpula quelli composti soprattutto da tubi di serpulidi, Vomitus echinoderma quelli ricchi di placche di crinoidi.
La scelta non è un dettaglio nomenclaturale. Finora i rigurgiti fossili erano registrati come curiosità o descritti caso per caso, senza una categoria stabile. Dare loro un nome con regole di appartenenza chiare consente di confrontare collezioni diverse, cercare lo stesso tipo di traccia in altri depositi sedimentari e ricostruire la distribuzione geografica di un comportamento che non si fossilizza da sé. Il modello mentale è quello dei pellet dei gufi: pacchetti rigettati di ossa, peli e materiale indigeribile, che oggi i naturalisti raccolgono per studiare la dieta dei rapaci. I plesiosauri cryptoclididi avrebbero fatto lo stesso con bivalvi e crinoidi, lasciando sul fondale deltizio un indice della loro alimentazione.
Perché andavano a vomitare a riva
Il secondo nodo è la posizione dei ritrovamenti. Il Troll si trova oggi a decine di chilometri dalla costa, ma nel Giurassico era un'area deltizia a bassa profondità, lontana dai battitori di caccia aperti in cui vivevano questi predatori. L'ipotesi di Knaust è che gli animali risalissero verso la riva per liberarsi dei residui, come fanno oggi otarie, foche e alcuni cetacei quando devono espellere gusci o parassiti.
Il motivo plausibile è l'acqua a minore salinità del delta: un ambiente meno impegnativo per un animale indebolito dalla digestione o affetto da parassiti intestinali, che in acque dolci o salmastre faticano a sopravvivere. Nelle stesse carote compare anche un coprolite attribuito a un coccodrillo marino, segno che la fascia costiera giurassica norvegese era un punto di sosta per predatori di stazza diversa. Il tema del rigurgito costiero si innesta su quello, più ampio, della vulnerabilità delle comunità marine ai cambiamenti di salinità e temperatura, su cui lavorano anche gli studi contemporanei sui batteri sentinella di alghe e coralli.
La vera eredità dello studio sta però nel metodo. Knaust ha costruito il campione lavorando per tre decenni sui carotaggi raccolti dall'azienda energetica Equinor nelle piattaforme del Mare del Nord: materiale estratto per cercare giacimenti, non fossili, e che in condizioni ordinarie resta inaccessibile ai paleontologi. L'archivio industriale, se riletto con occhio diverso, può restituire comportamenti che nessun affioramento di superficie permetterebbe di cogliere, con una logica simile a quella con cui si tornano a spulciare i dati di Cassini a nove anni dalla fine della missione.