Il sughero italiano chiude il 2025 con un fatturato a 342 milioni di euro, in calo del 2,5%. La risposta del settore è la certificazione biologica dei tappi prevista dal Regolamento (UE) 2018/848: un'opportunità per agganciare il vigneto bio italiano, che ha superato i 100.000 ettari.
Un comparto da 480 imprese sotto pressione
Il Sistema Sughero italiano conta circa 480 imprese e 2.370 addetti. I Consuntivi 2025 del Centro Studi FederlegnoArredo segnano per il comparto una contrazione del fatturato del 2,5%, fermandosi a 342 milioni di euro: è il terzo anno di rallentamento dopo il biennio di crescita 2021-2022. Le esportazioni valgono 34 milioni, pari al 10% del fatturato complessivo. L'87% dell'export riguarda i tappi in sughero, settore che concentra quasi tutto il rischio del comparto. Il problema è duplice. I consumi globali di vino sono in flessione: secondo ISMEA, nel 2024 la domanda mondiale ha rallentato, con consumatori che moderano gli acquisti di beni non essenziali e una crescente polarizzazione tra spumanti, vini low-alcohol e vini fermi tradizionali. Parallelamente, le chiusure alternative continuano a erodere quote. Tappi sintetici e screw cap puntano su costi industriali più bassi e su una narrazione di praticità che attira le grandi catene retail.
Perché il bio è la carta migliore per i tappi italiani
Qui entra la novità regolatoria. Il Regolamento UE 2018/848 sull'agricoltura biologica consente ora di certificare come biologici anche i tappi in sughero, estendendo il concetto di bio dal contenuto della bottiglia al packaging. La scommessa ha senso solo se esiste un mercato di sbocco capace di assorbire il sovrapprezzo. E in Italia quel mercato esiste già: secondo i dati ISMEA sui vigneti biologici nazionali quasi il 19% dei vigneti italiani è condotto con metodo biologico, per oltre 100.000 ettari, più che raddoppiati rispetto al 2009. L'Italia divide il podio mondiale del vino bio con Spagna e Francia, con una superficie cresciuta in modo costante negli ultimi quindici anni e una domanda interna ed estera che continua a premiare le etichette certificate. La certificazione prevista dal Reg. UE 848 non si limita al tappo finito: copre l'intera filiera, dalla gestione delle sugherete alle pratiche agronomiche, dalla raccolta della corteccia alla trasformazione industriale fino al confezionamento. Si tratta di un sigillo che le chiusure sintetiche, per definizione, non possono ottenere e che le chiusure metalliche faticano a comunicare al consumatore finale.
Cosa cambia per le aziende e per il vino in bottiglia
Per le 480 imprese del Sistema Sughero la certificazione richiede investimenti in tracciabilità, sistemi gestionali e audit di filiera. Alessandro Canepari, responsabile del Gruppo Sughero di Assoimballaggi, parla di opportunità strategica in una fase in cui i tappi devono confrontarsi con chiusure alternative. La logica è quella già vista in altri ambiti del lavoro e della produzione: come la certificazione di parità di genere sta riposizionando le imprese italiane su criteri ESG, il bollino bio sui tappi punta a un valore aggiunto premium difficile da replicare. Per i produttori di vino, il vantaggio è la coerenza completa: vigneto bio, vinificazione bio, chiusura bio. Per chi acquista la bottiglia, è un'informazione in più sull'etichetta, in linea con l'attenzione crescente al packaging sostenibile che sta cambiando le regole anche nell'economia dei servizi e negli appalti pubblici e nelle competenze digitali richieste dal nuovo mercato del lavoro.
Il primo passo è l'avvio del percorso di certificazione lungo tutta la catena del valore, dalle sugherete agli stabilimenti di trasformazione. Il banco di prova arriverà quando le prime aziende metteranno sugli scaffali bottiglie di vino bio chiuse con tappi bio: a quel punto si misurerà se il premium price arriva fino al consumatore o resta solo un costo in più per il produttore.