Il Congresso Uil di Padova ha riconfermato Pierpaolo Bombardieri e riportato attorno allo stesso tavolo Cisl, Cgil e Palazzo Chigi. Il vero fronte, però, è la piattaforma sul salario giusto: dietro la foto unitaria del 17 giugno si nasconde un calo del 7,5% dei salari reali italiani dal 2021, il peggiore fra le grandi economie Ocse.
Da Padova alla piattaforma del 17 giugno
Il XIX Congresso Uil si è chiuso il 5 luglio 2026 con la rielezione unanime di Bombardieri e la visita di Giorgia Meloni, che ha aperto un canale di negoziato in vista della prossima Legge di bilancio. Il passaggio decisivo era arrivato però tre settimane prima: il 17 giugno Cgil, Cisl e Uil hanno depositato una piattaforma congiunta per un nuovo accordo quadro con le associazioni datoriali, trasmessa alle controparti già in giornata.
Il testo chiede tre cose: contratti a durata triennale o quadriennale con adeguamento annuale ancorato all'indice IPCA NEI calcolato dall'Istat, una certificazione unica della rappresentanza sindacale via dati Inps e il superamento dei cosiddetti contratti pirata. Maurizio Landini, dopo un 2025 segnato dallo sciopero generale e dalle mobilitazioni per la Flotilla, ha rimesso al centro la contrattazione: la svolta politica raccontata dalle cronache di Padova ha una premessa economica precisa.
Il dato Ocse: salari reali -7,5% dal 2021
L'Employment Outlook 2025 dell'Ocse, scheda Italia pubblicato il 9 luglio 2025 misura quanto pesa il ritardo salariale italiano. All'inizio del 2025 le retribuzioni reali erano ancora del 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, il calo più marcato fra le grandi economie del gruppo. Nello stesso periodo Francia e Germania hanno quasi chiuso la forbice del potere d'acquisto perso con l'inflazione, mentre Spagna e Stati Uniti sono già tornati sopra i livelli pre-pandemia.
Lo sguardo lungo è ancora più duro: fra il 1990 e il 2020 l'Italia è stata l'unico Paese dell'Unione europea a registrare una variazione negativa dei salari reali. Il fronte contrattuale amplifica il problema. L'archivio nazionale del Cnel sui contratti collettivi contava 1.037 Ccnl depositati al 31 dicembre 2024, con la quota di accordi scaduti salita dal 57% al 62% in appena sei mesi. Il presidente Renato Brunetta ha ricordato che oltre 100 contratti non vengono rinnovati da più di dieci anni. Sempre secondo l'Ocse, nel primo trimestre 2025 un dipendente privato italiano su tre lavorava con un contratto scaduto.
Cosa cambia per chi lavora
Il meccanismo proposto dalle tre confederazioni separa due grandezze finora sovrapposte nei rinnovi. Il Trattamento economico minimo (Tem) raccoglie minimi tabellari, contingenza, scatti di anzianità ed elementi economici fissi: la sua variazione seguirà l'indice IPCA NEI con verifica annuale a giugno. Il Trattamento economico complessivo (Tec) aggiunge mensilità supplementari, welfare contrattuale e riduzioni d'orario riconosciute dai Ccnl comparativamente più rappresentativi.
Il vantaggio pratico è la comparabilità: due contratti che coprono la stessa attività non potranno più giocare al ribasso su voci accessorie mentre riducono il minimo tabellare, la tecnica classica dei contratti pirata. Il conto per il singolo lavoratore resta però legato ai tempi della trattativa. Confindustria deve pronunciarsi sulla piattaforma e le prime valutazioni sono attese in autunno, con il rischio concreto di uno slittamento sulla Legge di bilancio 2027.
Nel frattempo il record occupazionale certificato dal bollettino Cnel n. 1/2026 convive con quasi 8 milioni di donne italiane fuori dal mercato del lavoro e con retribuzioni contrattuali che, secondo l'Istat, hanno perso il 10,5% del valore fra 2019 e 2024. La stagione delle riforme sul lavoro va avanti su altri fronti, dalle nuove regole sulle dimissioni per fatti concludenti fino alla giurisprudenza della Cassazione sullo straining. Senza rinnovi contrattuali, però, il potere d'acquisto continuerà a ridursi.
Il vero banco di prova non è il palco di Padova né la piazza di Bologna, ma il tavolo con le associazioni datoriali che deve rispondere alla piattaforma sul salario giusto. Da quella risposta passa il recupero, o l'ulteriore rinvio, degli oltre sette punti di potere d'acquisto persi in cinque anni.