Il rapporto Ocse pubblicato il 9 aprile 2026 chiede all’Italia di aiutare le famiglie per far crescere l’occupazione. I numeri italiani indicano un divario più preciso: un padre in coppia lavora all’86,3%, una madre con figli in età prescolare al 58,2%. Quasi ventotto punti percentuali di distanza.
Cosa chiede il rapporto Ocse all’Italia
Il documento Foundations for Growth and Competitiveness 2026 - country note Italia fotografa un Paese con crescita occupazionale record ma tassi di attività ancora tra i più bassi dell’area, soprattutto per donne e giovani. L’Ocse indica quattro leve: politiche per la famiglia e la cura dell’infanzia, revisione selettiva del cuneo fiscale, formazione tecnica superiore (in particolare Its al Sud) e riduzione delle clausole di non concorrenza, che oggi vincolano un lavoratore su sei.
Un abbassamento del cuneo ai livelli mediani Ocse porterebbe tra i 4 e i 6 punti di occupazione, ma il costo pubblico sarebbe insostenibile con un debito che sfiora il 150% del Pil (137% con criterio Maastricht). Anche perché la spesa pensioni al 15,5% del Pil resta uno dei fronti più delicati. Per questo l’organizzazione raccomanda interventi mirati su combinazioni di reddito e sussidi, non tagli lineari.
Il gap italiano si concentra sulla maternità
La bassa partecipazione femminile italiana è concentrata nella maternità. I dati Istat mostrano che il 68,7% delle donne senza figli lavora; con un figlio minorenne si scende al 67%, con due o più al 58,8%, e per le madri con almeno un figlio in età prescolare l’occupazione si ferma al 58,2%. Gli uomini in coppia con figli restano invece all’86,3%: un divario che nessun altro grande Paese Ocse presenta con questa intensità.
Ancora più duro il quadro geografico: al Nord lavora il 73,1% delle madri con figli minorenni, nel Mezzogiorno appena il 45,7%. La differenza tra madri laureate (83,8%) e madri con licenza media (38,1%) racconta poi che il problema non è solo culturale ma di servizi. Qui il legame con il rapporto Ocse diventa concreto: senza asili nido diffusi la richiesta di aiutare le famiglie resta lettera morta.
La copertura nazionale, secondo il Report Istat sui servizi educativi per l’infanzia 2023/2024, è al 31,6%, sotto il vecchio target Barcellona del 33% e distante dal nuovo obiettivo europeo del 45% fissato per il 2030. L’Umbria arriva al 46,5%; la Campania si ferma al 13,2% e la Sicilia al 13,9%.
Cosa cambia per famiglie e imprese
Per una madre lavoratrice in Campania il vero freno non è il cuneo fiscale ma trovare un posto al nido. Nei territori con copertura sotto il 14% l’unica alternativa è la rete familiare, il part-time forzato o l’uscita definitiva dal mercato. Anche il Pnrr, che porta la copertura media al 41,3%, non basta a riportare Sud e Isole sopra la soglia del 33%.
Sul fronte redditi, il potere d’acquisto italiano resta inferiore del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021, il peggior risultato tra i grandi Paesi Ocse. In una coppia bireddito con figli piccoli, se il secondo stipendio va per intero in nido privato più tasse, la scelta razionale è restare a casa: è uno dei nodi che il rapporto annuale Inps sul potere d’acquisto ha già messo al centro.
Il consiglio Ocse su un cuneo selettivo, che alleggerisca la fascia media dei redditi familiari, serve a rendere il lavoro conveniente per il secondo percettore. Senza servizi per l’infanzia il calcolo resta perdente, esattamente come senza formazione tecnica il gap di competenze digitali sul lavoro continuerà a pesare su giovani e imprese.
Il prossimo banco di prova è la legge di bilancio 2027: senza risorse aggiuntive per nidi pubblici al Sud e detrazioni mirate sui redditi bassi, il conto delle raccomandazioni Ocse resterà quello di dieci anni fa.