{/* Extracted from Header.astro - Use appropriate classes/styles if animations needed */}

Energia e parità di genere: solo il 35% delle professioniste è donna, e il divario si allarga al Sud

Retribuzioni più basse, scarsa rappresentanza nelle facoltà STEM e un tasso di occupazione femminile ancora lontano da quello maschile: i numeri di un settore che non può permettersi di sprecare talenti nella corsa alla transizione ecologica

* Il quadro generale: un settore ancora a trazione maschile * La geografia della disparità: Nord, Centro e Sud a confronto * Il nodo delle retribuzioni: quanto costa essere donna nell'energia * Dalle aule universitarie al mercato del lavoro: il collo di bottiglia delle STEM * Transizione ecologica e capitale umano: perché la parità non è un lusso

Il quadro generale: un settore ancora a trazione maschile {#il-quadro-generale-un-settore-ancora-a-trazione-maschile}

I numeri parlano con una chiarezza che lascia poco spazio alle interpretazioni. Nel settore energetico italiano solo il 35% dei profili professionali è rappresentato da donne. Significa che su dieci lavoratori impiegati in un comparto strategico per il futuro del Paese, appena tre e mezzo sono donne. Un dato che, a ben guardare, non sorprende chi segue da vicino le dinamiche occupazionali italiane, ma che assume un peso specifico diverso se lo si colloca nel contesto della transizione ecologica in corso.

L'energia, infatti, sta attraversando una fase di profonda ristrutturazione. Non si tratta soltanto di sostituire fonti fossili con rinnovabili o di ammodernare le reti di distribuzione. La trasformazione riguarda il capitale umano nella sua interezza: competenze, prospettive, modelli organizzativi. E un settore che si priva sistematicamente del contributo di oltre la metà della popolazione rischia, molto concretamente, di rallentare la propria evoluzione.

La geografia della disparità: Nord, Centro e Sud a confronto {#la-geografia-della-disparità-nord-centro-e-sud-a-confronto}

Stando a quanto emerge dai dati disponibili, la distribuzione territoriale delle donne impiegate nel settore energetico riflette le fratture strutturali che attraversano il mercato del lavoro italiano.

Al Centro Italia si registra la percentuale più alta di presenza femminile, con il 39% delle lavoratrici del comparto concentrate in quest'area. Segue il Nord con il 37%, mentre il Sud e le Isole chiudono con un più modesto 28%. La forbice tra Centro e Meridione supera dunque i dieci punti percentuali, un divario che si somma alle già note criticità occupazionali delle regioni meridionali.

Questi numeri raccontano una doppia penalizzazione per le donne del Sud: alla difficoltà di accesso al settore energetico in quanto donne si aggiunge quella legata al contesto territoriale. Un intreccio che richiede interventi mirati e differenziati, non soluzioni uniformi calate dall'alto.

Il nodo delle retribuzioni: quanto costa essere donna nell'energia {#il-nodo-delle-retribuzioni-quanto-costa-essere-donna-nellenergia}

Se l'accesso al settore è già di per sé problematico, le condizioni economiche di chi riesce a entrarvi aggiungono un ulteriore motivo di preoccupazione. Il gender pay gap nel comparto energetico si manifesta con una retribuzione annua lorda inferiore del 7,9% per le donne rispetto ai colleghi uomini.

A questo dato medio si sovrappone una marcata variabilità geografica. Le retribuzioni nel Nord Italia superano la media nazionale di una forbice compresa tra il 5 e il 15%, beneficiando di un tessuto industriale più denso e di una maggiore concentrazione di grandi operatori. Al Centro gli stipendi risultano sostanzialmente in linea con la media. Al Sud, invece, le retribuzioni scivolano sotto del 5-10% rispetto al dato nazionale.

Il risultato è un effetto moltiplicatore: una donna impiegata nel settore energetico nel Mezzogiorno cumula lo svantaggio di genere con quello territoriale, trovandosi nella posizione retributiva più sfavorevole dell'intero comparto. Una dinamica che, come sottolineato da diversi osservatori, non fa che alimentare il fenomeno della migrazione professionale verso il Centro-Nord e, nei casi peggiori, la fuoriuscita definitiva dal settore.

Sul fronte degli strumenti per contrastare queste disparità, vale la pena segnalare come La Certificazione di Parità di Genere: Un Primo Passo Verso Maggiori Obiettivi rappresenti un meccanismo che potrebbe spingere le aziende del comparto a rendere più trasparenti le proprie politiche retributive e di avanzamento di carriera.

Dalle aule universitarie al mercato del lavoro: il collo di bottiglia delle STEM {#dalle-aule-universitarie-al-mercato-del-lavoro-il-collo-di-bottiglia-delle-stem}

Per comprendere appieno il problema, bisogna risalire la filiera fino alle università. Solo una studentessa su quattro sceglie una facoltà STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), ovvero quei percorsi formativi che costituiscono il bacino naturale di reclutamento per il settore energetico.

È un dato che pesa come un macigno. Finché il flusso in ingresso resta così squilibrato, qualsiasi politica di inclusione aziendale si scontra con un problema strutturale di offerta. Le ragioni sono note e ampiamente studiate: stereotipi culturali ancora radicati, carenza di modelli di riferimento femminili nei percorsi scientifici, un orientamento scolastico che troppo spesso riproduce schemi tradizionali.

Ma il problema non si esaurisce alla scelta universitaria. Anche a parità di titolo di studio, il tasso di occupazione femminile resta inferiore del 15,2% rispetto a quello maschile. Questo significa che la laurea in ingegneria o in discipline scientifiche non basta, da sola, a garantire alle donne le stesse opportunità di accesso al lavoro. Esiste un filtro ulteriore, meno visibile ma altrettanto efficace, che opera nelle fasi di selezione e inserimento professionale.

Proprio su questo terreno si muovono iniziative come quella raccontata in Nuove Iniziative per la Parità di Opportunità: Il Progetto Dea Presenta Strumenti Innovativi a Torino, che punta a fornire strumenti concreti per abbattere le barriere all'ingresso nel mondo del lavoro.

Transizione ecologica e capitale umano: perché la parità non è un lusso {#transizione-ecologica-e-capitale-umano-perché-la-parità-non-è-un-lusso}

La transizione energetica è, per definizione, una sfida che richiede il massimo delle risorse disponibili. Competenze tecniche, capacità innovative, diversità di approcci: tutto concorre a determinare la velocità e la qualità del cambiamento. Escludere o sottoutilizzare il potenziale femminile non è soltanto una questione di equità, per quanto questa basterebbe e avanzerebbe. È un problema di competitività e di sviluppo.

La letteratura economica lo ha dimostrato più volte: i team eterogenei per genere producono risultati migliori in termini di innovazione e performance. Nel settore energetico, dove le sfide tecnologiche e regolatorie si intrecciano quotidianamente, privarsi di questa diversità equivale a correre una maratona con un peso aggiuntivo sulle spalle.

La questione resta aperta, e i margini di miglioramento sono ampi. Servono politiche di orientamento scolastico che rompano gli stereotipi fin dalla scuola secondaria, meccanismi di incentivazione per le aziende che adottano pratiche realmente inclusive, trasparenza retributiva obbligatoria e percorsi di carriera che non penalizzino la maternità. Come approfondito nell'analisi su Inclusione Sociale: L'importanza di Diversità, Parità e Lavoro secondo Micaela Gelera, il tema della diversità nel mondo del lavoro non può più essere relegato a una dimensione accessoria.

Il settore energetico italiano ha davanti a sé una doppia transizione: quella ecologica e quella culturale. La seconda non è meno urgente della prima. E i numeri, con la loro ostinata evidenza, lo ricordano ogni giorno.

Pubblicato il: 21 aprile 2026 alle ore 14:25