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Un lavoratore su tre teme di perdere il posto a causa dell'intelligenza artificiale: i dati Cegos 2026

Il barometro internazionale del Gruppo Cegos fotografa un mondo del lavoro in piena trasformazione: il 23% dei ruoli attuali rischia l'obsolescenza entro tre anni, mentre quasi due terzi dei direttori HR puntano sullo sviluppo delle competenze interne

* La fotografia del barometro Cegos * Italia meno allarmata, ma non immune * Il nodo delle competenze: riqualificare o restare indietro * GenAI già nelle abitudini quotidiane * La risposta delle direzioni HR * Un mercato del lavoro che cambia pelle

La fotografia del barometro Cegos {#la-fotografia-del-barometro-cegos}

C'è un numero che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politiche del lavoro: il 31% dei lavoratori a livello globale teme che il proprio impiego possa scomparire a causa dell'intelligenza artificiale. Non si tratta di una percezione vaga, ma del dato centrale che emerge dal barometro internazionale Transformation, skill & learning pubblicato dal Gruppo Cegos in occasione del suo centenario.

La ricerca, diffusa il 21 aprile 2026, conferma ciò che molti osservatori andavano segnalando da tempo: l'IA e l'automazione non sono più una prospettiva futura, bensì una forza trasformatrice già in atto. Stando a quanto emerge dal rapporto, il 68% dei direttori delle risorse umane indica proprio queste due leve tecnologiche come le trasformazioni principali che stanno ridisegnando l'organizzazione del lavoro nelle rispettive aziende.

Ma il dato forse più tagliente riguarda l'orizzonte temporale. Secondo le stime raccolte da Cegos, il 23% dei ruoli attualmente esistenti è a rischio di obsolescenza entro i prossimi tre anni. Non entro un decennio, non in un futuro imprecisato: entro il 2029.

Italia meno allarmata, ma non immune {#italia-meno-allarmata-ma-non-immune}

Il quadro italiano presenta sfumature peculiari. La percentuale di lavoratori che temono la scomparsa del proprio impiego scende al 26%, cinque punti sotto la media globale. Un dato che potrebbe essere letto come segnale di maggiore fiducia, ma che secondo diversi analisti riflette piuttosto una minore consapevolezza del fenomeno, soprattutto nel tessuto delle piccole e medie imprese, dove la penetrazione delle tecnologie di IA procede a ritmi più lenti.

Il divario non deve ingannare. Il sistema produttivo italiano, caratterizzato da un'elevata incidenza di mansioni ripetitive nel terziario e nella pubblica amministrazione, resta esposto a un rischio di automazione significativo. E il fatto che la percezione del pericolo sia più bassa rispetto ad altri Paesi potrebbe tradursi in un ritardo nella preparazione, con conseguenze potenzialmente più gravi nel medio periodo.

Il nodo delle competenze: riqualificare o restare indietro {#il-nodo-delle-competenze-riqualificare-o-restare-indietro}

Se c'è un filo rosso che attraversa l'intero rapporto Cegos, è la centralità delle competenze. La trasformazione digitale non si limita a eliminare posti di lavoro: ne crea di nuovi, modifica quelli esistenti, richiede abilità che fino a pochi anni fa non facevano parte di alcun curriculum. Come sottolineato anche in una recente analisi su le competenze digitali e il loro peso crescente nel mercato del lavoro, la capacità di padroneggiare gli strumenti tecnologici sta diventando un discrimine sempre più netto tra chi resta occupabile e chi rischia di essere espulso dal mercato.

Il 65% dei direttori HR intervistati da Cegos dichiara di voler privilegiare lo sviluppo delle competenze interne rispetto al reclutamento esterno. Una scelta che risponde a logiche economiche, ma anche a una consapevolezza nuova: trovare sul mercato profili già formati sulle tecnologie emergenti è sempre più difficile e costoso. Meglio investire sulle persone che già conoscono l'azienda, accompagnandole in percorsi di reskilling e upskilling strutturati.

È un cambio di paradigma significativo per le funzioni HR, che si trovano a dover ripensare radicalmente i propri modelli di gestione del talento. Non più solo selezione e amministrazione, ma governo strategico della trasformazione delle competenze. Un'evoluzione che tocca anche figure professionali tradizionalmente considerate al riparo dai cambiamenti, come evidenziato dall'analisi su l'importanza crescente degli assistenti di direzione nel mondo del lavoro moderno.

GenAI già nelle abitudini quotidiane {#genai-già-nelle-abitudini-quotidiane}

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda l'adozione concreta dell'intelligenza artificiale generativa. I numeri parlano chiaro: il 79% dei lavoratori dichiara di utilizzare strumenti di GenAI per uso personale. Il dato scende al 64% quando si parla di utilizzo professionale, ma resta comunque sorprendentemente alto.

Questo scarto di quindici punti percentuali tra uso personale e professionale racconta una storia precisa. I lavoratori stanno sperimentando queste tecnologie per conto proprio, spesso senza una guida aziendale strutturata, talvolta senza nemmeno che i datori di lavoro ne siano pienamente consapevoli. Si tratta di un fenomeno che in gergo viene definito _shadow AI_, l'utilizzo non regolamentato di strumenti di intelligenza artificiale all'interno dei processi lavorativi.

Le implicazioni sono molteplici: dalla sicurezza dei dati alla qualità degli output, dalla necessità di policy aziendali chiare all'opportunità di incanalare questa spinta dal basso in percorsi formativi strutturati. Le aziende che sapranno governare questo processo, anziché subirlo, partiranno con un vantaggio competitivo non trascurabile.

La risposta delle direzioni HR {#la-risposta-delle-direzioni-hr}

Il rapporto Cegos mette in luce una tensione che attraversa le direzioni delle risorse umane di mezzo mondo. Da un lato, la consapevolezza che l'IA sta ridisegnando il panorama professionale è ormai diffusa: quel 68% che indica automazione e intelligenza artificiale come le trasformazioni principali non lascia margini di ambiguità. Dall'altro, le risposte concrete restano spesso frammentarie.

La scelta di puntare sullo sviluppo interno delle competenze, per quanto significativa, richiede investimenti consistenti in formazione, piattaforme di apprendimento e, soprattutto, tempo. Un bene scarso, quando l'orizzonte dell'obsolescenza si misura in tre anni.

Alcune grandi aziende italiane hanno già avviato programmi strutturati di riqualificazione digitale, spesso in collaborazione con enti di formazione e università. Ma nel vasto arcipelago delle PMI, che rappresenta l'ossatura del sistema produttivo nazionale, la situazione appare più frammentata. Servirebbero politiche pubbliche di accompagnamento, incentivi mirati e un quadro normativo che favorisca l'investimento in capitale umano tanto quanto quello in capitale tecnologico.

Un mercato del lavoro che cambia pelle {#un-mercato-del-lavoro-che-cambia-pelle}

I dati del barometro Cegos 2026 confermano una tendenza ormai irreversibile. Il mercato del lavoro sta cambiando pelle, e lo sta facendo a una velocità che sfida le capacità di adattamento di istituzioni, imprese e lavoratori.

La paura, da sola, non è una buona consigliera. Quel 31% di lavoratori preoccupati, quel 26% italiano, rappresenta però un segnale che non può essere ignorato. La questione resta aperta: le politiche di inclusione e accompagnamento al cambiamento, di cui si discute anche in chiave di diversità e parità nel mondo del lavoro, dovranno necessariamente fare i conti con questa nuova dimensione tecnologica.

Chi saprà investire per tempo in formazione, riqualificazione e cultura digitale avrà gli strumenti per trasformare la minaccia in opportunità. Per tutti gli altri, il conto alla rovescia di quei tre anni è già iniziato.

Pubblicato il: 21 aprile 2026 alle ore 14:15