Niente salario minimo in Italia: il governo punta tutto sul “salario giusto”
Il decreto-legge n. 62 del 30 aprile 2026, entrato in vigore il 1° maggio 2026, rappresenta un intervento importante ma non risolutivo nel sistema salariale italiano, introducendo il concetto di "salario giusto" senza definire un salario minimo legale. Il "salario giusto" corrisponde al trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi firmati dai sindacati più rappresentativi e dalle associazioni datoriali. A differenza di molti Paesi europei, quindi, l’Italia mantiene un modello basato sulla contrattazione collettiva e non sulla soglia minima inderogabile fissata per legge. Questa impostazione lascia però fuori una vasta parte di lavoratori sottopagati, per i quali non è previsto un adeguamento automatico della retribuzione; questi devono far valere i propri diritti esclusivamente in sede giudiziale, un iter lungo e complesso. Tra il 2026 e il 2028, il decreto stanzia 964 milioni di euro per incentivare le assunzioni stabili nelle aziende che applicano il contratto collettivo più rappresentativo, premiando le imprese virtuose con sgravi contributivi. Giovanissimi disoccupati di lungo periodo, donne svantaggiate e assunzioni nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno sono i principali beneficiari, ma è indispensabile il rispetto del "salario giusto" per accedere a tali incentivi. Contratti peggiorativi o "pirata" non sono vietati ma escludono dall’accesso ai bonus. Inoltre, per i contratti scaduti da oltre un anno, è previsto un versamento anticipato del 30% dell’IPCA come acconto sugli aumenti contrattuali futuri, ma la mancata retroattività e dubbi interpretativi sollevano critiche sulla reale efficacia del provvedimento. Infine, il decreto disciplina il rapporto di lavoro per rider e altri lavoratori delle piattaforme digitali con una presunzione di subordinazione qualora vi siano indici di controllo, anche algoritmico, spostando l’onere della prova sulle piattaforme. Vengono introdotti inoltre obblighi di trasparenza sul funzionamento degli algoritmi impiegati, sebbene la regolamentazione rimanga generica e soggetta all’interpretazione giurisprudenziale. Complessivamente, il decreto sancisce un maggiore collegamento tra fondi pubblici e contrattazione collettiva, ma non affronta in modo definitivo il problema strutturale della protezione salariale, lasciando aperti temi importanti quali il salario minimo legale e l’efficace rappresentatività sindacale.