- L'incontro alla Statale di Milano per la Giornata della Donna
- Brambilla: "Le donne libere hanno il dovere di farsi sentire"
- Pegah Moshir Puhur: attivismo e diritti umani dall'Iran al mondo
- Widad Tamimi: identità, diaspora e il peso delle parole
- Il ruolo dell'università come spazio di dialogo
- Domande frequenti
L'incontro alla Statale di Milano per la Giornata della Donna
Non una celebrazione rituale, ma un confronto denso e a tratti scomodo. È questo il segno lasciato dall'incontro "Le Parole, le Donne, la Guerra", che si è tenuto il 9 marzo 2026, all'Università degli Studi di Milano in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Un evento che ha messo al centro non la retorica, ma le storie concrete di chi la guerra, l'esilio e la lotta per i diritti le ha vissute sulla propria pelle.
Sul palco dell'Aula Magna della Statale due voci potenti e diverse tra loro — Pegah Moshir Puhur e Widad Tamimi — chiamate a dialogare sotto la moderazione della giornalista Agnese Pini, direttrice di QN. Ad aprire i lavori, con un intervento programmatico che ha dato il tono all'intera giornata, la rettrice Marina Brambilla.
Brambilla: "Le donne libere hanno il dovere di farsi sentire"
Parole nette, quelle della rettrice. Marina Brambilla ha scelto di non limitarsi ai saluti istituzionali e ha aperto l'incontro con un discorso che ha toccato il nodo centrale della giornata: il rapporto tra libertà, responsabilità e conflitto.
Un richiamo che non è rimasto astratto: la rettrice ha fatto riferimento esplicito ai contesti di guerra dove i diritti delle donne vengono sistematicamente calpestati, dall'Iran al Medio Oriente, fino alle zone di conflitto meno raccontate dai media.
L'università, ha aggiunto, non può essere un luogo neutrale. Deve schierarsi — con gli strumenti che le sono propri — dalla parte della conoscenza e del dialogo. Un messaggio che, stando a quanto emerge dal clima in sala, è stato accolto con convinzione da una platea composta in larga parte da studentesse e studenti.
Pegah Moshir Puhur: attivismo e diritti umani dall'Iran al mondo
Il primo intervento è stato quello di Pegah Moshir Puhur, attivista italo-iraniana da anni impegnata nella difesa dei diritti umani e diventata una delle voci più riconoscibili del movimento di solidarietà con le donne iraniane.
Moshir Puhur ha raccontato la sua esperienza personale e il percorso che l'ha portata dall'Italia — dove è cresciuta — a diventare un punto di riferimento per chi denuncia le violazioni sistematiche in Iran. Ha parlato delle donne arrestate, delle ragazze che rischiano la vita per un velo tolto, di una repressione che non si è fermata nemmeno dopo l'ondata di proteste del 2022.
Ma il suo intervento non si è limitato alla denuncia. Ha posto una domanda scomoda alla platea: quanto siamo davvero disposte e disposti a sostenere chi lotta, oltre i post sui social e le dichiarazioni di circostanza? Un interrogativo che ha trovato riscontro nelle parole successive di Tamimi e che ha dato al dialogo una profondità rara per questo tipo di eventi accademici.
Il tema dei diritti delle donne nei contesti di conflitto e oppressione è del resto sempre più presente nel dibattito universitario italiano, come dimostrano i numerosi eventi nelle università Milano 2026 dedicati a queste tematiche.
Widad Tamimi: identità, diaspora e il peso delle parole
Widad Tamimi, scrittrice e attivista di origini palestinesi cresciuta in Italia, ha portato al dialogo una prospettiva diversa ma complementare. Il suo intervento si è concentrato sul tema dell'identità e della diaspora: cosa significa essere donna, essere araba, essere italiana, tutto insieme e a volte in contraddizione.
Tamimi ha parlato del peso delle parole — quelle usate per raccontare la guerra, quelle che la giustificano, quelle che la nascondono. Ha insistito sulla necessità di restituire complessità a narrazioni troppo spesso semplificate, dove le donne dei conflitti vengono ridotte a vittime passive o a simboli da strumentalizzare.
"Non abbiamo bisogno di essere salvate", ha detto in un passaggio particolarmente applaudito. "Abbiamo bisogno di essere ascoltate." Una frase che condensa il senso più profondo dell'intero incontro e che si ricollega alla riflessione più ampia sul ruolo delle donne libere contro la guerra: non come soggetti da proteggere, ma come agenti di cambiamento.
La moderazione di Agnese Pini ha saputo tenere insieme i fili del discorso senza sovrapporsi alle ospiti, alternando domande puntuali a momenti di silenzio necessario. Un equilibrio non scontato, che ha permesso al pubblico di entrare davvero nelle pieghe dei racconti.
Il ruolo dell'università come spazio di dialogo
L'incontro alla Statale di Milano si inserisce in una tendenza che negli ultimi anni ha visto gli atenei italiani assumere un ruolo sempre più attivo nel promuovere il dibattito sui diritti umani e sull'attivismo femminile. Non più solo luoghi di trasmissione del sapere, ma spazi dove la società civile entra e si confronta.
La scelta di dedicare la vigilia dell'8 marzo — la giornata si è tenuta il 9, di lunedì, per ragioni organizzative — a un evento di questo calibro dice qualcosa sulla direzione che l'Università degli Studi di Milano intende percorrere sotto la guida di Brambilla. Un ateneo che vuole essere presente nel dibattito pubblico, non solo accademico.
Resta, come sempre, la domanda di fondo: questi momenti di riflessione riescono a tradursi in azioni concrete? La risposta, probabilmente, non sta nell'università ma in chi da quell'Aula Magna è uscito con qualche certezza in meno e qualche responsabilità in più.