- Il Golfo si divide sulla didattica a distanza
- Arabia Saudita: lezioni in presenza nonostante il conflitto
- Nuovi atenei e vecchi rinvii: il caso della Riyadh University of Arts
- L'Università di New Haven frena sull'apertura a Riyadh
- Oltre mille borse di studio nel 2025: la scommessa saudita sul capitale umano
- Sport ed eventi cancellati, ma le aule restano aperte
- Cosa significa tutto questo per i campus universitari internazionali
- Domande frequenti
Il Golfo si divide sulla didattica a distanza
L'escalation militare seguita all'attacco americano-israeliano all'Iran ha prodotto effetti a catena su tutto il Golfo Persico, ma non ovunque allo stesso modo. Mentre Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait hanno rapidamente attivato protocolli di emergenza, spostando le attività didattiche dei propri atenei in modalità remota, l'Arabia Saudita ha scelto una linea radicalmente diversa: nessun passaggio all'apprendimento a distanza, nessuna sospensione delle lezioni in presenza.
Una divergenza che racconta molto più di una semplice differenza nelle valutazioni di rischio. Racconta visioni strategiche opposte, livelli diversi di esposizione geopolitica e, soprattutto, il ruolo che l'istruzione superiore gioca nelle ambizioni di lungo periodo del Regno.
La decisione è tanto più significativa se si considera il contesto. Le tensioni regionali hanno portato alla cancellazione di eventi di altissimo profilo, dalle gare di Formula One in Bahrein e Arabia Saudita in giù. Eppure le aule universitarie saudite sono rimaste aperte.
Arabia Saudita: lezioni in presenza nonostante il conflitto
Stando a quanto emerge dalle comunicazioni ufficiali delle istituzioni accademiche del Regno, né le scuole né le università saudite hanno adottato la didattica a distanza come risposta alla crisi in corso. Una posizione netta, che contrasta in modo vistoso con le scelte dei Paesi vicini.
Le ragioni sono molteplici. Da un lato, la distanza geografica dall'epicentro del conflitto offre un margine di sicurezza percepito maggiore rispetto, ad esempio, al Bahrein, separato dall'Iran da poche centinaia di chilometri di acque del Golfo. Dall'altro, c'è una componente di calcolo politico difficile da ignorare: chiudere i campus significherebbe ammettere una vulnerabilità che Riyadh, nel pieno della trasformazione promossa dalla Vision 2030, non intende mostrare.
Per chi studia le dinamiche dell'istruzione superiore in contesti di crisi, il caso saudita offre un esempio interessante di come la guerra influisca sui campus universitari internazionali in maniera tutt'altro che uniforme.
Nuovi atenei e vecchi rinvii: il caso della Riyadh University of Arts
Mentre il conflitto ridisegnava le priorità di mezza regione, il 14 marzo scorso Riyadh ha inaugurato ufficialmente la Riyadh University of Arts, un nuovo ateneo dedicato alle discipline artistiche e creative. Un segnale inequivocabile: il programma di espansione del sistema universitario saudita non si ferma.
L'istituzione della nuova università si inserisce in un piano più ampio di diversificazione dell'offerta formativa, che mira a rendere il Regno un polo attrattivo per studenti e ricercatori a livello globale. È la stessa logica che ha portato, negli ultimi anni, a moltiplicare le partnership con atenei occidentali di primo piano.
Tuttavia, non tutto procede secondo i piani. E qui la guerra fa sentire i suoi effetti anche su Riyadh, seppur in forma indiretta.
L'Università di New Haven frena sull'apertura a Riyadh
La University of New Haven, ateneo americano con sede nel Connecticut, ha posticipato l'apertura del suo campus a Riyadh. La decisione, comunicata senza troppi dettagli ufficiali, è ampiamente interpretata dagli osservatori come una conseguenza diretta dell'instabilità regionale.
Non si tratta di un caso isolato. Diversi progetti di campus universitari internazionali nella regione del Golfo stanno subendo rallentamenti, anche laddove le autorità locali mantengono un atteggiamento di apparente normalità. Le università americane e europee, vincolate a standard di sicurezza e a pressioni interne da parte di famiglie e consigli di amministrazione, si trovano in una posizione delicata: proseguire con gli investimenti pianificati o attendere che il quadro si stabilizzi?
Il rinvio della University of New Haven a Riyadh rappresenta un caso emblematico di questa tensione tra le ambizioni di internazionalizzazione del sistema saudita e la prudenza delle istituzioni partner.
Oltre mille borse di studio nel 2025: la scommessa saudita sul capitale umano
Se da un lato qualche progetto internazionale rallenta, dall'altro i numeri parlano chiaro sulla determinazione del Regno a non arretrare sul fronte dell'istruzione. Nel 2025, più di 1.080 studenti sauditi hanno ricevuto borse di studio per proseguire gli studi, un dato che conferma la centralità della formazione nelle politiche di Riyadh.
Le borse di studio saudite coprono tradizionalmente percorsi sia all'interno del Paese sia presso università straniere, in un sistema che ha storicamente alimentato una classe dirigente e tecnica formata tra Riyadh, Londra, Boston e Parigi. Il fatto che il programma non abbia subito tagli significativi, nonostante il contesto bellico, è un indicatore importante.
Resta da capire se la destinazione di queste borse si stia modificando. È plausibile che, con le crescenti tensioni e le restrizioni ai viaggi in alcune aree, la quota di studenti destinati a restare nel Paese o a scegliere destinazioni considerate più sicure sia in aumento. Un dato, questo, che le autorità saudite non hanno finora reso pubblico.
Sport ed eventi cancellati, ma le aule restano aperte
C'è un paradosso che merita attenzione. Le gare di Formula One previste in Bahrein e Arabia Saudita sono state cancellate, una decisione che coinvolge interessi economici enormi e che segnala una valutazione di rischio tutt'altro che trascurabile da parte degli organizzatori internazionali.
Eppure le università saudite restano aperte. La differenza sta probabilmente nella natura degli eventi: un Gran Premio attira decine di migliaia di spettatori internazionali in un'unica sede, con esigenze di sicurezza concentrate e altissima visibilità mediatica. Le attività universitarie, distribuite su tutto il territorio e rivolte a una popolazione in gran parte locale, presentano un profilo di rischio diverso.
Ma il messaggio che ne deriva è ambivalente. Da una parte, la continuità accademica rassicura studenti e famiglie. Dall'altra, la cancellazione degli eventi sportivi ricorda a tutti che la normalità, nel Golfo, è oggi una costruzione fragile.
Cosa significa tutto questo per i campus universitari internazionali
Il quadro che emerge dal Golfo pone interrogativi rilevanti per l'intero settore dell'istruzione superiore globale. Negli ultimi vent'anni, la regione è diventata una delle frontiere più dinamiche per l'espansione dei campus universitari internazionali, con sedi distaccate di atenei prestigiosi da Abu Dhabi a Doha, da Dubai a Riyadh.
Il conflitto in corso mette alla prova la sostenibilità di questo modello. Non perché le infrastrutture siano a rischio diretto, almeno per ora, ma perché la percezione di instabilità influisce sulle scelte di studenti, docenti e amministratori. Un professore americano o europeo accetterà un incarico pluriennale in una regione attraversata da tensioni militari? Una famiglia manderà il proprio figlio a studiare in un Paese del Golfo?
La risposta dell'Arabia Saudita, per il momento, è tutta nei fatti: aule aperte, nuovi atenei inaugurati, borse di studio confermate. Una strategia che punta a proiettare stabilità e continuità. Se basterà a convincere partner e studenti internazionali, è una questione che solo i prossimi mesi potranno chiarire.