- Il braccio di ferro a Bruxelles
- La lettera dei dieci: cosa chiedono
- Il nodo delle quote gratuite e la scadenza del 2026
- Von der Leyen apre alla revisione, ma il fronte green resiste
- Le implicazioni per l'industria e la transizione ecologica
- Domande frequenti
Il braccio di ferro a Bruxelles
Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo si è aperto con una frattura che era nell'aria da mesi, ma che ora assume contorni politici nettissimi. Al centro del confronto tra i leader dei Ventisette c'è la revisione del Green Deal e, in particolare, il futuro del sistema di scambio delle quote di emissione di CO2, il cosiddetto Ets (Emission Trading System). Un meccanismo che da anni rappresenta il pilastro della politica climatica dell'Unione Europea e che adesso diventa terreno di scontro tra due visioni inconciliabili: da un lato chi chiede più tempo per accompagnare l'industria nella transizione, dall'altro chi considera qualsiasi rallentamento un tradimento degli impegni assunti.
La discussione non è accademica. Le decisioni che usciranno da questo vertice peseranno sulle strategie industriali europee dei prossimi dieci anni.
La lettera dei dieci: cosa chiedono
A dare una scossa al negoziato ci ha pensato Giorgia Meloni, che insieme ai leader di altri 9 paesi ha firmato una lettera indirizzata alle istituzioni europee per chiedere l'estensione delle quote gratuite di emissione oltre il 2034. Si tratta di un documento politico di peso, che mette nero su bianco le preoccupazioni di una fetta consistente dell'Unione riguardo alla velocità della transizione ecologica.
Stando a quanto emerge, il gruppo dei firmatari ritiene che un azzeramento troppo rapido delle quote gratuite rischierebbe di esporre i settori industriali più energivori, quelli che in gergo tecnico vengono definiti hard to abate, a una perdita di competitività insostenibile rispetto ai concorrenti extra-europei. L'argomento non è nuovo, ma la formalizzazione in una lettera congiunta di dieci capi di Stato e di governo segna un salto di qualità nella pressione politica.
I firmatari non mettono in discussione la necessità della transizione in sé. Chiedono però che i tempi siano realistici e che l'industria europea non venga penalizzata in un contesto geopolitico già segnato da tensioni su più fronti, dalla sicurezza energetica alla competizione commerciale con Cina e Stati Uniti.
Il nodo delle quote gratuite e la scadenza del 2026
Per capire la portata della posta in gioco, bisogna guardare ai numeri. La normativa attualmente in vigore prevede l'azzeramento progressivo delle quote gratuite, con un passaggio cruciale fissato già per il 2026. Significa che le imprese europee, in settori come l'acciaio, il cemento e la chimica, si troverebbero a dover acquistare sul mercato tutte le quote necessarie a coprire le proprie emissioni, con un impatto diretto e rilevante sui costi di produzione.
Il sistema Ets funziona secondo una logica di mercato: le aziende che emettono CO2 devono possedere un numero corrispondente di quote. Chi inquina meno può vendere le quote in eccesso, chi inquina di più deve comprarle. Le quote gratuite, assegnate ai settori considerati a rischio di carbon leakage (cioè di delocalizzazione verso paesi con regole ambientali meno stringenti), hanno finora funzionato da cuscinetto.
Eliminare quel cuscinetto troppo in fretta, sostengono i dieci firmatari, equivale a chiedere all'industria europea di correre una maratona con le scarpe slacciate.
Von der Leyen apre alla revisione, ma il fronte green resiste
Ursula Von der Leyen ha espresso la volontà di rivedere la normativa, mostrando una certa apertura verso le istanze dei dieci. La presidente della Commissione europea sembra consapevole che il consenso politico attorno al Green Deal si è assottigliato, e che forzare la mano rischia di produrre un contraccolpo ancora più forte.
Ma il fronte opposto non intende cedere. Diversi paesi, soprattutto dell'Europa settentrionale, considerano il calendario attuale già il frutto di un compromesso e temono che qualsiasi rinvio finisca per svuotare di significato gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e al 2050. Per questi governi, il meccanismo di aggiustamento alla frontiera del carbonio, il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), dovrebbe essere sufficiente a proteggere l'industria dalla concorrenza sleale extra-Ue, rendendo superflua la prosecuzione delle quote gratuite.
La questione resta aperta, e il dibattito al Consiglio si preannuncia lungo.
Le implicazioni per l'industria e la transizione ecologica
Quel che è certo è che la riforma dell'Ets non è un tema per soli addetti ai lavori. Le scelte che verranno fatte a Bruxelles nelle prossime settimane condizioneranno il costo dell'energia, la competitività delle imprese europee e, in ultima analisi, i posti di lavoro in settori strategici. Per l'Italia, paese con una base manifatturiera tra le più ampie del continente, la posta è particolarmente alta.
Come sottolineato da diversi analisti, il rischio concreto è che un'applicazione rigida del calendario di fase-out delle quote gratuite acceleri fenomeni di delocalizzazione verso paesi terzi, con il paradosso di non ridurre le emissioni globali ma semplicemente di spostarle altrove. Un esito che non gioverebbe né all'economia europea né al clima.
In un momento in cui l'Europa si trova a gestire sfide multiple, dalla difesa comune alla sicurezza cibernetica, come dimostrano i recenti episodi di attacco informatico in Italia che hanno evidenziato la vulnerabilità delle infrastrutture critiche, la capacità di trovare un equilibrio tra ambizione climatica e tenuta industriale diventa un banco di prova decisivo per la credibilità stessa delle istituzioni comunitarie.
I prossimi giorni diranno se i Ventisette riusciranno a trovare una sintesi o se la frattura è destinata ad allargarsi. Quel che appare evidente, già ora, è che il Green Deal nella sua forma originaria non esiste più. Resta da capire cosa prenderà il suo posto.