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Basi militari USA in Italia e attacco all'Iran: perché concederle a Trump sarebbe illegale e contro la Costituzione
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Basi militari USA in Italia e attacco all'Iran: perché concederle a Trump sarebbe illegale e contro la Costituzione

L'offensiva contro Teheran mette Roma di fronte a un bivio: il giurista De Sena avverte che i trattati bilaterali del 1954 non coprono operazioni offensive. Crosetto parla di violazione del diritto, Meloni tace. E l'Europa si divide.

L'attacco all'Iran e lo spiazzamento europeo

L'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha colto l'Europa in contropiede. Nessuna consultazione preventiva, nessun preavviso attraverso i canali diplomatici consolidati. I governi del Vecchio Continente si sono trovati davanti al fatto compiuto, costretti a reagire a caldo a un'escalation militare che ridisegna gli equilibri in Medio Oriente e, di riflesso, quelli transatlantici.

A Palazzo Chigi la tensione è palpabile. Non tanto — o non solo — per le implicazioni geopolitiche dell'attacco, quanto per una prospettiva concreta e immediata: la possibilità che Washington chieda a Roma l'utilizzo delle basi militari americane presenti sul territorio italiano come piattaforma logistica per le operazioni contro Teheran.

Una richiesta che, stando a quanto emerge dagli ambienti giuridici e istituzionali, si scontrerebbe con ostacoli enormi. Di diritto internazionale, di diritto interno. E di Costituzione.

Il nodo delle basi militari americane in Italia

L'Italia ospita alcune tra le più importanti installazioni militari statunitensi in Europa. Da Aviano in Friuli a Sigonella in Sicilia, passando per Camp Darby in Toscana e la base navale di Napoli-Capodichino, il dispositivo americano sul suolo italiano è vasto e strategicamente cruciale per la proiezione di forza USA nel Mediterraneo e verso il Medio Oriente.

In circostanze normali, queste basi operano nell'ambito della NATO e degli accordi bilaterali tra Roma e Washington. Ma un'operazione offensiva contro l'Iran non rientra in nessuno scenario previsto dall'Alleanza Atlantica. Non si tratta di difesa collettiva ai sensi dell'articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico. Non c'è un mandato delle Nazioni Unite. Non c'è, almeno per ora, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Il che pone una domanda giuridica e politica ineludibile: può il governo italiano autorizzare l'uso di quelle basi per un attacco che non ha copertura nel diritto internazionale?

Cosa dicono i trattati bilaterali del 1954

Il quadro normativo che regola la presenza militare americana in Italia affonda le radici nel dopoguerra. I trattati bilaterali Italia-USA del 1954, più volte integrati da accordi tecnici successivi, definiscono le condizioni d'uso delle installazioni. Il principio cardine è che le basi servono alla difesa comune nell'ambito dell'Alleanza Atlantica, non a operazioni unilaterali di uno dei due Paesi.

Pasquale De Sena, giurista e internazionalista tra i più autorevoli in Italia, lo ha detto senza mezzi termini: concedere le basi militari agli Stati Uniti per un'azione offensiva contro l'Iran sarebbe contrario alla Costituzione. I trattati del '54, ha spiegato, non contemplano un uso discrezionale delle installazioni da parte americana al di fuori del perimetro difensivo NATO. Qualunque operazione che esuli da quel perimetro richiede il consenso esplicito del governo italiano — un consenso che, secondo De Sena, Roma non potrebbe legittimamente dare.

Non è un parere isolato. La dottrina giuridica italiana su questo punto è piuttosto consolidata, e richiama un principio semplice: la sovranità territoriale non si delega, nemmeno all'alleato più potente.

Il muro della Costituzione italiana

Il cuore della questione è l'articolo 11 della Costituzione, quello che l'Italia tende a citare con orgoglio nelle sedi internazionali e a trattare con imbarazzo quando si tratta di applicarlo davvero. "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali": una formulazione netta, che non lascia spazi a interpretazioni creative.

Consentire che dal suolo italiano partano o vengano supportate operazioni militari offensive prive di mandato internazionale significherebbe, nei fatti, rendersi complici di un atto che la Carta fondamentale vieta. E non si tratta di un cavillo. La Corte costituzionale, in diverse occasioni, ha ribadito che gli obblighi derivanti dai trattati internazionali — compresi quelli NATO — non possono prevalere sui principi supremi dell'ordinamento.

Detto altrimenti: l'alleanza con gli Stati Uniti ha dei limiti. E quei limiti sono scritti nella Costituzione.

Crosetto contro tutti, Meloni in silenzio

In questo scenario già complicato, le reazioni del governo italiano aggiungono un ulteriore strato di ambiguità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito l'attacco di Israele e USA all'Iran "contrario al diritto". Una presa di posizione forte, che ha sorpreso molti osservatori per la franchezza — quasi inusuale nella diplomazia italiana, tradizionalmente incline alla prudenza.

Ma le parole di Crosetto non hanno trovato eco a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni ha evitato con cura qualsiasi condanna esplicita dell'operazione militare. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna conferenza stampa. Un silenzio che, nel linguaggio della politica internazionale, dice molto: la presidente del Consiglio non vuole irritare Washington, ma non può nemmeno avallare apertamente un'azione che il suo stesso ministro della Difesa giudica illegittima.

La frattura interna al governo è evidente. Crosetto, che pure è uno dei fondatori di Fratelli d'Italia, sembra muoversi su una linea propria — quella del rispetto del diritto internazionale. Meloni, al contrario, appare intrappolata tra la fedeltà atlantica e i vincoli giuridici che la sua stessa Costituzione le impone.

L'amicizia scomoda tra Meloni e Trump

A complicare ulteriormente il quadro c'è il rapporto personale tra i due leader. Donald Trump ha dichiarato pubblicamente che Meloni "è un'amica", un riconoscimento che nella grammatica trumpiana equivale a un'aspettativa di lealtà. L'amicizia, nel lessico del presidente americano, è transazionale: si misura in concessioni concrete.

Meloni lo sa bene. La sua strategia, fin dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, è stata quella di posizionarsi come interlocutore europeo privilegiato di Washington, un ponte tra le due sponde dell'Atlantico. Una scommessa che finora ha pagato dividendi diplomatici — ma che ora rischia di presentare un conto salatissimo. Perché una cosa è essere l'amica di Trump nei summit internazionali, un'altra è assistere impotenti mentre la sua amministrazione riscrive le regole del gioco con metodi che allarmano alleati e istituzioni.

Se Washington dovesse effettivamente chiedere l'uso delle basi italiane, Meloni si troverebbe di fronte a un dilemma senza via d'uscita: dire sì significherebbe violare la Costituzione; dire no significherebbe rompere con il suo principale alleato internazionale.

L'Europa divisa: dalla Spagna alla Germania

L'Italia non è l'unico Paese europeo in difficoltà, ma è certamente quello più esposto. La Spagna ha scelto la via della condanna aperta, opponendosi pubblicamente all'attacco contro l'Iran. Una posizione netta, facilitata forse dal fatto che Madrid non ospita basi americane della stessa rilevanza strategica di quelle italiane.

Altri Paesi europei si muovono con maggiore cautela. La Francia di Macron ha rilasciato dichiarazioni calibrate, invocando una de-escalation senza puntare il dito direttamente contro Washington. La Germania, alle prese con le proprie turbolenze interne, ha scelto un profilo basso.

Ma è Roma il vero banco di prova. Per la sua posizione geografica, per il peso delle installazioni militari americane sul suo territorio, per il rapporto privilegiato che Meloni ha costruito con Trump. L'Italia è, in questo momento, il punto di massima tensione tra la lealtà atlantica e il rispetto del diritto.

La questione resta aperta. E ogni giorno che passa senza una posizione chiara da parte di Palazzo Chigi rende più difficile trovare una via d'uscita che non comporti costi altissimi — sul piano giuridico, su quello diplomatico, o su entrambi.

Pubblicato il: 9 marzo 2026 alle ore 09:34

Redazione EduNews24

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