Salò o le 120 giornate di Sodoma: il pugno di Pasolini contro il potere capitalista e l’eterno scandalo del cinema italiano
Indice dei contenuti
- Introduzione: Il pugno di Pasolini contro il potere
- Genesi di un film scandalo: ispirazione e realizzazione
- Da De Sade a Salò: la geniale trasposizione pasoliniana
- La narrazione esplicita e violenta come critica sociale
- I quattro signori: incarnazione del potere oppressivo
- Il Festival di Parigi e la reazione internazionale
- Censura, controversie e accoglienza in Italia
- Il lascito: Salò e il dibattito sul capitalismo nel cinema
- Attualità di Salò: perché il film di Pasolini parla ancora oggi
- Conclusioni: Un capolavoro immortale del cinema italiano
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Introduzione: Il pugno di Pasolini contro il potere
Cinquanta anni fa, l’Italia fu scossa dall’uscita nelle sale di "Salò o le 120 giornate di Sodoma", l’ultimo, disperato e potentissimo film di Pier Paolo Pasolini. Oggi, a distanza di mezzo secolo, questa opera resta uno dei massimi punti di rottura nella storia del cinema italiano ed europeo. Uno dei film più censurati, dibattuti e temuti dell’epoca. Un vero e proprio "pugno" sferrato contro il potere capitalista e le sue forme di coercizione materializzate e perpetuate nella società. Attraverso un linguaggio cinematografico crudo, esplicito ed estremo, Pasolini scuote ancora la coscienza di chi guarda, obbligando a una riflessione radicale su temi come il controllo sociale, la bestialità del potere, e la corruzione dell’essere umano sottoposto a sistemi oppressivi.
"Salò o le 120 giornate di Sodoma" non è semplicemente un film controverso: è un manifesto filosofico e politico, un monito che risuona anche nell’Italia di oggi. Questo articolo intende proporre un’analisi approfondita del film, inserendolo nel contesto storico e culturale in cui è nato e valutando la sua eredità nei cinquant’anni successivi alla sua uscita.
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Genesi di un film scandalo: ispirazione e realizzazione
La realizzazione di "Salò o le 120 giornate di Sodoma" si colloca negli ultimi mesi di vita di Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi e controversi intellettuali italiani. Il regista decise di ispirarsi al romanzo omonimo del marchese De Sade, testo estremo, perno della letteratura libertina e filosofica del Settecento. Ma Pasolini va ben oltre la trasposizione letterale: il suo obiettivo era smascherare le strutture di potere della contemporaneità.
Durante la preparazione del film, Pasolini scelse consapevolmente una narrazione ai limiti della sopportazione, cercando interpreti non professionisti, location isolate e una fotografia cruda e livida, quasi documentaristica. La pellicola fu girata in condizioni spesso difficili, a causa delle forti resistenze di una società ancora profondamente cattolica e conservatrice. Tuttavia, la determinazione del regista lo portò a concludere il suo progetto, affidando alla storia del cinema italiano una delle sue pagine più indelebili.
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Da De Sade a Salò: la geniale trasposizione pasoliniana
La trama del film prende le mosse dall’omonimo romanzo di De Sade, ma lo trasforma profondamente. Pasolini ambienta la vicenda negli ultimi giorni della Repubblica Sociale Italiana, nel castello di Salò, luogo simbolo del fascismo terminale e della degenerazione del potere.
Questa scelta narrativa ha un valore simbolico fortissimo: il castello diventa la metafora della società italiana — e occidentale — piegata sulle logiche di sopraffazione, annichilimento morale e fisico dell’individuo. I riferimenti diretti alla Repubblica sociale italiana sono essenziali per leggere "Salò o le 120 giornate di Sodoma" come una critica ferocissima non solo al fascismo in senso stretto, ma soprattutto al fascismo perpetuo che Pasolini intravedeva nel trionfo del consumismo e del capitalismo degli anni Settanta.
Il genio di Pasolini consiste nell’estrapolare dal testo sadiano la riflessione sul desiderio e sul controllo sociale, trasportandola in un contesto politico e storico così vicino all’Italia del suo tempo.
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La narrazione esplicita e violenta come critica sociale
Uno degli aspetti più discussi del film è la sua narrazione estremamente esplicita, violenta, a tratti insostenibile. Pasolini non ricorre mai alla gratuità della violenza, ma utilizza ogni scelta visiva, ogni dettaglio cruento, per mostrare la brutalità del potere e la trasformazione degli esseri umani in oggetti.
Il regista opera una scomposizione estrema del corpo e delle emozioni: la nudità, la tortura, l’umiliazione e l’annullamento della volontà diventano strumenti attraverso cui mostrare la deriva di una civiltà schiacciata dalle sue stesse ossessioni.
Il messaggio è chiaro: il sistema capitalistico — rappresentato nella pellicola dal potere sadico e senza regole dei quattro signori — consuma e distrugge l’individualità, riducendo le persone a meri oggetti di godimento e sopraffazione. Questi temi fanno di "Salò" uno dei capolavori del cinema ispirato da De Sade, e certamente il film italiano più radicale mai realizzato su questi argomenti.
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I quattro signori: incarnazione del potere oppressivo
Al centro della narrazione troviamo quattro signori: il Duca, il Vescovo, il Magistrato ed il Presidente, ciascuno rappresentante una delle istituzioni fondamentali della Repubblica sociale italiana.
- Il Duca: simbolo dell’aristocrazia e della sua complicità con il potere autoritario.
- Il Vescovo: incarnazione dell’autorità religiosa, spesso collusa con il potere temporale.
- Il Magistrato: espressione della giustizia manipolata e strumento di repressione.
- Il Presidente: emblema del potere politico che annienta la libertà degli individui.
Queste figure, interpretate in modo glaciale e disturbante, si trasformano in carnefici. Con un linguaggio tanto colto quanto spietato, sottomettono le loro vittime a prove sempre più degradanti. Pasolini ne fa il ritratto di una "borghesia cannibale", pronta a tutto pur di mantenere il controllo sulle masse.
La loro rappresentazione rimanda direttamente alle dinamiche del potere capitalistico, in cui pochi dispongono della vita e della dignità dei molti.
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Il Festival di Parigi e la reazione internazionale
Il film fu presentato al Festival cinematografico di Parigi, e dalla sua anteprima internazionale scaturirono reazioni contrastanti. Se i cinefili francesi individuarono nelle scelte stilistiche di Pasolini un coraggio rivoluzionario, la critica si divise aspramente.
In Francia, dove la tradizione sadiana è più riconosciuta come parte del patrimonio culturale, "Salò o le 120 giornate di Sodoma" fu inizialmente accolto con interesse e scandalo insieme. La discussione ebbe eco nelle principali riviste del settore e molti intellettuali videro nel film una denuncia profonda della società dei consumi.
Allo stesso tempo, non mancarono accuse di gratuità e di eccesso, con richieste esplicite di bandire la pellicola dalla distribuzione internazionale. Tuttavia, proprio questo "caso Salò" divenne il perno di una riflessione sul ruolo del cinema d’autore e sulla necessità di confrontarsi anche con le immagini più scomode, soprattutto davanti ai temi del potere capitalistico e della censura.
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Censura, controversie e accoglienza in Italia
Nessun film come "Salò" ha subito in Italia un tale livello di censura e ostracismo. Il film venne mutilato, vietato ai minori, oggetto di diversi processi giudiziari e di richieste di sequestro. Molte sale si rifiutarono di proiettarlo, temendo reazioni violente da parte di gruppi conservatori e della Chiesa cattolica.
Ogni passaggio distributivo del film fu accompagnato da vibranti polemiche sulla liceità delle sue immagini e sulla legittimità della denuncia sociale insita nell’opera. La stampa cattolica parlò di "mostruosità", di "cinema pornografico", ignorando il messaggio politico e sociale. Solo con il passare degli anni il film è stato rivalutato da una parte della critica, che ne ha riconosciuto la straordinaria potenza espressiva e l’importanza all’interno del cinema italiano degli anni ‘70.
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Il lascito: Salò e il dibattito sul capitalismo nel cinema
"Salò o le 120 giornate di Sodoma" ha avuto un effetto dirompente non solo sulle carriere dei protagonisti ma su tutta la generazione di registi italiani a venire. Il film impose un nuovo modo di intendere la relazione tra platea e schermo, rifiutando ogni compiacenza e imponendo allo spettatore la responsabilità della visione.
Salò, insieme ad altri film censurati di Pasolini, resta un punto di riferimento nei dibattiti sulla funzione del cinema d’autore come veicolo di critica sociale. Nei decenni, molti cineasti hanno dichiarato di essersi ispirati alla radicalità di questa opera quando si sono confrontati con temi di censura, potere e repressione.
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Attualità di Salò: perché il film di Pasolini parla ancora oggi
Cinquant’anni dopo la sua uscita, il film di Pasolini non ha smesso di provocare, dividere e far discutere. Il suo messaggio rimane straordinariamente attuale: mentre il capitalismo sembra essersi “globalizzato” e sono aumentate le forme di alienazione e controllo, la denuncia pasoliniana si fa ancora più urgente. Salò parla della mercificazione del corpo, della riduzione dell’individuo a "merce di scambio", della perdita dei diritti sotto la logica del profitto.
Oggi, numerose università e centri di ricerca studiano il film nella prospettiva dell’analisi sociale e politica, come uno dei pochi esempi di cinema in grado di anticipare le degenerazioni del potere capitalistico e la deriva del consumismo sfrenato. L’eco della battaglia di Pasolini contro il potere, nella sua forma più brutale e disumanizzante, si riflette ancora nella società liquida e comunicativa del XXI secolo.
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Conclusioni: Un capolavoro immortale del cinema italiano
Salò o le 120 giornate di Sodoma è molto più di un film controverso: è un’opera totale che ha saputo mettere a nudo le strutture più profonde e inconfessabili del potere, denunciare la complicità degli apparati politici, religiosi ed economici, e anticipare con lucidità le malattie latenti della società moderna.
All’interno della lunga tradizione del "cinema italiano anni '70" e dei film ispirati da De Sade, il capolavoro pasoliniano resta una pietra miliare. La sua forza comunicativa e la sua attualità non sono mai venute meno. Nonostante la censura e le critiche, la pellicola ha saputo imporsi come "film Pasolini censurato" più celebre e discusso, diventando oggetto di studio, dibattito e costante rivalutazione.
In un’epoca sempre più minacciata dalla banalizzazione del male e dalla perdita di senso, Salò ci costringe ancora oggi a interrogarci sul rapporto tra libero arbitrio e potere, tra individuo e mercato. È per questo che, cinquant’anni dopo, la sua visione resta un’esperienza traumatica ma necessaria, un atto di resistenza culturale e morale che ci ricorda, ogni volta, quanto sia importante non smettere mai di pensare e di difendere la dignità dell’essere umano.