{/* Extracted from Header.astro - Use appropriate classes/styles if animations needed */}

Ricerca universitaria, il buco italiano è più profondo di quello inglese

Le università inglesi recuperano solo il 70,1% dei costi di ricerca UKRI. In Italia il FFO 2025, corretto per inflazione, vale come nel 2007.

Le università del Regno Unito perdono ogni anno oltre 6 miliardi di sterline (circa 8 miliardi di dollari) sui progetti di ricerca finanziati con soldi pubblici. Nel 2024-25 gli atenei britannici hanno recuperato solo il 70,1% dei costi dei bandi UK Research and Innovation, l'ente equivalente al nostro MUR sul lato ricerca.

Il dato lo riporta Research Professional News, che parla apertamente di un modello dove le agenzie chiedono "progetti Waitrose a prezzi Lidl". Per capire perché il caso inglese interessa anche chi lavora in Italia serve mettere i due sistemi uno accanto all'altro.

Il modello inglese: 80% dai bandi, 20% dagli atenei

UKRI copre in linea teorica l'80% del costo economico pieno dei progetti competitivi, lasciando il restante 20% a carico delle università. I dati Transparent Approach to Costing appena pubblicati mostrano però che il recupero reale si ferma al 70,1% sui bandi UKRI e scende ancora su altri finanziatori. La differenza si scarica sui bilanci degli atenei, che nel 2026 hanno iniziato in massa a tagliare l'attività di ricerca per contenere le perdite.

Le cause indicate dagli esperti sono strutturali: i principal investigator sotto-stimano il costo del proprio tempo per rendere le domande più competitive, i bandi premiano di fatto chi offre di più con meno, e la promessa del 2005 di arrivare al 100% dei costi coperti non è mai stata mantenuta.

In Italia il paragone parte da più in basso

Qui la questione non è la percentuale di copertura di un singolo bando, ma la dimensione complessiva del sistema. La spesa italiana in ricerca e sviluppo nel 2023 è stata di 29,4 miliardi di euro, pari all'1,37% del PIL secondo l'ultimo report ISTAT sulla ricerca e sviluppo in Italia. La media dell'Unione europea si è attestata al 2,24% del PIL nel 2024: quasi un punto percentuale in più, ossia un divario che vale decine di miliardi ogni anno.

Le università italiane pesano per il 25% della spesa nazionale in R&S, contro il 58% delle imprese e il 15% delle istituzioni pubbliche. E il Fondo di finanziamento ordinario, la voce che tiene in piedi gli atenei statali, nel 2025 vale 9,368 miliardi di euro: nominalmente il massimo storico, ma 132 milioni in meno rispetto ai 9,5 miliardi che la Legge di bilancio 2022 aveva pianificato per quest'anno.

Sommando il taglio del 2024, il biennio 2024-25 chiude con 551 milioni di minori finanziamenti rispetto al programmato, mentre gli atenei hanno dovuto assorbire circa 600 milioni di costi in più per stipendi e inflazione. Il rapporto dell'Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia calcola che, in potere d'acquisto, le risorse 2025 valgono il 5% in meno del 2021 e sono sostanzialmente equivalenti a quelle di inizio anni Duemila.

Cosa cambia per atenei, ricercatori e progetti

Sul fronte dei bandi competitivi, il PRIN 2026 mette a disposizione 270 milioni di euro per l'intero sistema universitario nazionale, meno del budget annuale di alcuni singoli atenei di ricerca. Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in scadenza nel 2026, le oltre 25.000 posizioni da assegnista e i 10.000 contratti da ricercatore a tempo determinato finanziati dal PNRR si esauriranno senza un piano di stabilizzazione strutturale.

Nonostante questo, il sistema continua a produrre eccellenza: il Consiglio europeo della ricerca ha premiato 50 giovani ricercatori italiani per 22 progetti, e su temi ad alto impatto come i nuovi materiali piezoelettrici o il monitoraggio delle specie a rischio i risultati arrivano. La domanda è quanto ancora sia sostenibile ottenerli con un finanziamento che, corretto per l'inflazione, è fermo a vent'anni fa.

Il dibattito britannico sul "gap del 30%" tra costi reali e coperture pubbliche sta portando UKRI a rivedere le linee guida dei bandi. In Italia il nodo è a monte: senza portare la spesa complessiva in R&S almeno vicino alla media europea, ogni discussione sui meccanismi di riparto interni al FFO resta cosmetica.

Pubblicato il: 20 settembre 2026 alle ore 19:17