Il rapporto del Ministero dell'Istruzione e del Merito sull'anno scolastico 2022/23 conteggia 914.860 alunni con cittadinanza non italiana, l'11,2% della popolazione scolastica. Gli istituti che superano la soglia del 30% sono 4.223, il 7,9% del totale. Ma la percentuale di classi con reale difficoltà linguistica, se si contano solo i nati all'estero, si ferma allo 0,6%.
Cosa dice il rapporto del Ministero
Il notiziario Gli alunni con cittadinanza non italiana pubblicato dal MIM fotografa un fenomeno stabile da tre anni. Le 4.223 scuole con più del 30% di alunni non italiani sono concentrate al Nord (65,2% del totale), al Centro il 23,3%, al Sud e nelle Isole appena l'11,5%. A livello di classi la percentuale sopra soglia sale al 7,6% nazionale, con un picco del 12,4% nella primaria e cifre molto più basse nella secondaria di secondo grado. Il dato che pesa politicamente è però un altro: il 65,4% degli studenti non italiani è nato e cresciuto in Italia, 598.745 ragazzi scolarizzati fin dall'infanzia nel nostro sistema. Sono le cosiddette seconde generazioni, italofone di fatto anche se sulla carta contano come stranieri.
Perché il 30% misura tre cose diverse
Il numero del 30% viene usato per contare tre insiemi diversi, e questo cambia la portata del provvedimento annunciato dal governo. La prima misura è quella degli istituti: 4.223 scuole (7,9%) hanno una popolazione straniera oltre soglia, per lo più poli scolastici di città come Milano, Prato, Brescia, Reggio Emilia. La seconda è quella delle classi: il 7,6% supera il 30% a livello nazionale, e qui l'effetto cambia grado per grado con la primaria che tocca il 12,4% e la secondaria di secondo grado che resta molto sotto la media. La terza misura, la più delicata, è quella che conta solo gli alunni nati all'estero, non ancora italofoni. Escludendo le seconde generazioni, il 30% viene raggiunto in appena lo 0,6% delle classi italiane, poche centinaia in tutto. La differenza tra il primo e il terzo dato è di due ordini di grandezza. La circolare che Valditara sta preparando parla del primo insieme, quello che comprende anche bambini nati e scolarizzati in Italia. Un tetto uguale in tutti e tre i casi produce conseguenze molto diverse a seconda di quale delle tre percentuali si prende come riferimento politico, e spiega perché nel dibattito pubblico circolano numeri che sembrano incompatibili tra loro pur derivando dalla stessa fonte statistica.
Chi finisce nella redistribuzione
Se la soglia del 30% verrà applicata al parametro più ampio, quello degli istituti, la platea coinvolta comprende decine di migliaia di bambini che parlano l'italiano da sempre. Le stime circolate sul provvedimento del Consiglio dei ministri parlano di decine di migliaia di studenti da spostare su altre scuole per riportare i singoli istituti sotto la soglia. Il tetto era già stato introdotto con la circolare del 2010 senza mai essere applicato, per una ragione pratica: nelle città a forte presenza migratoria le scuole vicine hanno tutte percentuali simili, e spostare bambini non riduce la concentrazione, la ridistribuisce fra plessi limitrofi. Nel Sud, dove i minori stranieri sono l'11,5% del totale, il tetto non tocca praticamente nessuna classe. La nuova stretta annunciata dalla premier Meloni non affronta invece un problema segnalato dagli stessi presidi: la carenza di docenti A023, gli insegnanti di italiano L2, che decidono se un alunno straniero impara la lingua nei primi due anni oppure resta indietro sui contenuti disciplinari.
Il notiziario ministeriale sugli alunni con cittadinanza non italiana resta il documento a cui il Parlamento dovrà rifarsi per scegliere quale delle tre soglie mettere per legge. La differenza tra 4.223 scuole e lo 0,6% di classi non è tecnica: è il perimetro effettivo del provvedimento.