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Prove INVALSI e crisi dell'italiano: la lettura partecipativa come ultima trincea per salvare la lingua a scuola

I dati sulla comprensione del testo sono allarmanti. Tra lessico dimenticato e grammatica ignorata, la proposta di Simone Giusti rilancia un'idea semplice ma radicale: entrare nelle storie per ritrovare le parole

* L'allarme INVALSI: una lingua che si sfilaccia * Lessico perduto e grammatica fantasma * La proposta di Simone Giusti: leggere per abitare le storie * Leggere ad alta voce: il corpo della lingua * Il glossario dei ragazzi: quando il lessico giovanile diventa ponte * Una lingua da riabitare

L'allarme INVALSI: una lingua che si sfilaccia {#lallarme-invalsi-una-lingua-che-si-sfilaccia}

I numeri, quando sono impietosi, hanno almeno il merito della chiarezza. E quelli che emergono dalle prove INVALSI sulla comprensione del testo in italiano raccontano una scuola in affanno, studenti che scivolano sulla superficie delle parole senza afferrarne il senso, un rapporto con la lingua madre che si sta deteriorando anno dopo anno.

Non si tratta di un problema circoscritto a sacche di disagio sociale o a contesti territoriali specifici. Le difficoltà nella comprensione del testo attraversano trasversalmente il Paese, coinvolgono istituti tecnici e licei, grandi città e province, Nord e Sud. È un fenomeno strutturale, e come tale va affrontato. Chi ha seguito il dibattito recente ricorderà che le stesse prove INVALSI e le Indicazioni Nazionali sono finite sotto accusa da parte di una fetta significativa del mondo scolastico, segno che la tensione attorno a questi temi è tutt'altro che sopita.

Ma al di là delle polemiche sullo strumento di misurazione, il dato di fondo resta: una quota preoccupante di studenti italiani non riesce a comprendere adeguatamente un testo scritto nella propria lingua.

Lessico perduto e grammatica fantasma {#lessico-perduto-e-grammatica-fantasma}

Scavando dentro quei risultati, il quadro si fa ancora più nitido, e più sconfortante. Gli studenti non conoscono il lessico. Parole che fino a una generazione fa appartenevano al vocabolario comune risultano oggi oscure, estranee, quasi esotiche. E le regole grammaticali, quelle impalcature che tengono in piedi il pensiero organizzato, vengono sistematicamente ignorate, non per ribellione ma per semplice inconsapevolezza della loro esistenza.

Le cause sono molteplici e intrecciate. C'è la pervasività dell'inglese, che non è un nemico in sé ma che, nella sua versione semplificata e frammentaria dei social media, contribuisce a erodere la familiarità con le strutture più complesse dell'italiano. C'è la riduzione del tempo di lettura, sostituito da forme di fruizione rapida e visuale. C'è, in definitiva, un ecosistema comunicativo che premia la brevità e penalizza la profondità.

L'italiano, per dirla senza giri di parole, versa in cattive acque. E la scuola, che dovrebbe essere il luogo dove questa deriva si argina, si ritrova spesso a inseguire programmi ministeriali con strumenti che non mordono più.

La proposta di Simone Giusti: leggere per abitare le storie {#la-proposta-di-simone-giusti-leggere-per-abitare-le-storie}

È in questo contesto che acquista particolare rilievo la riflessione di Simone Giusti, studioso e formatore che da anni lavora sull'intersezione tra didattica e letteratura. La sua proposta, tanto semplice nella formulazione quanto radicale nelle implicazioni, si chiama lettura partecipativa: non leggere su un testo, ma leggere dentro un testo. Entrarci. Abitarlo.

Giusti parte da una constatazione elementare: la lettura scolastica tradizionale, quella che assegna pagine da leggere a casa e poi verifica con domande di comprensione, ha smesso di funzionare. Non perché sia sbagliata in assoluto, ma perché presuppone un rapporto con il testo scritto che molti studenti semplicemente non hanno più. Chi volesse approfondire la visione critica dello studioso può leggere l'analisi dedicata a Lettura e scuola: una critica dura da parte di Simone Giusti, dove emergono con chiarezza i nodi irrisolti dell'insegnamento dell'italiano.

La lettura partecipativa rovescia la prospettiva. Il testo non è un oggetto da analizzare a distanza di sicurezza, ma un'esperienza da attraversare. Lo studente non è un decodificatore passivo, è un partecipante attivo. Deve immedesimarsi, reagire, discutere. Deve, letteralmente, _entrare nella storia_.

Leggere ad alta voce: il corpo della lingua {#leggere-ad-alta-voce-il-corpo-della-lingua}

Uno degli strumenti centrali di questo approccio è la lettura ad alta voce. Può sembrare un'ovvietà, una pratica da scuola elementare. Non lo è.

Leggere ad alta voce significa restituire alla lingua la sua dimensione fisica. Il ritmo, l'intonazione, le pause: tutto questo non è ornamento, è significato. Uno studente che legge ad alta voce un passo di Calvino o di Ferrante è costretto a confrontarsi con la sintassi, a dare un corpo alle parole, a fare scelte interpretative. Non può scorrere con gli occhi e andare oltre. Deve fermarsi.

Ma Giusti non si limita alla lettura. Propone di stimolare la conversazione attorno ai testi. Chiedere agli studenti cosa hanno provato, cosa non hanno capito, cosa li ha colpiti, cosa li ha annoiati. Trasformare l'aula in uno spazio dove il testo diventa pretesto per un dialogo autentico sulla lingua e sul mondo.

È un metodo che richiede tempo, competenza e una buona dose di coraggio da parte dei docenti. Ma i risultati, stando a quanto emerge dalle esperienze sul campo, sono significativi: gli studenti coinvolti in percorsi di lettura partecipativa mostrano miglioramenti tangibili nella comprensione, nell'uso del lessico, nella capacità di argomentare.

Il glossario dei ragazzi: quando il lessico giovanile diventa ponte {#il-glossario-dei-ragazzi-quando-il-lessico-giovanile-diventa-ponte}

Tra le esperienze più interessanti che si muovono in questa direzione c'è quella di una docente che ha scelto una strada apparentemente controintuitiva: ha chiesto ai suoi studenti di creare un glossario di lemmi giovanili. Parole del loro mondo, espressioni gergali, neologismi nati sui social o nei corridoi della scuola.

L'obiettivo non era legittimare il linguaggio informale al posto di quello standard. Era il contrario: partire da ciò che i ragazzi conoscono per costruire un ponte verso ciò che non conoscono. Se uno studente sa spiegare il significato di "cringe" o _"triggerare"_, sa già, senza saperlo, cos'è una definizione lessicale. Da lì si può risalire, passo dopo passo, verso il vocabolario della tradizione letteraria.

Questa operazione ha un valore pedagogico profondo. Dice agli studenti: la vostra lingua conta, il vostro modo di nominare il mondo è un punto di partenza legittimo. Ma non è il punto di arrivo. Il punto di arrivo è la padronanza piena dell'italiano, con tutta la sua ricchezza, le sue sfumature, la sua capacità di dire cose che nessun'altra lingua dice allo stesso modo.

Una lingua da riabitare {#una-lingua-da-riabitare}

Il problema della crisi della lingua italiana a scuola non si risolverà con una circolare ministeriale né con l'ennesima riforma dei programmi. Si risolverà, se si risolverà, nelle aule, nel rapporto quotidiano tra un docente e i suoi studenti, nella qualità di quell'incontro.

Servono metodi didattici nuovi, o forse antichissimi, riscoperti e adattati. Serve tornare a leggere insieme, ad alta voce, con lentezza. Serve accettare che la lingua non si insegna solo con le regole ma anche, e forse soprattutto, con le storie. Serve il coraggio di perdere tempo, quel tempo che i programmi non prevedono ma che la comprensione del testo esige.

La proposta di Simone Giusti non è una bacchetta magica. È una direzione di marcia. E in un momento in cui la scuola italiana si interroga su come rinnovarsi, come dimostrano anche iniziative quali la Scuola Estiva 2025 sulla storia del confine orientale, ogni tentativo serio di rimettere al centro il rapporto tra studenti e parole merita attenzione.

Perché alla fine la questione è semplice, quasi brutale: se i ragazzi non capiscono quello che leggono, non capiranno neanche il mondo in cui vivono. E una scuola che rinuncia a insegnare la lingua rinuncia, di fatto, a tutto il resto.

Pubblicato il: 1 aprile 2026 alle ore 08:22