Il Ministero dell'Istruzione ha avviato il 6 luglio 2026 con INDIRE un percorso triennale di educazione digitale rivolto a tutte le figure della scuola, con priorità per le secondarie di secondo grado. Il piano parte con tre moduli formativi da 20 ore ciascuno su benessere digitale, connessioni consapevoli e cittadinanza digitale.
Il piano MIM-INDIRE in tre moduli
La formazione si articola in una fase introduttiva comune, seguita da livelli differenziati per profilo professionale ed esperienza della scuola. I primi tre moduli, già disponibili in videolezioni asincrone, coprono l'uso responsabile dei social, la media literacy e la prevenzione del cyberbullismo. A settembre 2026 parte la seconda fase con moduli su cybersecurity, uso consapevole dell'intelligenza artificiale, identità social, dipendenza da cellulare e carico cognitivo.
Il percorso affianca il progetto MIM-INDIRE sull'educazione al rispetto e alla parità di genere, che secondo il Ministero ha registrato l'adesione di oltre la metà delle scuole italiane, con concentrazione nelle aree del Paese con maggiori criticità. La coerenza dichiarata è con le nuove Linee guida sull'Educazione civica e le nuove Indicazioni nazionali, che portano la cittadinanza digitale dentro la didattica curricolare.
L'Italia sotto la media UE di sei punti
I numeri spiegano perchè serve un intervento strutturale. Nel 2025 il 68,5% dei giovani italiani tra 16 e 24 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro una media UE del 74,6% Dati Eurostat competenze digitali giovani 2025. Quasi sei punti di distanza, con la Danimarca in vetta al 92,1% e l'Italia più vicina al fondo della classifica europea che al gruppo di testa.
Il dato di genere ribalta uno stereotipo diffuso: le ragazze italiane raggiungono il 70,56%, i ragazzi si fermano al 66,61%. Un vantaggio femminile di quasi 4 punti che smentisce l'idea del nativo digitale tecnicamente più preparato al maschile. ISTAT conferma il quadro nazionale: il 71,7% dei ventenni ha competenze digitali almeno di base, ma solo il 54,3% della popolazione 16-74 raggiunge lo stesso livello, lontano dal target UE dell'80% al 2030 Cittadini e ICT ISTAT anno 2025.
C'è poi il rovescio dell'esposizione online. Nel 2025 il 53,7% dei giovani europei 16-24 ha incontrato messaggi ostili o degradanti in rete, con prevalenza tra le ragazze (57,2%) rispetto ai ragazzi (50,4%). Sono proprio le studentesse più competenti nell'uso degli strumenti quelle più bersagliate: un paradosso che il piano cita esplicitamente tra i temi della seconda fase, insieme alla dipendenza da cellulare e al carico cognitivo.
Cosa cambia in aula da settembre
Per i docenti il percorso significa 60 ore complessive di formazione già disponibili nella prima fase, in videolezioni asincrone che possono essere fruite anche fuori dalle ore di servizio. Le figure coinvolte sono tutte: insegnanti curricolari, personale ATA, referenti bullismo, animatori digitali. La differenziazione per profilo dovrebbe evitare la formazione generica che ha caratterizzato molti percorsi ministeriali precedenti.
Per le scuole superiori il legame è diretto con le nuove Linee guida sull'Educazione civica: cittadinanza digitale, uso critico dei social e riconoscimento delle fake news entrano nella pratica didattica quotidiana e non restano confinati in progetti extracurricolari isolati. Il patto di corresponsabilità con le famiglie resta uno snodo aperto: il Ministero parla di alleanza educativa ma per ora non ha ancora presentato strumenti operativi rivolti ai genitori, ambito in cui alcune scuole hanno già sperimentato modelli propri come il volontariato studentesco.
Chiudere sei punti percentuali in tre anni significa portare l'Italia sopra la media UE 2025 entro il 2028. Un obiettivo raggiungibile solo se le 60 ore di formazione dei docenti si traducono in ore effettive di didattica su algoritmi, privacy e cyberbullismo. Le prime verifiche arriveranno dai dati ISTAT sulle competenze ICT del prossimo anno.