Il dato Eurostat è pubblico e il Procuratore Generale della Corte dei Conti l'ha citato nella requisitoria sul Rendiconto dello Stato 2025: l'Italia destina all'istruzione il 7,3% della spesa pubblica complessiva, contro il 9,6% della media europea. Distante da Francia (8,8%), Germania (9,2%) e Spagna (9,3%), in fondo alla classifica con Irlanda, Romania e Grecia.
I numeri Eurostat che la Corte ha messo in fila
L'analisi del Procuratore Pio Silvestri, presentata il 26 giugno davanti al Presidente Guido Carlino, si appoggia ai dati 2023 del rapporto Eurostat sulla spesa pubblica in istruzione. La fotografia europea è netta: gli Stati membri allocano in media il 4,7% del PIL all'istruzione, l'Italia si ferma al 3,9%. Sulla spesa pubblica totale il distacco è coerente: 7,3% contro 9,6%, una differenza di 2,3 punti percentuali. Per la magistratura contabile è il segnale di un definanziamento strutturale, lo stesso che la requisitoria denuncia in parallelo per la sanità.
La replica del Ministero cambia la metrica
Viale Trastevere contesta la lettura e introduce un'altra base di calcolo. Citando gli Uffici studi di Camera e Senato, il Mim afferma che nel 2024 la spesa per la sola scuola è stata il 5,8% del bilancio pubblico, salita al 6,2% nel 2025 e al 6,3% nel 2026, con proiezioni allineate per il 2027 e il 2028. Il punto è che il 5,8% del Ministero e il 7,3% di Eurostat misurano due cose diverse: la voce europea include scuola e università insieme, quella ministeriale isola solo la scuola. Il 7,3% non viene quindi smentito, viene aggirato cambiando il perimetro. Lo stesso Mim ricorda che con il dato aggregato istruzione e università aggiornato al 2024 l'Italia sale all'8%, ancora sotto la media UE del 9,6%.
Sul PIL il gap che nessuno ha contestato
C'è un confronto in cui il Ministero rivendica un primato: l'Italia destina all'istruzione non universitaria il 3,3% del PIL, sopra Germania (3,2%) e Spagna (3,1%). Vale però solo per il segmento scolastico. Se si guarda alla spesa pubblica complessiva in istruzione il quadro torna a sfavore: 3,9% del PIL italiano contro 4,7% europeo. Un divario di 0,8 punti che si è anche ampliato rispetto al 2020, quando la quota UE era al 5%.
Cosa cambia in busta paga e nelle aule
Sul personale il Ministero rivendica i risultati dei tre rinnovi contrattuali firmati negli ultimi tre anni: 9 miliardi complessivi e aumenti medi di 412 euro lordi mensili per i docenti e 304 euro per il personale Ata. L'ultimo contratto, relativo al Ccnl 2025/27, dovrebbe arrivare in busta paga ad agosto, con arretrati anticipati a luglio. Sul precariato, dopo il primo concorso Pnrr l'anno scolastico 2023/2024 ha registrato 2.194 contratti a tempo determinato in meno: la Commissione europea, alla luce delle misure intraprese, ha chiuso nel 2025 la procedura d'infrazione aperta nel 2014. Restano però i circa 200.000 supplenti annuali reclutati ogni settembre, mentre prosegue il confronto fra Ministero e sindacati sui passaggi di area per il personale Ata.
Abbandono scolastico: il dato che il Mim può rivendicare
Sulla dispersione il risultato c'è. Secondo l'Education and Training Monitor 2025 della Commissione europea, l'Italia ha portato il tasso di abbandoni precoci dal 9,8% del 2024 all'8,2% del 2025, sotto la media UE del 9,3% e con cinque anni di anticipo sull'obiettivo dell'Agenda 2030. La Campania, storicamente sopra il 19%, è scesa al 9,7%. Restano le distanze interne: il Sud è all'11,3% e le Isole al 15%, ancora fuori dal target europeo. La direzione delle politiche più recenti, dalle nuove indicazioni nazionali 2025 sulle competenze digitali al rafforzamento della filiera tecnica al centro della sfida fra liceo classico e formazione tecnico-professionale, punta a consolidare il risultato.
Il confronto fra Corte dei Conti e Ministero è destinato a riemergere con i prossimi dati Eurostat 2024 e 2025, che misureranno se il salto dichiarato dal Mim regge anche con la metrica europea.