Dal 31 agosto 2026 le scuole primarie dell’Emilia Romagna aprono due settimane prima del calendario ufficiale. I bambini dai 6 agli 11 anni troveranno le porte aperte, ma non faranno lezione: le prime due settimane sono dedicate ad attività extrascolastiche gestite da educatori professionali del terzo settore. L’anno scolastico inizia ufficialmente il 15 settembre, come nel resto d’Italia.
Cosa prevede il progetto regionale
Il progetto è stato annunciato il 19 maggio 2026 dall’assessora alla scuola Isabella Conti e dal presidente Michele de Pascale, al termine di oltre un anno di confronto con famiglie e scuole. La proposta non tocca il calendario scolastico obbligatorio e non riduce le vacanze estive, un’ipotesi già respinta dalla maggioranza dei docenti. Nasce invece un periodo intermedio: tra la fine dell’estate e l’inizio delle lezioni, le scuole primarie si trasformano in spazi educativi non curriculari. Nei 42 comuni coinvolti, compresi tutti i capoluoghi di provincia e diverse unioni di comuni montani e interni, arriveranno operatori del terzo settore per gestire laboratori creativi, attività sportive, supporto ai compiti e percorsi musicali.
Per il primo anno la Regione finanzia l’iniziativa con 3 milioni di euro, destinati a una platea potenziale di 100.000 bambini. Il progetto è volontario per le famiglie: chi vuole può mandare i figli nelle scuole a partire dal 31 agosto. De Pascale ha dichiarato che l’obiettivo è coprire il periodo più critico per le famiglie anche in termini economici, mentre Conti ha detto che la Regione ha scelto di inventare una nuova soluzione senza toccare l’obbligo scolastico.
Quanto risparmiano le famiglie: il conto
Le due settimane tra il 31 agosto e il 14 settembre sono storicamente le più difficili per le famiglie con figli alle elementari: le ferie estive sono finite, il lavoro è ripreso, ma la scuola non è ancora iniziata. Chi non dispone di nonni o reti familiari di supporto deve ricorrere a soluzioni private, con un costo preciso.
Un camp diurno in Emilia Romagna per bambini dai 6 agli 11 anni costa tra 200 e 600 euro a settimana: due settimane possono arrivare facilmente a 400-1.200 euro per bambino. Una babysitter a ore, per 6-8 ore al giorno nei giorni lavorativi, si aggira tra i 7,74 e gli 8,01 euro l’ora in regione, per un totale di circa 700-960 euro su due settimane a tempo pieno. Per le famiglie con due figli in età scolare, i costi si moltiplicano. Il progetto regionale offre un’alternativa a costo zero per le famiglie, negli stessi edifici scolastici già conosciuti dai bambini.
Con 3 milioni di euro su 100.000 bambini come platea potenziale, il costo per la Regione è di 30 euro per bambino per l’intero periodo. Un costo pubblico contenuto rispetto al risparmio privato realizzabile dalle famiglie che aderiscono. La logica è diversa da quella del Bonus Centri Estivi regionale già esistente, che rimborsa 300 euro per famiglia (100 euro a settimana per massimo tre settimane): quel contributo non copre il costo reale dei camp privati. Il nuovo progetto non rimborsa, porta il servizio direttamente nelle scuole.
Chi è coperto e i prossimi passi
La sperimentazione del 2026 coinvolge 42 comuni su oltre 330 presenti in Emilia Romagna. I criteri hanno privilegiato i capoluoghi di provincia e le aree montane e interne, dove le alternative private sono meno accessibili. Per chi vive in un comune non incluso, il settembre 2026 non cambia: le lezioni inizieranno il 15 settembre come nel calendario regionale. Non è ancora noto quante famiglie aderiranno: i 100.000 bambini rappresentano una stima della platea raggiungibile, non iscrizioni confermate.
Quello di conciliare le esigenze lavorative con il calendario scolastico è un tema sentito da tempo in Emilia Romagna. Le famiglie della regione avevano già chiesto modifiche esplicite al calendario per rispondere alle proprie esigenze: le richieste dei genitori emiliani sul calendario scolastico. La soluzione approvata dalla Regione non modifica i giorni di lezione obbligatori, ma risponde al problema in modo diretto.
Se la sperimentazione darà risultati positivi, la Regione prevede di inserire il modello in una nuova legge regionale per estenderlo a tutti i comuni dal 2027. L’investimento strutturale stimato è di circa 10 milioni di euro l’anno, dieci volte quello della fase pilota.
I dati di adesione nel 2026, attesi entro l’autunno, determineranno se il modello emiliano-romagnolo diventerà la prima risposta organizzata a livello regionale al buco di settembre per le famiglie lavoratrici. La decisione sulla legge strutturale dipenderà da quante famiglie avranno effettivamente utilizzato il servizio nei 42 comuni pilota.