La dispersione esplicita scende al 9,8%, ma quella implicita risale all'8,7%: fra i diplomati 2025, quasi un maturando su due esce senza le competenze attese in italiano e matematica. Il dato del Rapporto nazionale prove INVALSI 2025 cambia la lettura del problema, perché racconta una scuola che promuove ma non insegna abbastanza.
Numeri reali dietro la pagella
Il quadro arriva dal Rapporto nazionale 2025 presentato da Roberto Ricci alla Camera il 9 luglio. Il 48,3% dei maturandi non raggiunge il livello atteso in italiano, il 50,8% in matematica. La fotografia peggiora scendendo verso Sud: in Lazio, Campania e Calabria solo due studenti su cinque toccano la soglia minima, in Sicilia e Sardegna uno su tre. Sull'altro versante, l'indicatore europeo Early Leavers from Education and Training mostra l'Italia all'8,2%, sotto l'obiettivo UE 2030 fissato al 9%.
Lo scarto fra i due numeri è il punto chiave. Il sistema riesce a tenere i ragazzi in aula fino alla maturità, ma non a portarli al traguardo con la cassetta degli attrezzi che la prova INVALSI considera essenziale. Voti e interrogazioni registrano il passaggio, non la profondità dell'apprendimento. La pagella diventa un certificato di permanenza, non di acquisizione.
Cervelli stanchi prima dell'interrogazione
Sul piano del benessere il segnale è coerente. Nel Rapporto BES 2024 dell'ISTAT l'indice di salute mentale degli adolescenti risale a 71,8 punti, ma resta sotto il 73,9 pre-pandemia. Il divario di genere è netto: 67,4 per le ragazze, 74,3 per i ragazzi, con sette punti di scarto. Sono numeri che misurano ansia, depressione, perdita di controllo emotivo: variabili che entrano in classe ogni mattina insieme allo zaino.
Le neuroscienze applicate alla didattica leggono questi dati come un problema di regolazione, non di volontà. Il modello del cervello trino di Paul MacLean distingue area corporea, emotiva e cognitiva: se le prime due lavorano in allarme, la terza non riceve abbastanza energia per memorizzare, collegare, ragionare. Lo studio di Stephen Porges sul nervo vago aggiunge che, a tutte le età, il sistema nervoso autonomo decide in pochi secondi se chiudersi, aggredire o relazionarsi. Una classe che percepisce solo controllo e misurazione attiva spegnimento o attacco-fuga: stati incompatibili con l'apprendimento.
Non è retorica del benessere. Quando il 48% non capisce un testo alla fine di tredici anni di scuola, la spiegazione non sta tutta nel programma da finire, sta anche nel cervello di chi quel programma deve assimilarlo. Le tecniche pratiche studiate per la classe vanno in quella direzione: pause brevi e ritmate, ascolto attivo, gestione dell'errore senza punizione, parola circolare. Strumenti che riducono lo stato di allarme e liberano la corteccia per le funzioni che la prova INVALSI chiede di mostrare.
Il quadro normativo c'è già, manca la pratica
Il Decreto legislativo 62/2017 indica la valutazione formativa come finalità principale, accanto al voto in decimi. Sulla carta gli insegnanti hanno gli strumenti: giudizi descrittivi, livelli di apprendimento, certificazione delle competenze. Nella pratica resta il numero da scrivere sul registro, perché le scadenze, gli scrutini e le famiglie chiedono quello. Il tema si intreccia con la condizione professionale: il tempo per progettare attività diverse è poco, e le riduzioni in busta paga denunciate dai sindacati non aiutano a chiedere ai docenti uno sforzo metodologico in più.
Qui pesa la formazione. Gli emendamenti al decreto Milleproroghe sulla formazione iniziale dei docenti rimettono in discussione i 60 CFU e i percorsi abilitanti, ma la vera leva sarebbe inserire didattica delle emozioni, gestione dell'attenzione e neurodidattica già nel percorso obbligatorio. Non come modulo opzionale, ma come parte del mestiere. Senza questo passaggio, un docente arriva in classe con la padronanza del contenuto e nessun protocollo per tenere connessi venticinque cervelli per cinquanta minuti.
La prossima rilevazione INVALSI rischia di confermare lo stesso scarto fra promossi e competenti. La leva non è aggiungere una prova, è cambiare il modo di stare in aula prima della prova.