Il professor Franco Manni, docente di Filosofia e Storia al liceo Leonardo di Brescia, ha perso il ricorso al Tribunale del lavoro contro il collocamento a riposo obbligatorio a 67 anni. In un'intervista al Giorno ha detto che pur di continuare a insegnare accetterebbe di farlo gratis nelle scuole private, anche solo come volontario.
Perché la norma non ammette deroghe
La legge italiana consente di restare in servizio oltre i 67 anni solo per completare i 20 anni contributivi minimi previsti dalla pensione di vecchiaia, e comunque non oltre i 70. Il giudice bresciano ha confermato l'impianto normativo e ha respinto la richiesta di Manni. Nel frattempo, sul fronte opposto, la senatrice Vincenza Aloisio (M5S) ha rilanciato la proposta Anief per il pensionamento anticipato a 60 anni di docenti e personale ATA, motivandola con il burnout della professione. Due richieste speculari che si scontrano con la stessa cornice: dal 2029 l'età di vecchiaia salirà a 67 anni e 6 mesi. Un intreccio tra norma, precariato e ricambio generazionale che passa anche da singoli casi come la storia dell'idonea in 8 classi di concorso ancora precaria dopo 18 anni.
I numeri OCSE che nessuno cita
Il caso Manni arriva in un contesto che i dati raccontano meglio delle testimonianze. Secondo l'indagine internazionale TALIS 2024 dell'OCSE sull'Italia, pubblicata a ottobre 2025, l'età media degli insegnanti italiani della secondaria inferiore è di 48 anni, contro una media OCSE di 45. Il 49% ha 50 anni o più, quasi il doppio della media internazionale (37%). E soprattutto: solo il 3% ha meno di 30 anni, contro il 10% della media OCSE. Dal 2018 la quota di over 50 non si è ridotta di un punto, mentre nel resto d'Europa lo stesso indicatore è calato.
Il problema non è chi vuole restare a 67 anni. È chi non entra a 25. Al quadro demografico si somma quello retributivo: gli insegnanti italiani della primaria guadagnano in media il 33% in meno rispetto agli altri lavoratori laureati a tempo pieno, secondo l'edizione 2025 di Education at a Glance dell'OCSE. È uno dei divari più ampi tra i grandi Paesi dell'area OCSE, e spiega perché il canale d'ingresso resti poco attrattivo per chi ha appena finito l'università, soprattutto nelle discipline scientifiche dove il mercato privato paga stipendi anche doppi.
Cosa cambia in classe da qui al 2029
Con quasi un docente su due sopra i 50 anni, l'Italia deve gestire in pochi anni un ricambio massiccio: ogni bando ordinario del concorso, ogni tornata di immissioni in ruolo, ogni corso di abilitazione va letto in questa cornice. Non è un adempimento burocratico, è il perno di un turnover che il resto d'Europa ha già avviato. Storie come le 2.628 assunzioni per gli insegnanti di religione dopo vent'anni di attesa mostrano quanto sia lento e frammentato l'attuale meccanismo di stabilizzazione, prigioniero di trattative sindacali e di norme che si accumulano una sopra l'altra.
La cooperazione tra colleghi, che potrebbe attenuare il passaggio di consegne, resta però un'eccezione, come racconta il bilancio dei 130 anni del metodo Freinet: senza un patto sistematico tra generazioni, il ricambio è affidato al singolo istituto e alla sensibilità dei dirigenti. La proposta Aloisio-Anief di pensione a 60 anni e la resistenza personale di Manni convivono così nella stessa scuola, e segnalano che la cornice attuale non funziona né per chi vuole uscire prima, né per chi vorrebbe rimanere. Le due richieste, apparentemente opposte, nascono dalla stessa frustrazione: un sistema che tratta tutti allo stesso modo, senza distinguere carichi di lavoro, materie, ordini di scuola o anzianità di servizio effettiva.
Il prossimo dato utile arriva a settembre: le immissioni in ruolo del 2026/2027 diranno se il ricambio è davvero partito o se i 48 anni di età media resteranno un primato europeo anche nella prossima rilevazione TALIS.