A Torino una docente è svenuta in classe davanti agli studenti, e quattro città italiane (Bologna, Firenze, Roma e Torino) sono finite in allerta rossa per l'ondata di calore del 28 maggio. Le richieste di sospendere le lezioni si moltiplicano, ma il problema non si risolve sospendendo: le aule restano comunque scoperte, fisicamente e legalmente.
Il quadro: 93,55% delle aule senza garanzia di climatizzazione
Su 61.308 edifici scolastici censiti dal Ministero dell'Istruzione e del Merito, solo 3.966 possono garantire l'aria condizionata, il 6,45% del totale. In altri 32.462 plessi (il 52,95%) l'assenza di impianti refrigeranti è certificata. Per 24.888 edifici (il 40,6%) il dato semplicemente non risulta in anagrafe. Il risultato è che il 93,55% delle aule italiane non ha una garanzia formale di climatizzazione.
Il quadro peggiora con l'età degli edifici. La dotazione sale al 15% nelle scuole costruite negli ultimi 30 anni, scende all'8% in quelle più vecchie. La maggior parte del patrimonio edilizio scolastico è stata concepita per riscaldarsi d'inverno, non per raffreddarsi d'estate.
Il divario regionale che cambia il problema
L'angolo che pochi numeri raccontano è geografico. Le Marche guidano la classifica con il 28% degli edifici dotati di aria condizionata, seguite dalla Sardegna al 22%. All'altro estremo Umbria e Basilicata, dove meno del 5% delle scuole ha impianti di raffreddamento, distanti più di 23 punti percentuali dalla regione più virtuosa. Non corrisponde nemmeno al divario Nord-Sud abituale: la geografia del caldo nelle scuole ha confini propri, legati più ai bilanci degli enti locali proprietari degli edifici che alla latitudine.
Il quadro normativo non aiuta a colmare il gap. Il decreto legislativo 81 del 2008 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, all'allegato IV punto 1.9, chiede una temperatura «adeguata all'organismo umano» ma non fissa una soglia numerica per gli ambienti scolastici. L'INAIL raccomanda di mantenere d'estate una differenza non superiore a 7 gradi tra interno ed esterno, una soglia tecnicamente irraggiungibile senza condizionatori quando fuori si superano i 35°C.
Cosa perde uno studente sopra i 26,7°C, secondo l'OCSE
Il rapporto OCSE pubblicato a marzo 2026 sull'impatto del caldo sugli studenti mette per la prima volta un numero accanto al disagio. Ogni giorno aggiuntivo con temperature sopra i 26,7°C, registrato nei tre anni precedenti il test PISA, riduce il punteggio degli studenti dello 0,18% di una deviazione standard. Il peso si accumula: in un'estate con venti giorni sopra soglia, la perdita non è banale e colpisce soprattutto gli studenti svantaggiati, che vivono in aule più esposte e in case meno climatizzate.
Per i docenti il caldo non è solo questione di rendimento. Ore in piedi in un'aula a oltre 30 gradi, con classi numerose, diventano un fattore di rischio professionale che si aggiunge alle tensioni quotidiane e agli episodi di aggressione segnalati nelle scuole. Sospendere le lezioni resta una decisione del singolo dirigente, in assenza di un protocollo nazionale che leghi soglie termiche e chiusure.
Calendario o condizionatori, il bivio della riforma
L'anagrafe nazionale dell'edilizia scolastica del MIM fotografa dove servirebbero gli interventi, ma non li finanzia. L'OCSE suggerisce due strade: ristrutturare gli edifici, soluzione efficace ma costosa, oppure adattare i calendari scolastici, soluzione economica ma da pianificare con cura per non perdere ore di didattica. La prima richiede risorse pluriennali e una regia con gli enti locali proprietari dei plessi, la seconda incrocia calendari regionali oggi disomogenei, dal Trentino alla Sicilia.
Il dibattito incrocia quello sulla riorganizzazione del corpo docente e dei posti di sostegno per il 2025/26, che già pesa sul prossimo anno scolastico. Senza scelte strutturali ogni ondata di caldo tradurrà i 23 punti di divario tra Marche e Basilicata in punteggi PISA persi, e il prossimo bollettino di allerta rossa è già nei modelli climatici, non solo nelle cronache.